
«Te lo ricordi, il Ghiacciaio dell’Adamello?»


Quando si disquisisce della situazione climatica corrente, a supporto delle considerazioni sul tema sovente si snocciolano dati e relativi grafici tanto inequivocabili quanto, a volte, di primo acchito complicati per chi non ne sia abituato, dunque a volte respingenti. Le immagini fotografiche – magari se riprodotte in timelapse come quello (spaventoso, dal mio punto di vista) qui sopra riprodotto – sono molto più immediate e comprensibili ma pure qui, se non si conosce almeno un poco l’ambiente montano, che un ghiacciaio avesse uno spessore di 200 metri e oggi solo di 100, oppure che un tempo fosse lungo 2 km e oggi solo uno, per molti non significa molto anche visivamente: il paesaggio in questione non sembra così cambiato, se non si ha l’occhio di coglierne le differenze.
Il tutto rimanda alla questione di come trasmettere i dati scientifici riguardanti i cambiamenti climatici per farne strumento di informazione e, ancor più, di generazione di un’adeguata consapevolezza diffusa che supporti le necessarie azioni atte a mitigare gli effetti del riscaldamento globale e strutturare la migliore resilienza possibile. È una questione delicata, inutile dirlo, sulla quale il dibattito è aperto e ampio.
Una sorta di soluzione indiretta al riguardo la propone Matthias Huss, glaciologo del Politecnico di Zurigo, illustrando nel servizio della RSI che potete vedere cliccando sul frame qui sopra lo stato dei ghiacciai svizzeri in questo 2022 climaticamente drammatico.
In pratica, Huss rivela che i ghiacciai elvetici quest’anno hanno perso il 6% della loro massa, un valore mai registrato prima. Il sei per cento: ok, e che significa?
Il 6% di perdita di massa, significa che nel 2022 i ghiacciai svizzeri hanno perso ben tre km3 di ghiaccio, ovvero tre cubi di ghiaccio dai lati – lunghezza, larghezza, altezza – di un km. Tanta roba, è facile comprenderlo… ma più concretamente, che vuol dire?
Vuol dire che tre cubi da un km3 ciascuno contengono l’acqua potabile che la popolazione svizzera (quasi 8,7 milioni di abitanti nel 2020) consuma in tre anni. Per dirla in altro modo: con lo scioglimento dei ghiacciai registrato quest’anno, la Svizzera ha perso per sempre 3 anni di acqua da bere.
Ora, credo, sarà ben più comprensibile e concreta la gravità della situazione dei ghiacciai in forza dei cambiamenti climatici in corso. E, appunto, sto dicendo dei soli ghiacciai svizzeri: la situazione è la stessa negli altri paesi alpini se non più grave, ad esempio in Italia in forza della sua esposizione a meridione cioè sul versante alpino più caldo.
Quanta acqua potabile hanno perso nel complesso i paesi alpini, in un anno come questo? Quanta ne hanno già persa negli anni scorsi, e quanta ne perderanno ancora nei prossimi? Ovvero, per arrivare al punto: quanto siamo sottoposti al rischio di non avere più riserve di acqua potabile da bere e da utilizzare per la nostra vita e il lavoro quotidiani entro breve tempo?
Ecco.
Non è catastrofismo, questo, ma semplice e obiettiva lettura della realtà. Cosa possiamo farci? Nulla per l’acqua ormai persa; tanto, forse, per quella che ancora i nostri ghiacciai conservano sulle Alpi. Ma bisogna fare subito: attivisti e scienziati lo dicono da lustri, ormai, e più passa il tempo più quel “subito” diventa immediatamente. O forse che, per capire quanto sia necessario agire senza altro indugio, dovremo arrivare a non avere più abbastanza acqua da bere? Come la glaciologia dimostra, questa drammatica ipotesi non è più così lontana: a questo punto sì, il presunto “catastrofismo” non sarà più tale ma diventerà la normalità quotidiana. Vogliamo che finisca veramente così?

Le eruzioni vulcaniche più violente hanno sempre esercitato un’influenza decisiva sulla vita del nostro pianeta e sui cambiamenti climatici. È il caso dell’eruzione del Monte Tambora nell’aprile 1815 in Indonesia, tale da mutare l’atmosfera dell’emisfero nord per quasi tre anni. Temperature basse, piogge, inondazioni, abbondanti nevicate: il fenomeno passa alla storia come l’Anno senza estate. […]
Se allora, nel 1815 – anno funesto ma culturalmente fecondo –, ricorreva l’Anno senza estate, oggi, come ha osservato acutamente la curatrice e filosofa della natura (così si definisce) Dehlia Hannah, «la nostra bussola è invertita: non abbiamo di fronte un anno senza estate, ma un futuro senza inverno» (Hopeless Utopia. Enchantment and contradiction in the first Antarctic Biennale, in “Frieze”, 188, June-August 2017).
Da un anno senza estate a un futuro senza inverno. Partiamo dal primo evento. Per i poeti romantici è chiaro di cosa il ghiaccio è l’immagine: la quiete, l’immobilità, la morte ma anche la purezza di spirito che è in qualche modo generatrice di vita. Minaccia di morte e promessa di rinascita si sfiorano, alla stessa stregua dell’ambiente ostile e del paesaggio sublime, assieme sito da conquistare e paradigma della wilderness. Una doppia natura che si riflette anche nel fatto che l’Antartico veniva considerato, a seconda delle occasioni, delle letterature e delle fasi storiche, come un paesaggio femminile (ad esempio nella letteratura gotica), o maschile se non virile.
Riguardo al secondo evento – quello di un futuro senza inverno – non sappiamo di cosa il ghiacciaio, o quello che ne resterà, sarà l’immagine. Quali Frankenstein produrrà questa situazione inedita nella brevissima (geologicamente parlando) storia dell’umanità? Di certo, ne sono convinto, bisognerà mobilitare un complesso eterogeneo di approcci che includa la scienza, glaciologia e paleoclimatologia in primis, ma anche la letteratura, la fantascienza, le arti visive, l’antropologia. Senza dimenticare generi ibridi come i diari di viaggio degli esploratori, che affidano alla parola scritta le loro scoperte e le loro disfatte, i loro stati d’animo e, in molti casi, le loro ultimissime volontà.
Sono brani tratti da Ghiacciai: un futuro senza inverno di Riccardo Venturi, docente di Teoria e storia dell’arte all’università Panthéon-Sorbonne di Parigi, articolo pubblicato su “Doppiozero.com” il 21 luglio 2022, nel quale Venturi disserta sul futuro climatico che ci attende da una prospettiva particolare, cioè quella storica delle esplorazioni delle terre artiche e della relazione antropologica tra uomini e ghiacci che anche grazie ad esse è nata e si è sviluppata fino alla nostra contemporaneità, nella quale i ghiacciai di molte zone del pianeta stanno svanendo con conseguenze ambientali e climatiche tanto quanto culturali.
Un testo molto interessante, da leggere: cliccate sull’immagine lì sopra per la versione completa su “Doppiozero.com”.

Penso sia la prima volta che provo una sincera ansia da clima. Se maggio 2022 è così, come sarà luglio 2040? Quali colture sopravvivranno a estati sempre più secche e calde? Quale energia alimenterà metropoli refrigerate altrimenti invivibili? Abbandoneremo davvero i luoghi non più adatti alla vita? Il fatto di non sentire mai davvero parlare di questi temi è a suo modo una risposta e non mi piace per niente.
Parole che condivido in toto, considerando pure la situazione ambientale in essere: caldo torrido come fosse luglio a maggio, pochissime piogge da mesi, neve invernale scarsissima, ghiacciai che si prenderanno una gran batosta, fiumi con portare risibili, campi agricoli inariditi, siccità generale… Che abbiano ragione quei climatologi considerati “catastrofisti” i quali ritengono che il punto di non ritorno climatico l’abbiamo già ampiamente superato, alla faccia dei 2° di aumento da non superare, e il collasso ambientale sia ormai imminente?
Be’, c’è da augurarsi che sul serio siano fin troppo allarmisti, quelli. D’altro canto siamo dotati di abbondante acqua corrente nelle nostre case – per il momento – e di aria condizionata ben accesa per sopportare la situazione climatica in corso, no? Già, peccato che, in questo caso, sopportare è sinonimo di trascurare, di dimenticare. Il clima forse non è ancora collassato, la nostra attenzione e la sensibilità sul tema invece temo di sì.
Dunque, a proposito di clima (ne scrivevo giusto ieri qui, ancora), per riassumere e fare il punto della situazione ad oggi, qui da me: in autunno ha fatto l’inverno (ha nevicato in maniera importante tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre), poi l’inverno non c’è sostanzialmente stato perché ha fatto primavera (niente più neve e temperature miti). Arrivata la primavera ha fatto l’inverno (si veda l’immagine sopra dei primi di aprile, sopra i 1000 m sui monti di casa, per la gioia del mio segretario personale a forma di cane) e adesso che siamo ancora in primavera sta facendo l’estate piena, con temperature ormai prossime ai 30°.
Be’, ormai qui più che di “semplice” cambiamento climatico c’è da parlare di autentico stravolgimento climatico. Già.