Un mattino di marzo può essere grigio come l’animo di chi vi s’incammina senza volgere lo sguardo al cielo, senza tendere l’orecchio per sentire l’arrivo delle oche. Una volta conobbi una signora assai istruita, la quale mi disse di vedere e sentire le oche soltanto un paio di volte l’anno, quando passano sopra il suo tetto ben isolato per proclamare il mutare della stagione. È possibile che l’istruzione consista nel barattare la propria capacità di percezione con altre competenze di minor valore? Se lo facesse un’oca, sarebbe ridotta ben presto a un mucchio di piume.
[Aleksei Mikhailovich Korin, Il pittore malato, 1892, Galleria Tret’jakov, Mosca. Fotografia autoprodotta, shakko, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=15829926 ]Oggi sarebbe la “Giornata Mondiale della Poesia”. Uso quel condizionale perché a me le “giornate-mondiali-di-qualcosa” stanno un po’ qui, ma l’ho già affermato più volte e non voglio risultare ripetitivo. Però oggi, nel pieno della terribile emergenza coronavirus che sta ammalando troppe persone e causando loro troppo dolore, mi sono ritrovato a constatare che, nella nostra lingua, “poesia” fa rima “malattia”. Questo, ovvio, non significa che siano due cose simili, anzi, la condizione del malato, qualsiasi essa sia, è tutto fuorché “poetica”. Tuttavia, a suo modo – mi permetto di osare la seguente interpretazione – questa bizzarra rima sembra segnalarci che nella nostra vita anche le cose più belle e felici restano sempre a contatto di quelle più brutte e tristi, e che vivere sempre e solo le prime come se le seconde non esistano – così come ci impone di fare il modus vivendi contemporaneo, che vuole allontanarci sempre più da responsabilità, doveri, consapevolezze civiche, sociali e culturali – è la condizione migliore perché qualsiasi problema sorga cagioni i danni peggiori. Si potrebbe facilmente coniugare questo punto di vista alla situazione emergenziale attuale e non solo ad essa, perché in effetti un’assonanza di senso tra i due termini, “malattia” e “poesia”, la si può anche trovare: ove si voglia, si pretenda di vivere come in una personale “poesia” – cioè in un’eterna astrazione, chimera, costantemente evasi dalla realtà concreta – ignorando e rifiutando qualsiasi possibile “malattia”, ovvero qualsivoglia problema che possa capitare, in tal modo non sapendo come affrontarlo quando si manifesti. Se non con iniziative che, per tutto ciò, risultano illogiche, sguaiate, ipocrite, non civili.
Ma, lo ripeto, sono riflessioni, queste mie, che mi sono sorte così, all’improvviso, nell’occasione della giornata. In fondo preferisco “celebrarla” così, posta la mia considerazione per essa e per tutte le altri similari prima segnalata, piuttosto che in altri modi tanto social quando banali e banalizzanti – e di questi tempi pure fin troppo retorici. La poesia resta e resterà comunquel’arte letteraria suprema, giornate mondiali o no: una benefica e salutare “malattia” di cui tutti noi dovremmo “soffrire”, debellandone – magari anche grazie ad essa – ogni altra virulentemente malefica.
Il mondo giudica gli uomini non dalle prove, ché non ha il tempo di ricercarle, ma dalle apparenze, onde poco basta a passare per una perla e pochissimo per un briccone.
[Foto di blanca_rovira da Pixabay ]Il seguente testo è del caro e prezioso amico Davide Sapienza, scrittore mirabile che cito spesso, qui sul blog. È un articolo che ha pubblicato sul suo sito in data 17 marzo e che si intitola La responsabilità e l’equilibrio – di seguito ve ne riporto una parte, cliccate invece qui per leggerlo nella sua interezza. Lo trovo estremamente obiettivo e saggio in relazione a un tema fondamentale che di questi tempi viene e verrà parecchio discusso, quello sulla libertà.
Ne discuterò anch’io, nei prossimi giorni qui sul blog. Ma, ora, leggete Davide Sapienza, che ringrazio di cuore per avermi concesso di pubblicare le sue considerazioni.
[…] Il nostro benessere dipende anche da un equilibrio il cui perno è il rapporto con il nostro spazio vitale. Questa relazione intima permette di processare al meglio il nutrimento che proviene dal cibo che mangiamo e dalle informazioni che riceviamo. Un equilibrio che fornisce “ossigeno pulito” all’organismo e che serve per stare bene in tempi difficili, rinforzando il sistema immunitario aggredito dal forte stress che stiamo subendo. Relazione utile per testare anche il nostro senso di responsabilità. In realtà, non esiste il “divieto di passeggiata”, è stato scritto e anche detto da fonti ufficiali: uscire sotto il cielo permette di mantenere un equilibrio e di non sentire il territorio lontano e distaccato. Serve a evitare l’assalto dei fantasmi della mente. Esiste però il divieto di essere irresponsabili. Essere umani non significa abdicare al più elementare diritto naturale di evoluzione spirituale e culturale, propellente ecologico per esercitare il senso di responsabilità. In questo tempo difficile, dopo il quale nulla sarà uguale a prima, aiutarci a svilupparlo significa prepararci a ciò che verrà dopo. Lasciateci fare due passi, saremo cittadini migliori e più responsabili. Grazie.
[Immagine tratta dal sito di Topipittori, qui.]Qualche giorno fa ho pubblicato questo post nel quale esprimevo le mie perplessità di fronte alla chiusura delle librerie imposta dai provvedimenti emergenziali per il coronavirus. La mia opinione era (e sarebbe tutt’ora) basata da mera passionalità verso i libri e la lettura, lo ammetto, al punto da ritenerli “cibo” fondamentale e necessario per la mente al pari di quello per il metabolismo ma, ribadisco, è un punto di vista passionale più che razionale.
Al post ha risposto tra gli altri, sulla mia pagina facebook, Paolo Canton, editore di Topipittori, tra le più apprezzate case editrici italiane di libri illustrati per bambini e ragazzi, con un commento articolato e meravigliosamente dissenziente, ovvero di quei dissensi preziosi per disquisire con profondità sul tema dibattuto e capirlo al meglio, al punto che le sue osservazioni hanno saputo fugare buona parte di quelle mie perplessità iniziali. Mi resta la convinzione che questo periodo di forzata clausura domestica possa e debba in qualche modo essere sfruttato per agevolare la lettura in chi non sia un lettore, ma comprendo che dalle italiche parti non sia la cosa più facile da mettere in atto.
Ve le propongo di seguito, le osservazioni di Paolo Canton, ringraziandolo per il consenso alla pubblicazione.
Di mestiere faccio l’editore (per ragazzi, per giunta) e, per quanto il provvedimento mi arrecherà un danno diretto (inteso come una contrazione del fatturato), sono convinto sia un bene che sia stato preso, per una serie di ragioni. La prima è la sicurezza dei tanti amici (e nemici, e semplici conoscenti) che fanno questo mestiere: restare aperti al pubblico oggi significa esporre se stessi e gli altri a rischi di contagio. La seconda è che i libri continueranno a poter essere acquistati, rivolgendosi a dettaglianti online e alle molte, moltissime librerie che si sono attrezzate per consegnare o spedire a domicilio: le librerie sono chiuse al pubblico, ma molti librai stanno ricevendo ordini e facendo pacchetti. La terza è che in questo momento librai, insegnanti, volontari e volonterosi stanno sommergendo letteralmente i lettori (soprattutto i “miei”) di letture ad alta voce, letture animate, letture in streaming: e sono convinto che siano le storie più che gli oggetti/libri ad appassionare le persone e a trasformare un non lettore in lettore e un lettore in lettore abituale. La quarta è che, in genere, i lettori non occasionali hanno una scorta di libri non letti a casa e, in ogni caso, hanno sempre la possibilità di rileggerne di già letti. Rileggere non fa affatto male. Anzi. La quinta rientra nel campo delle speranze più che delle disamine razionali: sarebbe bello che questa infausta occasione permettesse a molti di riscoprire modalità di lettura cadute in disuso (o usate limitatamente e solo con i più piccoli) come la lettura condivisa e la lettura ad alta voce. Poco potrebbe fare meglio alla diffusione della passione per il libro di tornare a raccontarsi l’un l’altro le storie che stanno dentro i libri.