Un leone di 200 anni

Il Löwendenkmal. Soltanto la bella scultura d’un leone in una falesia rocciosa, verrebbe da dire… Ovvero, con meno superficialità, il monumento creato dallo scultore danese Bertel Thorvaldsen in memoria dei soldati svizzeri caduti in difesa del Re di Francia nella battaglia delle Tuileres, nel 1792. Comunque una sorta di mausoleo all’aperto come se ne possono trovare tanti, in giro per il mondo…
Invece vi è di più. Un di più che non è da vedere e cogliere nello sguardo, ma da percepire e comprendere con lo spirito fin da quando ci si avvicina al minuscolo parco che cinge il monumento, e che quasi inaspettatamente ci si ritrova davanti, in mezzo al traffico e ai palazzi cittadini… Entrandovi senza far caso alla pletora di soliti banali negozi di souvenir, come guidati da un profumo intenso di tabacco da pipa, o di sigaro… Da una folta capigliatura, e da affabili baffi… Dalla figura nobile e vivace di Mark Twain, e dalle sue parole…
The Lion lies in his lair in the perpendicular face of a low cliff — for he is carved from the living rock of the cliff. His size is colossal… – Il suo atteggiamento è nobile. La sua testa è china, la lancia spezzata si conficca nella spalla, la zampa si poggia sopra e protegge i gigli di Francia. (…)
Intorno sono alberi verdi e l’erba. Il posto è un protetto, riposante angolo boscoso, lontano dal rumore, dal trambusto e dalla confusione – e tutto questo è giusto, che un leone muoia in un luogo del genere e non su piedistalli di granito nelle piazze recintati con fantasiose ringhiere in ferro. Il Leone di Lucerna sarebbe impressionante ovunque, ma in nessun luogo così impressionante da dove si trova. [1] (…) È il più triste e commovente blocco di pietra del mondo.
Scrivendo ciò nel suo celebre A tramp abroad, il grande scrittore americano colse perfettamente l’essenza profonda di questo monumento. Sulle sue orme, e nella sua scia, mi reco al suo cospetto ogni volta che arrivo qui, entrando nel piccolo parco con passi lenti e leggeri, cercando di ignorare il vociare troppo rumoroso delle consuete comitive presenti che vi si approcciano come ad un’altra delle tante attrattive turistiche della città. Osservo la roccia scolpita in silenzio, scatto fotografie già scattate altre volte e ne sono consapevole, ma è come se cercassi ogni volta di catturare, attraverso l’obiettivo della macchina fotografica, almeno un poco della sacralità che questo luogo emana, la quale non ha nulla di “religioso” – non in senso classico e ovvio – e che va oltre la sua precipua natura commemorativa per diventare qualcosa di più ampio, di più intenso e universale. Come se l’espressione triste e struggente del leone di roccia, realmente commovente alla massima potenza, raffigurasse ed esternasse in qualche modo tutta la malinconia del nostro mondo moderno, l’afflizione per quanto vi è in esso di deleterio, di sventurato, e lo sapesse fare – in ogni modo lo si osservi – senza alcuna vuota retorica qui, in una delle città più belle ovvero meno tristi, dacché dotata di così grande avvenenza urbana per ogni visitatore, dell’intera Europa.
Sotto certi aspetti, ciò che il Kapellbrücke è per Lucerna i e suoi abitanti, il Löwendenkmal lo è su scala globale. Solo un leone scolpito nella dura roccia, appunto, ma in grado di scolpirsi in modo ugualmente indelebile in ogni spirito sensibile.

[1] “Il Leone giace nella sua tana sulla parete a perpendicolo di una bassa scogliera – dacché è scolpito nella viva roccia della scogliera. La sua dimensione è colossale…”. Il testo originale della restante citazione tradotta è il seguente: “…his attitude is noble. His head is bowed, the broken spear is sticking in his shoulder, his protecting paw rests upon the lilies of France. (…) Around about are green trees and grass. The place is a sheltered, reposeful woodland nook, remote from noise and stir and confusion — and all this is fitting, for lions do die in such places, and not on granite pedestals in public squares fenced with fancy iron railings. The Lion of Lucerne would be impressive anywhere, but nowhere so impressive as where he is.

Così, nel mio Lucerna, il cuore della Svizzera, ho raccontato il celeberrimo Leone di Lucerna che proprio oggi compie 200 anni, dato che fu inaugurato il 10 agosto 1821. Volutamente, nel narrare il mio incontro con il monumento ho tralasciato tutto il sovraccarico di pseudo simbolismi politico-ideologici che per qualcuno lo caratterizzano nonché la sua storia controversa (che potete approfondire qui). Resto ben distante da tali argomentazioni e, dalla prima occasione e ogni qual volta torno ad ammirarlo, conservo in me lo stesso sguardo e lo stesso spirito che con quelle parole così eloquenti Mark Twain ha saputo descrivere, per un luogo comunque sorprendente e profondamente affascinante il quale, ne sono certo, sa colpire chiunque e giammai con sovrascritture ideologiche del tutto fuori luogo ma con la sola, grande forza della sua materialità artistica nel sublime contesto urbano d’intorno.

Dunque buon compleanno, caro Löwendenkmal, e che la tua presenza in città resti solida come la roccia dalla quale affascini così intensamente tutti!

I “Paesaggi Remoti” di Alpes a Cervinia

Le tradizionali giornate ALPES per Cervinia dell’estate 2021, per la nuova edizione di “Sentieri d’Autore ai piedi del Cervino”, proporranno idee ed esperienze già in uso ma con un nuovo e più intenso sguardo sulla montagna e sul paesaggio del Cervino, affidandosi ancora una volta a testimoni d’eccellenza che hanno fatto dell’esplorazione, nel rapporto con la Natura e con il paesaggio e nell’arte, l’elemento centrale del loro pensiero e della loro opera professionale.
Sono due i focus di questa edizione, due diverse letture della pratica dell’esplorare paesaggi intessendo con essi relazioni intense e profonde al punto da risolvere la loro dimensione spaziotemporale in una nuova e personale geografia intima. Due personaggi differenti e altrettante differenti narrazioni per esplorare meravigliosi e sorprendenti “Paesaggi Remoti”:

L’esploratore di nuove vie e nuovi mondi: Walter Bonatti.
Dalle prime scalate alle ultime esplorazioni, con enorme talento e una dedizione senza compromessi, per tutta la vita Walter Bonatti andò alla scoperta del mondo e di se stesso.
A muoverlo era il desiderio di avventura, ma non solo: il suo rapporto con la wilderness era caratterizzato da una ricerca della dimensione selvaggia del mondo che all’inizio fu quasi inconsapevole, ma con gli anni si fece sempre più lucida e determinata, fino a diventare un vero e proprio “esperimento”. Fu anche grande protagonista del paesaggio del Cervino firmando la prima salita in solitaria sulla parete Nord (1965), l’ultima scalata estrema di Bonatti che successivamente abbandonò la carriera alpinistica per dedicarsi a quella dell’esplorazione in natura iniziando la sua collaborazione con la rivista “Epoca”, dando inizio alle sue leggendarie esplorazioni.
ALPES dedica a Walter Bonatti una serata di racconti, immagini filmati e narrazioni inedite, con Roberto Mantovani, Angelo Ponta e Daniela Berta e grazie alla collaborazione con il Museo Nazionale della Montagna di Torino che, nel decennale della scomparsa di Walter Bonatti, presenta la mostra Walter Bonatti. Stati di grazia, frutto e coronamento del lavoro di riordino, catalogazione e digitalizzazione dell’Archivio Walter Bonatti, donato al Museo l’8 agosto 2016 dagli eredi dell’alpinista ed esploratore.

L’artista delle montagne con il suo sguardo su un nuovo Cervino: Alessandro Busci.
Nel linguaggio di Busci, e soprattutto nel suo particolare Cervino che poi rappresenta tutte le montagne del mondo, si possono riconoscere le questioni che la montagna impone: paura, sbigottimento, caduta, ascesa ma anche protezione, ospitalità e accoglimento. Ai 3500 m dello storico rifugio Guide del Cervino, sul Plateau Rosà, verrà posta simbolicamente un’opera di Alessandro Busci che richiama BLUCERVINO, l’attuale personale dell’artista ospitata presso il polo museale del Forte di Bard fino al 17 ottobre 2021 con 40 opere dedicate all’iconica montagna e al suo fascino insuperabile. Una mostra curata da Luciano Bolzoni, direttore culturale di ALPES, che durante il mese di agosto è visitabile con gruppi organizzati anche con partenza dal Comune di Valtournenche.

Trovate il programma completo della due giorni di ALPES ai piedi del Cervino sulla locandina qui sopra. Per le prenotazioni agli eventi e per qualsiasi altra informazione al riguardo i riferimenti sono:

Il messaggio è il medium (a volte)

Vedete voi come certi messaggi, a volte, i quali vorrebbero promuovere una determinata cosa senza nessuna apparente possibilità di dubbi, per qualche loro piccolo o grande dettaglio possono finire per “promuovere” tutt’altro: ad esempio, nel caso personale di cui vi sto dicendo, un ricordo musicale di quasi trent’anni fa al quale si lega tutto un relativo mondo di memorie, immagini, reminiscenze e quant’altro che nulla ha a che fare con il messaggio del messaggio suddetto, appunto. In questo caso, dicevo, il cognome evidenziato nel messaggio lì sopra, ricevuto via mail nei giorni indicati, mi ha ricordato istantaneamente uno dei brani musicali più oscuri e inquietanti, se non terrorizzanti, che abbia mai ascoltato ovvero, in forza di queste sue peculiarità, un lavoro più legato alla performing art sonora che alla mera produzione di musica: Confesso tutto! dei Teatro Satanico, gruppo italiano di dark ambient sperimentale tra i più rinomati, che allora si faceva ancora chiamare “Teatro Satanico Charles Manson” (ma non si occupava e non si occupa di satanismo, come verrebbe da pensare) e che nel brano suddetto – che io ascoltai sulla compilation in audiocassetta (preistoria, già!) le cui copertine vedete qui sotto, la quale raccoglieva alcuni dei migliori esponenti della scena sperimentale di allora – nomina proprio un tal “giudice Candiani” in un testo, ribadisco, assolutamente inquietante ma, invero, volutamente provocatorio e potentemente teatrale.

Il brano in questione lo potete ascoltare cliccando qui.

Ecco. A volte un messaggio promozionale finisce per non promozionare ciò che vorrebbe ma ben altro, come detto, con buona pace di chi ne è protagonista: è un processo di apprendimento cognitivo assolutamente affascinante, questo. Ed è qualcosa che certamente procurerebbe una certa soddisfazione al caro professor McLuhan la cui celeberrima tesi, apparentemente sconfessata da questo episodio, in realtà da esso viene confermata in modo per così dire alternativo e, dunque, anche più emblematico.

P.S.: alla fine anche questo post è, a suo modo, ascrivibile alla rubrica domenicale “Ultrasuoni“, non credete?

 

La stessa fine

[Le immagini che potrete vedere sono tratte da questo articolo di “Greenme“.]
Vedo immagini semplicemente spaventose dei danni provocati dagli incendi di questi giorni, di migliaia di animali arsi vivi o gravemente ustionati, di boschi inceneriti – in Sardegna in special modo ma non solo. Immagini che flagellano il cuore e feriscono nel profondo: personalmente non riesco a guardarle che per pochi attimi ma da molte tolgo via lo sguardo subitamente, tanto sono terribili.

Be’, molto semplicemente, chiunque abbia causato e agevolato un crimine così orrendo, deve fare la stessa fine di quegli animali. La stessa fine, punto.

Ripeto: la stessa fine.

Ribadisco: la stessa fine.

Non può esistere pena “severa” per qualcosa di tanto crudele, ciò che prevede il Codice Penale per il reato di “incendio doloso”, pur apparentemente “pesante”, è una bazzecola rispetto al disastro e alla sofferenza cagionati. Per circostanze come quelle viste in Sardegna, e non solo lì dato che casi simili si stanno susseguendo anche altrove, il termine “severità” apparirà sempre inadeguato, manchevole di senso compiuto.

Chi ha provocato quella catastrofe, quella distruzione, quelle morti, deve fare la stessa fine, lo ribadisco una volta ancora. Se così non è, significa che questo mondo dove noi umani purtroppo siamo razza dominante non sarà mai un luogo giusto. Mai.

P.S.: e la si smetta una volta per tutte con la storiella che «si indaga sulle eventuali cause dolose degli incendi». Sono sempre dolosi, questi incendi. Sono sempre colpa dell’uomo – di individui che non hanno nulla per cui poterli definire “esseri umani”.

Montespluga, piccolo gioiello alpino

[Foto di Markus Spiske da Unsplash.]

Da tutte le parti rocce brulle e grigie, le cui cime erano coperte di neve, una valle dove per la neve non si vedeva uno stelo, per non parlare di arbusti o di alberi: in breve, un deserto pauroso, desolato, al di sopra del quale folate di venti italiani e tedeschi si scontrano e accumulano di continuo nuvole grigie, un deserto più orribile del Sahara e più prosaico della brughiera di Lünenburg.

Proprio no. A Friedrich Engels, il celebre filosofo tedesco sodale di Karl Marx, non piacque affatto la conca ove è situato Montespluga, poco sotto il passo omonimo tra Lombardia e Grigioni sul versante italiano (in comune di Madesimo, per la precisione), e in quel modo lo descrisse nel suo racconto Escursioni in Lombardia, pubblicato nel 1841 con lo pseudonimo di “Friedrich Oswald”. Probabilmente per un giudizio così inquietante giocò il fatto che Engels transitò da quelle parti in primavera, che lassù significa ancora inverno pieno (anche oggi, nonostante il cambiamento climatico), e probabilmente in una giornata dalla meteo non tanto favorevole.

Di contro è vero che la piana di Montespluga, a quel tempo occupata per buona parte da magri pascoli e torbiere (come si può vedere nel dipinto del 1823 sopra pubblicato) e oggi dal bacino artificiale dell’omonimo lago, così circondata da monti non elevatissimi ma assai aspri, ricchi di gande, totalmente priva di alberi e costantemente spazzata dai venti che dalla valle elvetica del Reno si incanalano e penetrano – non di rado con veemenza – in quella che sul versante italiano scende verso la Valchiavenna e il Lago di Como, conserva un aspetto rude, ostico, quasi nordeuropeo, apparentemente poco ospitale.

[Foto di Martina Mainetti da Unsplash.]
Ma al di là delle arcigne condizioni ambientali che caratterizzano la zona, o forse anche in forza di quelle e dell’innegabile fascino che donano al luogo e allo spirito dei viaggiatori più sensibili (checché ne dicesse Engels), Montespluga rappresenta un piccolo ma sublime gioiello, tra i villaggi montani di questa porzione delle Alpi. Per il paesaggio potentemente alpestre, appunto, per il suo ambiente naturale “primordiale”, per le montagne d’intorno le quali, a fronte della non esagerata altezza, possiedono peculiarità interessanti – ad esempio alcuni ghiacciai sui versanti meridionali, quasi una rarità ormai – per la storia millenaria dei transiti lungo questo corridoio alpino (qui fin dal I secolo a.C. passava la romana Via Speluca, che univa Milano con Lindau) nonché per l’altrettanto notevole fascino della strada che valica lo Spluga, uno dei capolavori ingegneristici di Carlo Donegani (del quale vi ho già detto qui). Per tutto questo, senza dubbio, ma forse anche più perché il suo aspetto da autentico “villaggio di frontiera” – in senso geografico, ambientale, antropologico oltre che amministrativo, visto che sullo Spluga la frontiera in effetti c’è – è rimasto sostanzialmente immutato da più di un secolo a questa parte, come si può ben vedere dalle immagini “comparative” che vi propongo qui sotto.

Ovviamente molti degli edifici sono stati ristrutturati, alcuni nuovi se ne sono aggiunti ma pressoché nulla, miracolosamente (visti altri “casi” alpini sul tema), ha turbato l’armonia antica del luogo così come di conseguenza, la relazione con esso di chiunque lo viva, residente o viandante, preservandone il profondo ed emozionante fascino. Si può anche pensare di intravedere, in uno degli alberghi più antichi di Montespluga, le fattezze della Cà de la Montagna, edificio nel quale almeno dal Seicento, se non prima, trovavano riparo viandanti e animali da soma che affrontavano la traversata dello Spluga, e che ha fornito il toponimo locale del luogo dove è situato il villaggio, Pian della Casa.

Montespluga è bello da visitare in ogni momento dell’anno – salvo quando sia sepolto da metri di neve ma in tal caso il problema è semmai raggiungerlo, posta la chiusura della strada dello Spluga – tuttavia, tra l’avvolgente e silente quiete invernale e la vivacità a volte esagerata dell’estate, quando da e per lo Spluga transita un traffico turistico notevole, vi consiglio di visitarlo nelle “mezze stagioni” (contando che ci siano ancora!): magari a giugno, quando i prati della conca brillano già di un verde intenso che s’intona magnificamente al blu scintillante delle acque del lago mentre i monti sono ancora ammantati di neve, oppure a settembre, quando diventa visibilissima e sorprendente la trasformazione del paesaggio il quale dopo i fulgori estivi si prepara all’inverno prossimo mentre il traffico veicolare ormai diminuito di molto sulla strada del passo agevola la quiete e una condizione di piacevole e intensa meditazione spiritual-paesaggistica.

[Immagine tratta da www.viaggiarenews.com.]
Insomma: proprio no, io con le impressioni di Friedrich Engels su Montespluga non mi trovo affatto d’accordo. Sarà che ho passato molte estati della mia infanzia e fanciullezza lì vicino, a Madesimo, e dunque la zona la conosco e l’apprezzo da sempre, relativamente alla mia esistenza, oppure sarà che effettivamente l’alta Valle Spluga possiede caratteristiche peculiari sotto molti punti di vista e un paesaggio che facilmente emoziona chiunque vi transiti. Tuttavia, sia quel che sia, Montespluga è veramente un piccolo gioiello antropico-alpino da godere, dal quale farsi affascinare e per il quale augurarsi che possa salvaguardarsi nella sua così particolare essenza ancora a lungo, sempre vivo, giammai museificato ma quale manifestazione assai virtuosa e potentemente emblematica della presenza umana nei più elevati e “difficili” territori delle Alpi.

P.S.: le immagini sono tratte da (dall’alto in basso e dove non già indicato in didascalia): commons.wikimedia.org, albergopostaspluga.it, bellitaliainbici.it, commons.wikimedia.org, tripadvisor.it, albergopostaspluga.it, it.wikipedia.org.