«Uff, sono stanco di tutto questo casino in città, del traffico, dell’assembramento sui treni e sulla metro, del rumore, del caos… basta, me ne vado in montagna a godere di un po’ di quiete e tranquillità!»
Ossimòro: s. m. [dal gr. ὀξύμωρον, comp. di ὀξύς «acuto» e μωρός «stupido», con allusione al contrasto logico]. – Figura retorica consistente nell’accostare nella medesima locuzione parole, espressioni o immagini che esprimono concetti contrarî.
Ecco. Ora, l’immagine che vedete lì sopra, tratta dal profilo Instagram di una celeberrima località sciistica (chi abbia un minimo di conoscenza delle montagne la saprà identificare facilmente, credo) ma riproducibile in ciò che mostra in chissà quante altre, a me va benissimo, nel senso che è una località famosa, siamo nel clou della stagione sciistica, è ovvio che ci sia il pienone di turisti e che a tali turisti siano offerti certi servizi di accoglienza, svago e ricreazione in quota, e l’economia locale, e l’indotto… Posso capire, in un contesto del genere mi può stare bene, lo ribadisco, gioco forza o meno.
Tuttavia, a essere sinceri, a me quell’immagine mi pare proprio un’efficace rappresentazione visiva del termine «ossimoro», già.
Magari sbaglio, non dico di no. Però la mia impressione fondamentale al riguardo, dal primo istante in cui ho osservato l’immagine, è quella espressa. Inesorabilmente.
[Immagine tratta da travelandtourworld.com, cliccateci sopra per leggere l’articolo da cui è tratta.]Barry Lopez, il grande scrittore americano di natura e paesaggi, nel suo Sogni artici (libro di cui vi parlerò a breve, qui nel blog) propone una suggestiva definizione dei viaggiatori turistici contemporanei: li chiama «viaggiatori riluttanti», ovvero quelli che «hanno in mente quanto sta accadendo in patria e non badano al paesaggio» (pag.269). È una definizione parecchio interessante in quanto altrettanto arguta per come descriva benissimo, a suo modo e per come la intendo io, il (non) senso di certo viaggiare turistico contemporaneo. In pratica, il “viaggiatore riluttante” è quello che all’apparenza e per propria convinzione “epidermica” è ben contento di partire per un viaggio ma in realtà non vuole partire affatto, non vuole uscire dalla rassicurante routine quotidiana, dai suoi schemi, dalle abitudini consolidate, vi resta saldamente agganciato e in questo modo, anche quando si trova nel territorio più lontano e spettacolare, finisce inesorabilmente per cercare in esso quello che trova normalmente nella propria quotidianità. Non vede nulla del paesaggio, come dice Lopez, non genera alcuna relazione con il luogo in cui si trova: è come se davanti agli occhi avesse uno schermo sul quale la mente gli fa vedere soltanto ciò che egli riconosce perché abituale mentre su tutto il resto lo sguardo scorre come su un muro bianco. Un “viaggiatore” così non sta viaggiando affatto: si sta solo muovendo con il corpo ma, per tutto il resto, è ben fermo a casa propria.
Di “viaggiatori” così ne ho incontrati parecchi: gente che al Circolo Polare Artico si lamentava che nei ristoranti a cena non servissero il pane o che nei fiordi norvegesi, scesi a terra dalle grandi navi da crociera, osservavano tutto di fretta e non vedevano l’ora di tornare a bordo perché quel giorno c’era la “serata siciliana” oppure quelli che rifiutano di pernottare nei rifugi in montagna che non hanno camere singole e offrono solo camerate o si lamentano che non vi sia la connessione wifi o che la strada da cui partire per raggiungerlo non sia asfaltata e non offra ampi parcheggi oppure, più semplicemente, ricercano la folla (diurno o notturno) e non ne hanno fastidio esattamente come fossero in centro a Milano o a Roma… insomma, la lista potrebbe allungarsi parecchio.
Purtroppo questa predisposizione mentale è un effetto evidente del turismo di massa contemporaneo (a sua volta conseguenza del vivere odierno vocato al consumismo di tutto), il cui fine principale non è offrire esperienze di viaggio autentico ma vendere un mero prodotto (un pacchetto turistico) che, incidentalmente, ha “in allegato” dei luoghi i quali tuttavia non contano molto: conta il servizio, i comfort, ovviamente il prezzo e naturalmente la quantità di contenuti visivi che in tali “viaggi” si possono poi postare sui social. D’altro canto il viaggio vero risulta molto poco compatibile con un prodotto da vendere, e così molti “viaggiatori” (nel senso di gente che si sposta e compie un viaggio ma in modo inconsciamente riluttante, appunto) visitano paesi e regioni in giro per il mondo incredibilmente interessanti ma non mettono piede fuori dal villaggio turistico che hanno prenotato, nel quale hanno a disposizione esattamente quello che trovano ogni altro giorno dell’anno a casa propria: la brioche e il cappuccino a colazione, la pasta o la pizza, la sauna e l’idromassaggio, la serata in discoteca con, unica variante, lo spettacolo di danze tipiche locali eseguito da autoctoni che sono (gioco forza) più urbanizzati e forse pure più alienati di quelli che li applaudono.
In effetti, a pensarci bene, sinonimi di “riluttante” sono avverso, maldisposto, ostile. Per questo, alla lunga, quei non viaggiatori finiscono per generare notevoli danni ai luoghi che frequentano: inesorabilmente la trascuratezza verso i paesaggi che essi si portano appresso rischia di far diventare trascurati i paesaggi stessi, banalizzandone se non degradandone le peculiarità. Per come costoro “viaggiano”, se restassero a casa loro non cambierebbe molto e alla fine, probabilmente, riguardo certi luoghi farebbero meno danni. Già.
P.S.: sia chiaro, poi ognuno è libero di viaggiare o meno come vuole, non è una questione di forma (De gustibus non est disputandum, anche qui) ma di sostanza e, semmai, di travisamento di essa, ecco.
Oggi è il Covid-19, allora era l’influenza spagnola a provocare una pandemia a livello planetario. Nonostante sia passato un secolo – cent’anni di progressi scientifici, tecnologici, medici, sociali, economici, eccetera – i sistemi di difesa basilari dal contagio sono ancora gli stessi; forse inevitabilmente, forse no. «La storia non si ripete ma fa rima con se stessa» disse (pare) Mark Twain. Be’, anche in tal caso non è cambiato nulla e probabilmente mai cambierà. Già.
P.S.: anche il cartello indossato dal tizio a destra («Indossa una mascherina, o vai in prigione») per molti aspetti potrebbe essere alquanto valido, un secolo dopo.
Oggi è il 10 giugno ed esattamente 80 anni fa Benito Mussolini, il “Duce”, usciva sul balcone di Palazzo Venezia per annunciare la discesa in guerra dell’Italia a fianco della Germania nazista.
Ecco, c’è un momento di quel giorno, le cui immagini sovente vengono diffuse nei documentari sulla storia italiana e ancor più in occasione di questo anniversario, che trovo ogni volta invariabilmente sconcertante e spaventoso: l’urlo della folla accalcata nella piazza sottostante, la quale, appena Mussolini pronuncia le tragiche parole «la dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia» esplode in un grido da stadio, come ad aver appena saputo di un evento meraviglioso e felice mentre invece sta esultando freneticamente e festeggiando l’inizio di una catastrofica follia, una tragedia che costerà la vita a quasi 500.000 italiani e indescrivibile dolore a milioni d’altri.
Quel grido entusiastico, eccitato, quasi orgiastico, quantunque probabilmente imposto a tanti costretti dai fascisti con le minacce a presenziare nella piazza e “recitare” il copione già scritto, quel suono umano potente, esplosivo al seguito di parole così tragiche che fanno della sua eco la manifestazione acustica non della gioia patriottica ma del terrore più indecente, è una delle cose più terribili, tristi e raggelanti che la storia dell’Italia abbia dovuto registrare.
Sperando che resti l’unico atto di una così empia follia, fosse solo per il rispetto di quel mezzo milione di morti nella cui memoria quella eco rimbomberà sempre, costantemente oltraggiosa e tragica.