La giovialità è una grave pecca, oggi

Mi sono da sempre prescritto di essere gioviale e allegro con chiunque, anche nei momenti in cui l’animo assomigli più a un ordigno termonucleare un attimo prima che la spoletta s’attivi, convinto che una tale predisposizione nei rapporti con le altre persone sia capace di attivare reciproche simili condotte. E in effetti è così, funziona in questo modo, spesso.

Tuttavia, da un po’ di tempo a questa parte, parimenti a una crescente maleducazione diffusa che si manifesta anche in atteggiamenti individuali di natura a dir poco prepotente, noto che l’essere sempre gioviali fa ritenere a certe persone che tu viva una vita spensierata, serena, piena di agi e di fortune – la cosiddetta “bella vita”, insomma – al contrario di altri più “sfortunati” e ovviamente in primis di quelli che speculano su di te in questa maniera, i quali invece sono perennemente in lotta (univoca, sia chiaro) col mondo intero, appunto, e si sentono costantemente defraudati di “qualcosa”, verso cui altrettanto ovviamente essi ritengano di detenere un sacro diritto di possesso, usufrutto, appartenenza o che altro. Provare a pensare, costoro, che pure quelli che si mostrano gentili, allegri ed educati abbiano i loro personali problemi, crucci, dolori, tormenti, che scelgano di tenere nascosti anche per una forma di cortesia e di rispetto verso gli altri (in fondo è vero che c’è sempre qualcuno che sta peggio di noi, e ciò dovrebbe già di suo evitare tante delle lagne che si possono cogliere un po’ ovunque da chiunque) no, evidentemente non gli riesce, troppo difficile. O, meglio, pensare, supporre, immaginare  ciò risulta troppo discosto e antitetico rispetto alla grave forma di egotismo che si cela dietro quel loro comportamento prepotente – e, a ben vedere, alquanto antisociale.

Ecco: non so dunque se quell’atteggiamento così cordiale e aperto sia il più giusto, ovvero il più consono ai tempi. Sia chiaro: sono convinto che lo sia, in senso assoluto e per il valore che personalmente gli conferisco ma per il resto, ribadisco, ho forti e crescenti dubbi.

Terzo prestigioso appuntamento di “Una Montagna di Eventi”: domenica 08/07 a Colle di Sogno con Roberto Mantovani!

Dopo la proiezione del film I Tesori della DOL in notturna nei boschi, e l’emozionante concerto del baritono Giuseppe Capoferri a Forcella Bassa – entrambi eventi di grande successo di pubblico e di consensi – il terzo appuntamento della rassegna culturale Una Montagna di Eventi, realizzata dalla Pro Loco di Carenno (Lecco) al fine di (ri)valorizzare il meraviglioso territorio montano locale e metterne in luce il prezioso valore del patrimonio di cultura, tradizioni, socialità, umanità ivi presente – rassegna che ho l’onore di curare – avrà come proscenio uno dei luoghi in assoluto più belli, noti ed emblematici non solo della montagna carennese ma pure dell’intera fascia prealpina di Lombardia: il meraviglioso borgo di Colle di Sogno.

Qui, alle ore 17.00 di domenica 8 luglio, nella raccolta e caratteristica piazzetta in centro alle case del borgo, sarà ospite uno dei più importanti personaggi della montagna italiana, ovvero uno dei massimi esperti di “cose” montane: Roberto Mantovani.

Scrittore e autore di più di 25 libri, giornalista, storico dell’alpinismo, collaboratore per sette anni della trasmissione TGR Montagne di Rai2, direttore della rivista Camminare (e molto altro), in grado come pochi altri di raccontare in maniera avvincente le storie alpine del passato e del presente, grazie al proprio enorme bagaglio di conoscenze al riguardo, Mantovani “guiderà” il pubblico (con l’assistenza dello scrivente) attraverso un appassionante viaggio letterario, editoriale ed esperienziale lungo la catena alpina, alla conoscenza del presente e alla scoperta del futuro delle Alpi, delle loro genti, della cultura peculiare e dei luoghi “resilienti” come Colle di Sogno, per una possibile rinascita e rivincita della Montagna. Che potrebbe realmente rappresentare, da qui in avanti, un laboratorio di futuro per il nostro mondo, sia in senso sociale ed economico che culturale, antropologico e filosofico, tornando a essere – lontano da qualsiasi possibile retorica – una “scuola di vita”, anzi, una scuola del buon vivere virtuoso, a beneficio di tutti: montanari, villeggianti, cittadini, genti di montagna e di pianura, ovunque esse siano.

A tutti i presenti verrà offerto dalla Pro Loco di Carenno un succulento rinfresco, grazie alla collaborazione e alla cura della Locanda di Colle di Sogno. Presso la stessa locanda, inoltre, sarà possibile gustare un’ottima e caratteristica cena con piatti della cucina di montagna locale, per l’occasione ad un prezzo speciale (è assolutamente opportuna la prenotazione, visti i posti limitati!)

Un altro prestigioso e affascinante appuntamento, dunque, per questa terza data di Una Montagna di Eventi: un evento speciale in un luogo speciale con un ospite speciale. Semplicemente imperdibile: serve dirlo?

Per qualsiasi informazione sull’incontro con Roberto Mantovani dell’8 luglio e sugli altri appuntamenti della rassegna Una Montagna di eventi, potete consultare il sito web della Pro Loco di Carenno, qui, oppure chiedere direttamente allo scrivente, certo! Per scaricare la locandina dell’evento in formato pdf, invece, cliccate qui.

P.S.: un ringraziamento particolare ad Alpes, che ha collaborato attivamente e indispensabilmente all’organizzazione di questo evento.

 

I più “intelligenti”

Un’accurata classificazione scientifica decreta con certezza che la razza umana è, tra quelle abitanti il pianeta Terra, la più intelligenteevoluta e civile.

Oh, scusate: mi accorgo ora di aver letto la classifica al contrario.

(A proposito del post pubblicato stamattina… Una roba scritta almeno 15 anni fa, quando ero assai più ottimista di ora sul futuro del nostro mondo.)

Valori (?!)

Valori. Più o meno “occidentali”, “cristiani” o “laici”, “civili”, “civici” o quant’altro, da “difendere”, “preservare”, “salvaguardare”, a volte “imporre”… quante volte oggi, sui media, sentiamo o leggiamo questo termine – usualmente declinato al plurale, appunto: “valori”, vero?
Già, ma poi, in fin della fiera: “valori” cosa?

[…] gli immigrati che hanno scelto di vivere nel mondo occidentale hanno “l’obbligo” di conformarsi ai valori della società nella quale hanno deciso “di stabilirsi” ben sapendo che “sono diversi” dai loro e «non è tollerabile che l’attaccamento ai propri valori, seppure leciti secondo le leggi vigenti nel paese di provenienza, porti alla violazione cosciente di quelli della società ospitante». Di quali valori stiamo parlando? Quelli della società occidentale? In Gran Bretagna, che anche dopo la Brexit credo rimanga occidentale, il kirpan è ammesso. Il velo è proibito nei luoghi pubblici in Francia, ma non in altri paesi occidentali. Per i paladini nostrani dell’abolizione del velo, questa peraltro varrebbe solo per le donne islamiche, non per le suore o le fedeli ortodosse. Proibire di circolare armati è senza dubbio giusto, meno armi, meno pericoli, però stride con lo spirito della legge appena approvata in Parlamento sulla legittima difesa. […] La convivenza tra soggetti di etnia diversa richiede necessariamente l’identificazione di un nucleo comune in cui immigrati e società di accoglienza si debbono riconoscere». Parole condivisibili, ma qual è il nucleo comune? Quali i valori di riferimento? Sono comuni a tutti coloro che includiamo nel “noi”? In altri termini, siamo davvero un “integro” tale da considerarci una unità coerente?

(Marco Aime, Valori occidentali?, su Doppiozero, 18 maggio 2018.)

Ho tratto il passo sopra pubblicato da un ottimo articolo al riguardo di Aime, certamente non risolutivo ma assai utile a suscitare una quanto mai necessaria riflessione intorno al tema – che dunque vi invito caldamente a leggere cliccando qui. Perché prima di usare il (e sovente abusare del) termine “valori” nonché discettare al riguardo, sarebbe finalmente il caso di stabilire e fissare alcuni fondamentali punti fermi: cosa dobbiamo intendere per “valori”, e cosa non? Come vogliamo fruire del senso e del significato filosofico/sociologico principale del termine, in seno al nostro mondo quotidiano e alla società nella quale viviamo? Quanta relativa coerenza possiamo stabilire di associarvi, e quale livello di ipocrisia decidiamo di non accettare?
Ma ancor prima e ancor più, forse: se i “valori” vanno condivisi e per ciò difesi, quanto siamo realmente pronti a condividerli? E quanto, nel caso, a rimetterli in discussione, al di là di qualsiasi vetero-ideologia?
Se fossero tali questioni, in verità, i primi e i più importanti dei valori, molto prima di tutto il resto?

Un “potere forte” per l’Italia (ma non “per” gli italiani)

Sì, a pensarci bene forse hanno ragione, per certi aspetti, quelli che sostengono che qui ci vorrebbe qualcosa di politicamente forte, sia essa una dittatura o che altro. Ma non “per” gli italiani, semmai contro gli italiani. Contro il loro ormai cronico svacco civico, contro la loro pressoché totale mancanza di consapevolezza sociale, di coscienza culturale e di senso comunitario solidale, contro la pervicace coltivazione delle più becere ignoranze, maleducazioni, volgarità. Qualcuno o qualcosa che li rimetta in riga come dovrebbe essere in riga – civica, sociale, culturale – ogni paese realmente evoluto e avanzato, qualcuno che non persegua chi la pensa diversamente ma chi pensa in maniera totalmente conformista, chi dimostri di non avere capacità critica, libertà di pensiero, di giudizio, di discernimento delle cose della realtà quotidiana, qualcuno che punisca con consona pena ogni grave mancanza di civiltà e di buon senso.
Non più “prima gli italiani” tout court, semmai prima gli italiani che meritano di esserlo in base a ciò che l’Italia potrebbe e dovrebbe essere: uno dei paesi culturalmente più ricchi (in senso materiale e immateriale) e avanzati, capace da questo punto di vista di essere modello e guida per l’intero pianeta. Non quel paesello ridicolo, miserrimo e grottesco, bigotto e moralista, degradato e dissestato, senza speranza d’alcun buon futuro che oggi è.
Perché le vere “emergenze” (per usare un termine tanto di moda, di questi tempi), in un posto come l’Italia contemporanea, non vengono affatto da fuori il paese ma sono dentro il paese. Ovvero sono il paese, per molti aspetti: e, come emergenza delle “emergenze”, è il paese per primo a non rendersene conto – o che viene ridotto a non saper esserne consapevole.

Come dite? In questo modo dovrebbero essere perseguiti buona parte degli italiani? Embé, che problema c’è? Ci sarà più spazio (geografico e civico, sì) per gli altri cittadini più virtuosi o per chiunque altro abbia veramente a cuore il destino dell’Italia: e – ribadisco, se non lo si fosse ancora capito – a mio modo di vedere molti, troppi italiani non ce l’hanno affatto.

(Sì, quello nella foto lì sopra è il Guicciardini. Non a caso, ovviamente.)