La valle che non è una valle

[Cliccateci sopra per ingrandirla e godervela meglio!]

In effetti è geograficamente parecchio “strana”, la Val San Martino. Mi torna in mente la descrizione che ne fece il briviese Ignazio Cantù, fratello del più noto Cesare, nel 1859: «Margrado il nome, la valle di San Martino ad occidente e a mezzodì termina in una costiera a fondo calcarea, affatto aperta, ed è lambita dall’Adda»; oppure quella di poco più tarda del carennese Gabriele Rosa: «La Valle S.Martino all’estremo occidentale della provincia di Bergamo, non è valle propriamente ma costriera degradante dalle cime di Serada, Ocù, Campiabona, Linsù, Albensa, elevate novecento metri sul livello del mare, sino all’Adda che ne scorre tutta la lunghezza maggiore, di dieci chilometri da Vercurago a Villa d’Adda». Insomma, se una “valle” può definirsi tale quando presenta una «forma concava del suolo costituita da due opposti pendii (fianchi o pareti) che si incontrano in basso lungo una linea (filone di valle) o una striscia pianeggiante (fondo di valle, e più com. fondovalle), con pendenza generalmente in un verso, percorsa di solito da un corso d’acqua», come sancisce un buon vocabolario, la Val San Martino lo è in maniera assai parziale e poco riconoscibile. Per singolare paradosso, ove il nostro territorio riacquisisce seppur localmente – ma da secoli – il toponimo e le fattezze morfologiche di “valle” cioè a Pontida (nel medioevo Vallis Pontidæ), di una “valle” propriamente detta non si tratta ma di un “corridoio orografico”, per usare la corretta definizione geografica.
Tuttavia la singolarità valliva locale non finisce qui: nemmeno in senso geopolitico la Val San Martino acquisirebbe una fisionomia unitaria determinata. Storicamente divisa dal confine storico posto lungo il corso del fiume Adda prima tra Venezia e Milano, poi tra le provincie di Bergamo e Como e quindi, in tempi recenti, tra quelle di Bergamo e Lecco che ne ha ulteriormente e inopinatamente spezzato l’unitarietà geosociale, anche da questo punto di vista la valle ha sempre faticato a farsi identificare in modo omogeneo dall’immaginario comune. È un curioso paradosso, quello che offre la Val San Martino: uno spazio antropizzato morfologicamente eterogeneo e politicamente diviso, per di più territorio di confini storici più o meno rigidi, eppure da millenni zona di transiti di persone, genti e merci, eserciti e pellegrini, commercianti e viaggiatori, eccetera. Un territorio a suo modo cosmopolita, si potrebbe dire oggi, in ciò riflettendo – se così posso dire – l’”apertura morfologica” che la sua particolare geografia presenta.
E dunque, posto tutto ciò, viene da chiedermi: ma alla fine che razza di “valle” è, la Val San Martino? Ha un suo senso, una connotazione identitaria di qualche genere? Ha un proprio Genius Loci, come ce l’ha ogni luogo propriamente e compiutamente tale? O si tratta solamente di una specie di “equivoco” storico e geopolitico se non, peggio, di un non luogo, per usare la celebre definizione di Marc Augé?

Questo è un brano tratto da Il “luogo” Val San Martino. Geografia, paesaggio, immaginario, identità: per una definizione presente e futura del Genius Loci della valle, il mio saggio presente nel volume Oltre il Confine. Narrare la Val San Martino. Per saperne di più, cliccate sull’immagine qui sopra. La foto in testa al post è di Alessia Scaglia, autrice di tutte le immagini presenti nel mio testo e di molte altre che impreziosiscono il volume.

Quando “seggiovia” fa rima con “follia”

(P.S. – Pre Scriptum: il seguente articolo è stato pubblicato su numerosi media d’informazione della provincia di Lecco il giorno 8 agosto scorso.)

Voglio sottoporvi alcune personali considerazioni circa il progetto presentato qualche giorno fa ad opera di Regione Lombardia che prevede «l’espansione» dei Piani di Bobbio e di Artavaggio (Valsassina, provincia di Lecco), focalizzandomi in particolar modo su questa seconda località dacché sono fermamente convinto che costruire impianti di risalita e riportare lo sci su pista a Artavaggio rappresenta una follia assoluta e, per molti versi, una forma di violenza inaccettabile verso un luogo speciale che non se lo merita affatto. In tal senso, sono considerazioni che possono ben valere per altre località dell’arco alpino di storia e caratteristiche simili.

Spiego perché affermo quanto sopra.

Quando io e gli amici-colleghi di penna Sara Invernizzi e Ruggero Meles abbiamo scritto la guida della Dorsale Orobica Lecchese, la “Dol dei Tre Signori, tra i punti fermi da non tralasciare ci siamo dati quello di scrivere della storia recente ovvero della sorprendente rinascita dei Piani di Artavaggio, fino ai primi anni Novanta rinomata stazione sciistica e poi – così abbiamo scritto e potete leggere nel volume,

«Complici annate sempre meno nevose, crisi finanziarie e la concorrenza di altre stazioni sciistiche ben più attrezzate e rinomate, con la neve sparirono gli impianti di risalita e addirittura si chiuse la funivia; nella conca tornarono per anni il silenzio invernale e lo scampanare delle mucche in estate. Nel 2006 la funivia è stata riaperta, gli skilifts smantellati e sono stati installati semplici tapis roulant per bambini e principianti; nondimeno Artavaggio ha goduto di una rinascita per certi aspetti sorprendente, rappresentando nel suo piccolo un caso emblematico di una fruizione post-sciistica e sostenibile della montagna che può fare da modello a numerose altre località, un tempo sedi di impianti e piste, che negli anni recenti hanno subìto una sorte simile e il conseguente oblio turistico. Oggi si è ormai consolidata come una meta molto frequentata da chi pratica lo sci alpinismo, le ciaspolate o da famiglie che con semplici passeggiate sulla neve possono raggiungere i numerosi rifugi ai piedi della suggestiva piramide del Monte Sodadura, autentico simbolo del territorio.»

[Immagine tratta da familyplanet.it.]
Artavaggio è diventato un modello di rinascita post-sciistica così interessante da suscitare l’interesse di molti studiosi delle tematiche legate al turismo e allo sviluppo dei territori montani. Alcuni di essi mi hanno contattato per avere più informazioni al riguardo, sapendo che fossi della zona, e personalmente lo scorso anno ci ho accompagnato un amico ricercatore torinese che sta scrivendo un testo sulla fine dello sci su pista in molte località delle Alpi italiane, il quale mi ha chiesto espressamente di conoscere e vedere di persona il luogo: abbiamo raccolto ricordi, documentazioni e testimonianze, parlato con i rifugisti storici dei Piani, constatato quanto la località sia oggi amata proprio per la sua ritrovata genuinità montana – al netto di quei pochi tapis roulant presenti ad uso dei principianti, ben poco invasivi rispetto agli impianti di risalita veri e propri soprattutto per degli spazi così aperti, prativi e pressoché privi di vegetazione arborea come quelli di Artavaggio.

Provate a salire ai Piani di Artavaggio con la funivia che parte da Moggio in un weekend invernale di bel tempo o in una domenica estiva: vi dovrete sobbarcare una lunga coda e parecchia attesa. Chiedetevi perché tutte queste persone salgano ad Artavaggio e non ai vicini Piani di Bobbio, località totalmente dedicata allo sci su pista con tutti gli annessi e connessi. O, meglio ancora, chiedetelo direttamente a loro, ai gitanti, perché preferiscano Artavaggio. Poi saliteci pure voi e, superata la valletta nella quale sono piazzati i tapis roulant, esplorate gli ampi pendii prativi, innevati d’inverno, che salgono verso le balze dolomitiche dei Campelli e la piramide del Monte Sodadura, con alle vostre spalle il panorama eccezionale delle Grigne, del Resegone e laggiù la Pianura Padana fino alle dorsali appenniniche… Contemplate la “montagna” che vi ritroverete intorno nel suo senso più compiuto e priva degli elementi di disturbo (visivo e acustico) così presenti altrove, dove il turismo meccanizzato la fa da padrone, e capirete il successo dei Piani di Artavaggio, capirete perché sono rinati e perché siano così tanto apprezzati.

[Immagine tratta da www.montagnelagodicomo.it.]
Ora, spero, capirete anche perché installare nuovamente impianti di risalita e pretendere di riportare lo sci su pista ai Piani di Artavaggio (a 1600 m di quota con un’esposizione sfavorevole dei pendii, peraltro, sui quali ben difficilmente nevicherà ancora come un tempo) rappresenta una dissennatezza assoluta, una totale mancanza di conoscenza della storia del luogo e delle sue peculiarità, una prepotenza inutile e dannosa messa in atto per interessi totalmente avulsi dal luogo nonché, come ho accennato all’inizio, una vera e propria violenza, materiale e immateriale, alla ritrovata vitalità di un luogo diventato un modello di autentica rinascita alpina. Significa “accoltellarne” alle spalle lo spirito e l’identità, significa soffocarne le potenzialità presenti e future, forse perché ritenuti elementi scomodi e fastidiosi rispetto alle scriteriate ossessioni impiantifere, un po’ olimpiche e un po’ elettorali, manifestate da certi amministratori pubblici. Tutto questo, per giunta, con la realtà climatica che stiamo affrontando e ci aspetta nei prossimi anni, che evidentemente lorsignori non vedono e non conoscono perché, forse, vivono su un’astronave in orbita attorno a un altro pianeta dalla quale la realtà dei fatti, quaggiù, appare così lontana da risultare invisibile e inconoscibile!

Adesso capite pure perché i promotori del progetto in questione non hanno capito nulla?

Quello imposto ai Piani di Artavaggio è un progetto che rappresenta una follia assoluta, non ci sono altre definizioni adeguate. Una follia da contrastare in ogni modo possibile.

La follia, ai Piani di Artavaggio

Ringrazio di cuore gli organi d’informazione del lecchese che hanno onorato di un loro spazio le considerazioni personali inviate alle rispettive redazioni in merito al progetto regionale di “espansione” dei Piani di Bobbio e di Artavaggio, con particolare attenzione e analisi su questa seconda località, divenuta negli anni un modello di rinascita post-sciistica tanto virtuoso e esemplare quanto, evidentemente, scomodo.

Nel mio piccolo mi auguro, con quelle considerazioni, di contribuire a un dibattito costruttivo sul tema, quanto mai necessario per un autentico buon sviluppo futuro delle nostre montagne in questo mondo sempre più mutevole e problematico.

Nei prossimi giorni troverete anche qui sul blog il testo completo pubblicato dai media citati.

Montagne lombarde: decine di milioni di Euro, zero idee

Di nuovo mi tocca noiosamente (viste tutte le volte che già l’ho dovuto fare, e chiedo venia per ciò) evidenziare lo sconcerto che si manifesta in me nel leggere notizie come quella a cui si riferisce l’immagine qui sopra (cliccateci sopra per leggerla). Interventi che ogni volta vengono pomposamente presentati come fossero la “soluzione ideale” alla realtà dei territori montani ma che invece non fanno altro che dimostrare palesemente la TOTALE mancanza di visione strategica e parimenti politica nei confronti delle nostre montagne e del loro sviluppo futuro. Nessuna progettualità, nessuna reale programmazione a medio-lungo termine, nessun piano di interventi strutturali che sostenga l’intero territorio in oggetto e tutta la sua comunità. Tutto resta legato ai soliti vecchi, spesso fallimentari modelli, alla monocultura dello sci, alla montagna come bene di consumo da vendere all’ingrosso al cliente-turista, come fossimo ancora negli anni Settanta del Novecento: forse, mi viene da pensare, perché spendere i soldi in questo tipo di turismo sciistico è facile e non serve avere molte idee per farlo come invece ne abbisognerebbero per progettualità più strutturate, e parimenti così è più facile formulare mirabolanti dichiarazioni propagandistiche accompagnate da sorrisoni vanagloriosi esibiti alla stampa!

Insomma: non c’è nessuna nuova intuizione, iniziativa, idea riguardante tutte quelle belle parole che così spesso sentiamo proferire nei succitati discorsi pubblici: “destagionalizzare”, “sostenibilità”, “sviluppo”, «integrazione tra sport, natura e ambiente» (sic)… e ugualmente non c’è nulla che vada realmente e concretamente a favore di chi abita i luoghi, di chi li vive e li rende vitali a prescindere da ogni altra cosa. Anzi: nello specifico, per farla breve, si vuol fare che gli sciatori a Bobbio arrivino e se ne vadano più rapidamente di prima – un turismo mordi e fuggi all’ennesima potenza, insomma: proprio ciò che serve alla montagna! – nel mentre che si pensa soltanto a far trovare loro un facile parcheggio (come dite? “Mobilità sostenibile”? Non pervenuta, mi dispiace). Ancora peggio, ai Piani di Artavaggio, diventati negli ultimi anni un esempio emblematico e virtuoso di rinascita post sciistica studiato anche da oltre i confini regionali (parlo per esperienza diretta) e apprezzato proprio per la sua pressoché ritrovata naturalità, si vuole ricominciare a sviluppare un luna park impiantistico: certo, in montagna camminare per qualche minuto sulla neve per tornare alla stazione della funivia è un crimine contro l’umanità, no?
Un’autentica follia, insomma. Anzi, per restare in tema, il “crimine” potenziale – a danno della bellezza del luogo e al suo buon futuro – è proprio quello che i promotori del progetto in questione vorrebbero realizzare.

Ma forse questi figuri non ce la fanno, non ci arrivano proprio a vedere la realtà effettiva delle cose e a comprenderla, come fossero accecati – qui in Lombardia – da due grandi scritte al neon: “ELEZIONI 2023” e “OLIMPIADI 2026”! E come se non esistesse altro che lo sci e tutto andasse bene, come se il mondo nel frattempo non stesse andando altrove (non solo dal punto di vista climatico) e le montagne, per quegli amministratori, rimanessero null’altro che spazi da far monetizzare il più possibile (a favore di chi, poi?) e senza alcuno scrupolo per la loro essenza culturale, sociale, ambientale. Risultato, in tal caso: altri undici milioni sottratti al buon futuro dei territori montani.

A quanto ammonta ora il totale dei soldi buttati al vento dei monti? Ma ci rendiamo conto di quanto denaro sta venendo sprecato in questi modi? E di quante cose si potrebbero realizzare per sostenere realmente e compiutamente l’economia dei territori di montagna?

Fatto sta che il denaro per queste iniziative lo si trova sempre facilmente ma nel frattempo, mi dicono dall’alto Lario, in questo periodo per trovare un medico di base bisogna percorrere quasi 50 km su strade per la gran parte di montagna. Costruire impianti sciistici dove non nevica quasi più, sparare neve finta e realizzare megaparcheggi da utilizzarsi per poche settimane all’anno evidentemente in Lombardia è più importante che salvaguardare e sviluppare la sanità pubblica o potenziare altri servizi primari per le comunità che vivono in questi territori, già.

“Sviluppo integrato delle aree montane”? Sì sì, proprio vero. Complimenti!

Un talk condiviso sul buon sviluppo della montagna, giovedì ai Piani Resinelli (aperitivo incluso!)

È un onore e un piacere essere ospite di Resinelli Tourism Lab per chiacchierare di montagne nel ciclo di talk PERSONEFANNOCOSE, giovedì prossimo 28/07 alle 19.30 ai Piani Resinelli. Ancor di più lo è perché sarò presente lassù, ai piedi della meravigliosa Grignetta, non per insegnare qualcosa ma per imparare moltissimo: da chi interverrà, dal loro legame con il luogo e la sua essenza, dal luogo stesso, dal paesaggio narrante innumerevoli storie, da quella dimensione speciale nella quale si può entrare ogni qualvolta saliamo su una montagna scoprendoci sempre qualcosa di nuovo, prezioso, illuminante. Qualcosa che possiamo imparare, assimilare, comprendere per poi “riportare” alla montagna (da residenti stanziali tanto quanto da visitatori occasionali, la cosa non cambia), contribuendo fattivamente al suo più virtuoso sviluppo così da salvaguardarne l’essenza tanto fondamentale. In fondo la montagna non potrebbe offrirci il suo paesaggio così straordinario se noi non fossimo capaci di percepirlo, comprenderlo, elaborarlo e apprezzarlo: su questa relazione armonica si fonda il senso e la sostanza della nostra presenza sui monti, e la possibilità di costruire lassù il miglior futuro possibile, a favore dei territori di montagna, di chi ci vive e li fa vivere ma, in fondo, a vantaggio di chiunque.

Dunque vi aspetto, giovedì alle 19.30 ai Piani Resinelli presso la sede dell’Ufficio Turistico, di fronte alla chiesetta dei Piani. Ricordate che la prenotazione è obbligatoria alla mail resinellitourismlab@gmail.com, mentre per saperne di più su PERSONEFANNOCOSE, date un occhio qui. Non mancate, ci sarà da divertirsi – e da mangiare/bere, il che non guasta affatto, no? 😉