Il paesaggio fuori, e dentro

[Immagine tratta dal web.]
Di recente sono tornato a camminare per i monti sui quali ho trascorso le vacanze estive dagli zero ai vent’anni e più, luoghi che, per tale motivo, si sono inesorabilmente impressi sulla personale mappa geografico-genetica del mondo che ho vissuto, e vivo, con tratti ben marcati almeno quanto quelli dei sentieri che i monti in questione percorrono. Ci sono tornato nel periodo della fioritura dei rododendri, che chiazzavano con vivide macchie rosse ampie parti del vallone percorso in modi a volte così armoniosi con gli altri elementi sul terreno – massi, fiori d’altro genere, cespugli, piante, ruscelli – da ipotizzare la progettazione da parte d’un giardiniere dotato di notevole bravura e gusto.

Ma, stavolta, non è stata questa evidente e sorprendente bellezza spontanea a rigenerare la relazione “genetica” che ho maturato con questi luoghi, posta la frequentazione fin dall’infanzia, ma una cosa più immateriale e apparentemente banale come il profumo di quei tanti rododendri sbocciati e rosseggianti un po’ ovunque. Un profumo, una sensazione, una “chiave olfattiva” che ha aperto rapidamente tutti i cassetti in cui avevo riposto ben ordinari gli elementi fondativi del mio legame, della relazione con quei luoghi. Così, con l’aiuto di tutte le altre sensazioni e percezioni che stavo raccogliendo già con la sola presenza lì, in quel luogo e in quel presente ma, appunto, grazie soprattutto allo strumento fondamentale di quel potente, fragrante passe-partout, si è immediatamente ravvivata l’identificazione personale con il territorio, l’ambiente e il suo paesaggio, la riconoscibilità reciproca – io nel luogo e il luogo in me -, l’identificazione con essi nella personale ecostoria in loco, fatta tanto di memoria (giammai offuscata e svanente, tutt’altro) quanto di percezioni del momento consce e inconsce, materiali e immateriali, nonché del bagaglio di esperienze legate al luogo che mi porto appresso. Insomma, è bastato cogliere il profumo dei rododendri in fiore – una roba ovvia, ribadisco – per trasportarmi in un non tempo, ovvero un “tempo sospeso”, che ha avvolto tale iper-spazio, nel senso di un luogo così significativo e carico di significati per me, in cui ho potuto ritrovare me stesso come quarant’anni fa e parimenti come nel momento presente e in un qualsiasi futuro nel quale mi possa ritrovare di nuovo lì, in quei luoghi, a camminare, osservare, stare come ogni volta. Il tutto con un pacato eppur vivido fremito emotivo, che fluiva come una corrente d’energia nel contatto tra me e il territorio. Sia chiaro, non sto dicendo qualcosa del tipo «ho di nuovo sentito il profumo dei rododendri e sono tornato bambino»: no, non è così semplice, ribadisco che qui non si tratta di ritrovare un certo tempo della vita ma di intercettare una dimensione senza tempo, dunque in tal senso neutra e proprio per questo così capace di rendere vivide e forti le percezioni che ho ricavato dalla mia presenza lì, le energie presenti in loco che ogni volta capto e raccolgo come una pianta raccoglie la linfa vitale grazie all’esplorazione delle radici nel terreno. La sola differenza è che la pianta è una creatura stanziale, io no; ma ho le radici a mia volta e le mie linfe con cui nutrirmi, assolutamente.

Inoltre, ho compreso nuovamente e con grande forza come il paesaggio sia qualcosa che non esiste fuori da noi se non si genera e acquisisce valore dentro di noi, con tutto quello che abbiamo dentro e che può contribuire a generarlo, a costruirne la visione, la valenza culturale, la percezione, la sensazione dello starci dentro paritetica a quella che fa stare il paesaggio dentro di noi. Il territorio, il luogo, la visione, la geografia, la storia, il ricordo, la conoscenza culturale, le sensazioni, le emozioni, i profumi e i rumori, il freddo o il caldo dell’aria, il Sole e le ombre, la fatica, la bellezza, la felicità, il dolore… tutto questo è il paesaggio nel momento in cui ci stiamo. Per questo, sotto certi aspetti, il paesaggio è ciò che noi siamo dentro: le montagne, le colline, i laghi, i fiumi, le case, i boschi e il cielo che vediamo fuori forse li abbiamo anche dentro, quale geografia antropologica, culturale, emotiva, spirituale, che dà forma alla nostra mente, all’animo, allo spirito.

Fernando Pessoa ne Il libro dell’inquietudine scrisse che «È in noi che i paesaggi hanno paesaggio. Perciò se li immagino li creo; se li creo esistono; se esistono li vedo.» Mi viene da aggiungere, sperando di non apparire così tanto immodesto, che se i paesaggi esistono e li vedo, se li vedo posso vedere me stesso in essi, perché vedo essi dentro di me. Dunque, se esiste il paesaggio, da questo punto di vista, esisto anche io. Se non esiste – se non sono in grado di crearlo, per come ho detto poco sopra – in fondo nemmeno io posso esistere in esso.

Forse è anche per questo che bisogna constatare così diffusamente una certa scarsa considerazione ambientale del mondo in cui viviamo: perché non sappiamo vederci dentro di esso, non lo sappiamo creare, concepire e vedere, dunque non vediamo nemmeno i danni che ad esso cagioniamo. E che cagioniamo a noi stessi, peraltro. Una questione di disfunzione sensoriale autolesionistica, insomma.

Non so, forse è proprio così, chissà.

Il paesaggio “potente” della Valle della Pietra (Val Gerola, Sondrio)

Ve ne sono molti, di luoghi nelle Alpi, che sanno condensare nel loro breve spazio gli elementi fondamentali del paesaggio montano, vette, roccia, acqua, neve, boschi, orizzonti, altezze, imponenze, maestosità, bellezza, grandiosità. Ma pochi lo sanno fare con la condensazione di potenza di un luogo che non offre grandi massicci montuosi e altitudini così importanti, che non ha la rinomanza di altri territori e che, per giunta, non è nemmeno sulle Alpi. È l’alta Valle del Bitto di Gerola, laterale della Valtellina, a compiere un tale prodigio: nella sua parte occidentale, ove il bacino principale si conforma nella Valle della Pietra che a sua volta, più in quota, si divide nella Valle dell’Inferno e nella Valle di Trona, presenta un paesaggio possente, di bellezza decisa e conturbante, di vette che strisciano sul cielo apparendo ben più elevate di quanto siano, di rocce che raccontano storie di avvincenti duelli geologici iniziati in ere lontanissime, di acque che risuonano la loro vitalità in quasi ogni minima piega del terreno, di angoli che sembrano sul ciglio dell’infinito e altri invece misteriosi, arcani, avvolti e celati nelle pieghe della montagna la cui eventuale scoperta diventa subito segreto prezioso nel cuore e nell’animo del visitatore.

La testata della Valle della Pietra vista dai pressi del Rifugio Trona Soliva, in versione estiva. Da sinistra, il Pizzo di Mezzodì, i Denti e il Pizzo di Mezzaluna, la Valle di Trona con la diga e l’omonimo bacino artificiale, il Pizzo di Trona, la Valle d’Inferno nella quale si intravede la diga dell’omonimo bacino sovrastato dalla mole del Pizzo dei Tre Signori. Immagine tratta da www.valgerolaonline.it, cliccateci sopra per ingrandirla.

È un paesaggio alpino alla massima potenza ma senza esserlo, appunto: “tecnicamente” ovvero geograficamente, la valle appartiene alle Prealpi Bergamasche, che tuttavia qui è come se volessero sfidare in stupore e meraviglia i più celebri colossi alpini dirimpetto, i cristalli di granito del Masino e la mole ghiacciata (chissà ancora per quanto) del Disgrazia, ben visibili dalla parte opposta della Valtellina. Loro sì che “Alpi” ce l’hanno scritto sui documenti d’identità geografica, così ben più elevati, più decantati, più frequentati: forse anche in forza di tale sfida le vette prospicienti l’alta Valle della Pietra si sono protese verso l’alto più di quanto la loro originaria sorte orografica aveva forse stabilito, conformandosi in piramidi audaci e nervose, come il Pizzo di Trona o il Varrone, oppure sfilacciandosi in innumerevoli pinnacoli più o meno esili come quelli del Pizzo di Mezzodì o del Pizzo Mezzaluna (notate la suggestiva bellezza dei toponimi della zona, peraltro!), in bilico apparente sul vuoto degli alti circhi o forse così tremolanti perché riflesse, le loro rocce ammonticchiate, nelle acque dei laghi che occupano le conche sommitali, un tempo palcoscenico per chissà quanto scenografici e ruggenti ghiacciai che sembrano svaniti da poco, in fondo.

E poi, a sovrastare con placida ma decisa imponenza su ogni cosa, sua maestà il Tre Signori, vero e proprio fulcro cosmico del territorio al quale le cime intorno fanno da attente guardie e da scudieri fidati, per la cui identificazione basta semplicemente dire «il Pizzo»: è inequivocabilmente lui, il sovrano indiscusso eppure bonario (da questo versante, mentre altrove si fa ben più ardito) con la sua enorme gobba di rocce lisce che sale quasi stancamente verso l’alto come fosse oberata dalla plurimillenaria storia che si porta dietro e che lo stesso suggestivo oronimo segnala, anche se solo in parte. Lassù, sulla sua vetta, si incrociano da secoli storie, domini, genti, culture, confini, aspirazioni, emozioni e vi giungono narrazioni molteplici e poliedriche eppure armoniche che nell’insieme formano la lettura di un romanzo assolutamente coinvolgente e sorprendente, di quelli che non t’aspetti così intriganti perché pensi ad altre come a grandi letture e invece scopri che lo è pure questa, che la lettura di questo territorio è del tutto appassionante in ogni sua pagina, ti prende con l’emozione dell’inaudito svelato, che nei personaggi delle sue storie, siano essi gli antichi Celti o i Romani che probabilmente già sfruttavano l’abbondanza di ferro di queste montagne oppure gli alpeggiatori che da secoli e ancora oggi producono formaggi eccezionali o ancora gli ingegneri e le maestranze che nel Novecento hanno costruito nelle alte conche un piccolo ma significativo “paesaggio idroelettrico” le cui dighe dialogano armonicamente col territorio come sculture moderne in un ampio salone di foggia antica regalandovi avvenenza e attrattiva idriche, ecco, con tutte queste figure che si sono relazionate con i monti della zona viene naturale identificarsi, anche solo percorrendo i loro stessi remoti cammini che intessono lo spazio, percorrono il tempo e, sul terreno, ne codificano il peculiare alfabeto antropologico iscrivendovi le narrazioni di quell’originale romanzo locale.

La stessa foto sopra pubblicata in versione invernale. Immagine tratta da www.valgerolaonline.it, cliccateci sopra per ingrandirla.

Tutto è potenza alpestre, quassù, e tutto quanto concentrato in un spazio relativamente piccolo che in tal modo concentra pure la bellezza e il fascino, il che dilata la percezione delle sue dimensioni materiali e immateriali rendendolo apparentemente vastissimo, latore di una geografia tanto semplice quanto ampia e articolata, generatore di orizzonti innumerevoli e multiformi che in un solo paio di sguardi unisce la maestosità alpina e la vastità padana. Così, «il Pizzo», i suoi quasi “banali” 2554 metri di quota li gonfia fino a sembrare ben più alto, ben più maestoso e dominante su questo piccolo/grande mondo di inopinate e garbate sorprese, signore indiscusso sulla cui sommità ci si può sentire tutti quanti “re” come ci si sente tali – ci si dovrebbe sentire tali – sui monti: regnanti su tutto, padroneggianti su niente. Eccetto che sulla bellezza e sulla relativa meraviglia: e di esse, in questa valle così alpina senza essere “alpina”, ce n’è un dominio dei più ricchi, potenti ed emozionanti.

È reato qualunque discussione politica e religiosa

È sancito il divieto di ubriacarsi in modo ributtante, russare oltre il la del contrabbasso, zefireggiare in modo miasmatico, roteare, sputacchiare in terra e sulle muraglie, e in genere qualunque atto contrario all’igiene e alla morale, come pure è reato qualunque discussione politica e religiosa.

Dal “regolamento di gestione” della Cà di Sciùur, conosciuta anche come Cà di Ladér, suggestiva costruzione in stile rustico alpino edificata nel 1878 a quasi 2000 metri di quota sulle rive del Lago Palù, in Valmalenco, una delle località più belle delle Alpi lombarde. Casa che purtroppo risulta abbandonata da molto tempo e ormai a rischio di crollo imminente, quando invece meriterebbe ben più considerazione e un’adeguata rivalorizzazione – possibilmente non bassamente turistico-consumistica ma consona alla fruizione culturale e sensibile della zona che la stessa casa induce (e un territorio così bello a sua volta merita).

Cliccando sull’immagine di Michele Comi, tratta da qui, potrete saperne di più; della Cà di Sciùur ne parla anche un bell’articolo la rivista “Le Montagne Divertenti”, nel numero 52 – primavera 2020, dal quale ho tratto la citazione sopra riportata.

Nota personale: a parte il notevole zefireggiare, che già da solo vale un bell’applauso, “chapeau!” all’ultima regola, che considera reato «qualunque discussione politica e religiosa» perché evidentemente ritenute «contrarie all’igiene e alla morale», come sentenzia la regola precedente. Be’, come non essere pienamente d’accordo?

Camminare, la grande libertà

Solo camminando potremo fare esperienza della libertà, concetto astratto se descritto da seduti, realtà concreta se praticata. Poi cresciamo e la diabolica comodità di spostarci con mezzi meccanici – il cui funzionamento è antitetico alla meccanica del nostro corpo – ci ha conquistato. Lentamente, ciò che per millenni aveva regolato il nostro rapporto con il mondo si è trasfigurato in astrazioni che non hanno favorito il nostro organismo, al contrario, lo hanno mortificato e ancora lo mortificano. Pensandoci bene, è ciò che continuiamo a fare alla Terra: mortificandone gli sforzi di tenerci nella sua comunità.
Camminare può essere faticoso, proprio come vivere. Ma camminare, come vivere, è un atto libero da qualsiasi dipendenza. I piedi ci possono condurre ovunque. La loro intelligenza primordiale sa trasformare gli impulsi del corpo in immagini della mente, mappe, memoria, conoscenza, un percorso in continuo cambiamento che ci attraversa dallo sguardo attivando i nostri sensi, raffinando la nostra percezione. Più tutto questo è vivo, più siamo liberi. La specie umana non può sostituire la prossimità corporea, la permanenza, l’adesione alla Terra: è un dato biologico, occorre dare spazio al proprio respiro per calibrarsi con ciò che ci circonda, per arrivare a quella formidabile sensazione di comprendere la vastità del mondo e del nostro posto nella sua immensità.

(Davide Sapienza, sempre meravigliosamente illuminante, in Camminare, la grande libertà, pubblicato su “Vanity Fair” il 14 giugno. Cliccate sull’immagine in testa al post per leggere l’articolo nella sua interezza.)

Assembramenti

Domenica scorsa io e Loki, il mio segretario personale a forma di cane, siamo tornati a camminare per boschi che non attraversavamo da quando è iniziato il lock down per il coronavirus. E abbiamo notato – be’, forse più io che lui che è normalmente più interessato ad altri argomenti, suppongo – che c’era un gran assembramento, appena a fianco dei sentieri percorsi: di alberi, non di umani. E c’è venuto da constatare – ma sempre più a me che a lui, penso – che la situazione era inversa a quella che gli umani hanno dovuto subire negli ultimi due mesi: sui monti, dove agli umani era vietato andare sempre in forza delle restrizioni per il coronavirus, gli alberi sono potuti (si fa per dire) restare ben assembrati; nelle città, dove agli umani era consentito stare ma con tutti gli accorgimenti di sicurezza del caso, peraltro spesso non troppo rispettati (e non sempre per colpa di chi li avrebbe dovuti rispettare ma non poteva farlo), agli alberi è spesso proibito creare assembramenti, preferendo ad essi asfalto e cemento (entro i quali poi, quando prendono la forma di megacentri commerciali con relativi superparcheggi, gli umani si assembrano in modi francamente folli).

Mi auguro che ora, con l’allentamento delle restrizioni, siano riviste anche queste bizzarre limitazioni: che gli umani possano tornare ad “assembrarsi” nei boschi (cosa peraltro alquanto improbabile, vista la vastità delle foreste a disposizione) e che agli alberi sia consentito di assembrarsi nelle città e nelle zone urbanizzate molto più che in passato. Sarebbe un’opportunità preziosa e di cui giovarsene parecchio, io credo – e se ne gioverebbe anche Loki, il mio segretario personale a forma di cane, quando in città abbia certi bisogni fisiologici da espletare senza doverli gioco forza fare sui selciati delle pubbliche vie. Ecco.