La lingua è viva, viva la lingua!

[Foto di Michael Schwarzenberger da Pixabay]
In questi giorni sto lavorando alla revisione di un testo che, mi auguro, sarà pubblicato prossimamente, e mi sto rendendo nuovamente e vividamente conto di quanto potere abbiano le parole, e quanta bellezza espressiva ed esprimibile. In certi passaggi basta cambiare di posto a una sola parola, in una frase, per variarle totalmente senso, ritmo, mood, per modificare la forma del contenuto, ridisegnare la visione mentale che suscita, mutare le coordinate semantiche, per dare un’accezione diversa al messaggio che trasmette. Con una sola parola, un avverbio, un aggettivo, il soggetto di essa, messa prima o dopo rispetto a come era prima nella frase. È una cosa ovvia, forse, eppure sempre sorprendente, a volte sconcertante.

Meravigliosa.

Constatare come la lingua sia un organismo vivo e pulsante di energia espressiva, è meraviglioso, e come manipolarla con gli strumenti della letteratura sia tanto un piacere quanto una responsabilità grandissimi. Non solo: ci si capacità continuamente di come quello linguistico sia un mondo che nessuno mai può dire di conoscere perfettamente anche quando l’abbia esplorato a fondo – i linguisti, ad esempio – e che ogni viaggio in esso, sia lungo solo qualche frase oppure centinaia di migliaia di parole, è sempre un nuovo viaggio mai fatto prima, occasione certa di nuove scoperte, nuove intuizioni, nuove strade espressive. Anche quando le parole elaborate sono le stesse.

Socraticamente, con la lingua bisogna (bisognerebbe) sempre sapere di non saperla (tutta): è la condizione migliore – anzi, l’unica – atta a proseguire il viaggio tra le parole e nella loro bellezza, e a farne di continuo un’esperienza meravigliosa e potentemente vitale oltre che fondamentale per chiunque, dal più fine linguista all’autore letterario finanche all’uomo della strada. I quali, se ben consci del grandissimo tesoro a disposizione, godranno sempre di un’energia di rara forza e importanza.

 

Il viaggio dev’essere avventuroso

Il viaggio dev’essere avventuroso. «La gran cosa è muoversi,» dice Robert Louis Stevenson in Travels with a Donkey, «sentire più da vicino le necessità e gli intralci del vivere; scendere da questo letto di piume della civiltà, e trovare sotto i piedi il granito del globo, sparso di selci taglienti». Le asperità sono vitali. Tengono in circolo l’adrenalina. L’adrenalina l’abbiamo tutti. Non possiamo eliminarla dal nostro organismo o pregare che evapori. Privati di pericoli, inventiamo nemici artificiali, malattie psicosomatiche, esattori delle tasse, e, peggio di tutto, noi stessi, se siamo lasciati soli nella stanza singola. L’adrenalina è la nostra indennità di viaggio. Tanto vale consumarla in modo innocuo.

(Bruce Chatwin, Anatomia dell’irrequietezza, traduzione di Franco Salvatorelli, Adelphi, 1996, pag.124. La foto è tratta da qui.)

Consigli di lettura: Davide López, “Schegge di sapienza, frammenti di saggezza, e un po’ di follia”

Ovvero: di libri che non ho ancora letto ma so per certo – cioè per vari e giustificati motivi, anche senza averli ancora letti – che siano interessanti e importanti da conoscere subito. E che ovviamente leggerò presto.

Davide López, Schegge di sapienza, frammenti di saggezza, e un po’ di follia, Angelo Colla Editore, 2007.

Questa volta mi affido al consiglio di lettura di un amico di grande intelligenza, cultura e sensibilità, Giuseppe Ravera, che per questi tempi di epidemie più o meno virulente e più o meno deliranti suggerisce il libro di López, così scrivendone:

Psicoanalista talentuoso sino alla genialità definisce la società post-moderna “società di Gesù bambino”: il mondo in cui le diversità individuali sono annullate in modo nichilistico e distruttivo, e le responsabilità polverizzate sino all’annullamento. Una società dominata dalla gioia maligna di “tirare giù” chi aspira al cambiamento e alla propria realizzazione; una società nella quale gli individui sono prigionieri del circolo vizioso narcisismo-masochismo e concepiscono la volontà di potenza come prevaricazione.
Se vi sembra un giudizio eccessivo, pensate allo spettacolo di esibizionismo, di cialtroneria, di incompetenza non si sa se più arrogante o più presuntuosa ammannito in queste settimane da chi ha (avrebbe) la responsabilità di governo. Una ferita su cui giornali e televisioni in caccia di facile audience hanno versato ogni giorno il sale urticante della fine del mondo. Poteva andare diversamente nell’unico paese al mondo in cui il populismo sta sia al governo che all’opposizione?

Osservazione ineccepibile, insomma, che rende questo consiglio di lettura ancor più prezioso.
Cliccate sulla copertina del libro per saperne di più; qui invece potete leggere un’interessante intervista a Davide López riguardo il libro e i temi in esso trattati.

Col terrore non si ottiene nulla

Col terrore non si ottiene nulla da nessun animale qualunque sia il suo grado di sviluppo. L’ho sempre affermato, lo affermo e lo affermerò sempre. È inutile credere di poter fare qualcosa con il terrore.

[Bulgakov studente universitario, nel 1910. Autore sconosciuto, pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4492533 ]
(Michail Bulgàkov, Cuore di cane, traduzione di Giovanni Crino, Sansoni Editore, ed.1979. pagg.33-34.)

Questa diminuzione di sensibilità

Questa diminuzione di sensibilità va diffondendosi dappertutto. Quelli che fanno andare a tutto volume radio e televisori e si portano la radio portatile in spiaggia, che mangiano solo i formaggini più reclamizzati, usano la vaniglina invece dei baccelli di vaniglia, buttano le cicche sui binari della metropolitana, non sanno mettersi in coda, dedicano il loro ultimo romanzo «A mia moglie, che ha battuto a macchina con amore il manoscritto», si vergognano se il nonno si annoda il tovagliolo intorno al collo, hanno voluto che secondini, spazzini, pompieri, ciechi e sordi si chiamassero agenti di custodia, netturbini o, peggio, operatori ecologici, vigili del fuoco, non vedenti e non udenti, dicono zola invece di gorgonzola e sisma invece di terremoto, augurano ai colleghi d’ufficio «buon lavoro», sono ancora quelli che nelle gite aziendali sul Lago di Como si raccolgono in circolo compatto intorno a una chitarra scordata, magari sottoponte, e fanno il percorso Como Bellagio e ritorno senza dare una sola occhiata all’acqua, alle rive, alle ville, alle montagne, al cielo. La sera, uscendo dalla stazione, comprano un chilo di prugne all’acetone e la gita è finita.

(Aldo Buzzi, L’uovo alla kok, Adelphi Edizioni, 1979-2002, pagg.89-90.)