Grande Dixence, la diga “aliena”

La “bellezza” di una diga a gravità – sono quelle dall’andamento rettilineo e dalla forma più massiccia, dacché deputate a contrastare la spinta della massa d’acqua col solo loro peso e con la solidità delle fondazioni – è certamente piuttosto minimale e a volte brutale, semmai correlata alla sensazione di forza e di possanza che dona agli occhi del visitatore, posta l’intransigenza del suo corpo compatto che poco lascia a qualsiasi armonia. Penso ad esempio alla colossale Grande Dixence in Vallese, Svizzera, la più alta diga a gravità del mondo: immaginatevi un muro di liscio calcestruzzo alto ben 285 metri, quasi come la Tour Eiffel, dallo sviluppo al coronamento di 700 metri e pesante la “bellezza” (appunto) di 15 milioni di tonnellate, che sbarra un’ampia vallata alpina – dove già nel 1935 era stata realizzata una diga ad arco, per l’epoca altrettanto imponente coi suoi 87 metri di altezza, ora sommersa nel nuovo lago – contenendo in essa 400 milioni di metri cubi d’acque di fusione glaciale nel più grande lago artificiale della Svizzera la cui spinta, nonostante la solida imponenza dell’enorme muro, lo fa flettere di 11 centimetri dal suo asse sia verso monte che verso valle, in base allo stato di riempimento dell’invaso! Un’opera impressionante, insomma, soprattutto se osservata dal suo piede, quando in certe giornate nebbiose il muro svanisce in alto nel cielo caliginoso e sembra talmente immenso da poter contenere dietro di sé un intero oceano, non solo un pur grande lago di montagna! Oppure dalla parte più bassa della valle, particolarmente amena, ricca di boschi di conifere, verdi prati ed edifici rurali tipici, dalla quale appare come qualcosa di alieno e “impossibile”, troppo gigantesca per essere reale, forse il frutto di un’allucinazione o di una falsa prospettiva visiva. Come fosse un oggetto di provenienza sconosciuta, forse giunto quaggiù da altri mondi e precipitato tra le montagne vallesane, incastrandosi nel bel mezzo della valle così da ostruirne il flusso delle acque, la cui astrusità può essere solo in parte mitigata dalle nevicate invernali che confondono almeno parzialmente la gigantesca lama grigia nel biancore nivale che omogenea il paesaggio.

Questo brano con protagonista la ciclopica diga svizzera, tra le più grandi al mondo, è (ovviamente) tratto da

Il miracolo delle dighe. Breve storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne
Fusta Editore
Data di Pubblicazione: 18 maggio 2023
EAN: 9791280749451
ISBN: 1280749458
Pagine: 128, con appendice fotografica
Prezzo: € 17,90
In vendita da maggio 2023 in tutte le librerie e nei bookstores on line.

Nelle immagini in testa al post ho seguito le suggestioni del testo e giocato sull’aspetto mastodonticamente alieno della Grande Dixence rispetto al paesaggio montano nel quale è inserita, proprio come se anch’essa fosse una enorme astronave caduta sulla Terra a gran velocità così da rimanere incastrata tra le montagne in posizione inopinatamente orizzontale, imprigionando l’acqua alle sue spalle nel solco della Val des Dix.

Per saperne di più sul mio libro, cliccate qui o sull’immagine sottostante, mentre qui trovate il comunicato stampa di presentazione del libro.

“Il miracolo delle dighe”, una lettura “green” su “Ambiente”

Ringrazio molto la redazione della rivista Ambienteche ha dedicato il proprio “Consiglio di lettura GREEN” («magari sotto l’ombrellone»!) di domenica 13 agosto al mio libro Il miracolo delle dighe. Potete leggere l’articolo al riguardo qui.

In effetti leggere sotto l’ombrellone, dunque facilmente in riva al mare, un libro che parla di montagne e delle loro acque non è male: d’altro canto i bacini generati dalle dighe sono i primi “contenitori” delle risorse idriche montane e i mari sono gli ultimi, prima che ricominci il ciclo. Dunque è un po’ come leggere dell’inizio di un fenomeno così fondamentale per la vita di ogni cosa nel posto in cui termina, una simbolica chiusura letteraria del cerchio dove tutto poi ripartirà.

In ogni caso, buona lettura – e buoni bagni nelle acque di qualsiasi posto sarete – a tutti!

Per saperne di più sul libro, cliccate sull’immagine qui sotto.

“Il miracolo delle dighe” su “La Verità”

Ringrazio di cuore Tiziano Fratus per aver dedicato la sua pagina Natura d’Autore curata ogni domenica su “La Verità” al sottoscritto e al mio libro Il miracolo delle dighe, con una bella intervista nella quale non abbiamo dissertato solo dei temi su cui ho scritto nel volume ma di montagne in senso più ampio e, spero, interessante.

È un grande onore per me aver ricevuto la considerazione di un autore mirabile – proprio sui temi legato alla Natura – come Fratus, e poter fare parte della schiera di importanti scrittori che sono stati ospiti del suo spazio, tra i quali Duccio Demetrio, Davide Rondoni, Serenella Iovino, Franco Faggiani, Luca Ragagnin, Francesco Verso, Davide Sapienza, Oliviero Ponte di Pino, Barbara Baraldi, Daniele Rielli, Valentina Romano, Mimma Pallavicini, Marco Martella e molti e molte altri/e. Trovate tutte le «interviste cucite» da Fratus qui.

Per leggere invece la mia intervista, cliccate sull’immagine in testa al post.

“Il miracolo delle dighe” su “L’identità”

Ringrazio di cuore la redazione del settimanale “L’identità” e in particolar modo Angelo Vitolo, che ha redatto l’articolo, pubblicato sul numero di oggi – venerdì 11 agosto – del giornale, riguardante il mio libro Il miracolo delle dighe, dedicandogli un’attenta lettura e parole molto lusinghiere che intercettano bene il senso del libro e di ciò che vi ho raccontato dentro. Ne sono molto onorato e mi auguro che se anche voi vorrete leggerlo potrete ricavarne impressioni altrettanto positive: verso il libro e ancor più nei riguardi delle montagne che, alla fine, sono le sue reali protagoniste.

Per leggere l’articolo cliccate sull’immagine qui sotto, mentre per saperne di più sul libro cliccate sulle copertine sottostanti.

Imparare a (con)vivere con il meteo estremo, anche in montagna

P.S. – Pre Scriptum: questo articolo l’ho scritto la scorsa settimana, prima che accadessero i più recenti fenomeni meteorologici che hanno colpito varie zone del nord Italia e che hanno drammaticamente dimostrato come a rischio non siano solo i territori naturalmente più delicati come quelli montani ma anche i più grandi e strutturati agglomerati urbani. In qualche modo, dunque, le mie considerazioni si possono ancora più ampiamente contestualizzare alla realtà climatica in corso.

I fenomeni meteorologici, in forza del cambiamento climatico in corso, si stanno facendo di anno in anno sempre più estremi. Nubifragi violentissimi, tempeste di fulmini mai registrate prima, grandinate con chicchi grossi come palle da tennis, trombe d’aria, fenomeni di downburst che in pochi istanti radono al suolo interi boschi sono sempre più frequenti e si manifestano anche in zone, come quelle alpine, che in passato rarissimamente li avevano registrati e con portate molto inferiori. A tali fenomeni si devono sommare quelli non cagionati direttamente dai fenomeni meteorici ma da altri fattori climatici in variazione, come ad esempio le frane dovute allo scioglimento del permafrost oppure i crolli di seracchi glaciali che in certi casi possono coinvolgere aree utilizzate dall’uomo.

Ora, al netto delle colossali stupidaggini di coloro i quali vogliono negare l’evidenza dei fatti (per inciso: sono ben contento che quelli proferiscano pubblicamente certe affermazioni, così possono dimostrare il livello di incompetenza e di insensatezza raggiunto senza lasciarci alcun dubbio al riguardo), tali fenomenologie così estreme e tanto frequenti devono necessariamente farci riflettere su come si possa generare un’adeguata e consona resilienza ad essi, che possa tutelare il più possibile il paesaggio e parimenti chiunque lo vive, da residente stanziale o da turista occasionale. La montagna, insieme al resto del nostro territorio, sta cambiando non solo dal punto di vista ambientale e paesaggistico – basti pensare alla fusione dei ghiacciai, che può mutare radicalmente l’aspetto e la riconoscibilità, dunque anche la coscienza del luogo, di una montagna – ma anche climatico e quindi ineluttabilmente pure antropico e culturale.

Se osserviamo e consideriamo la tristemente celebre Tempesta Vaia dal 2018 – anno del suo accadimento – verso il passato, la potremmo valutare come un evento eccezionale; se la osserviamo e consideriamo dal 2018 a oggi, ci sembra già un evento estremo d’una fenomenologia sempre più frequente e vieppiù ordinaria. Questo nel concreto non significa solo milioni di alberi abbattuti e danni paesaggistici ingentissimi nei territori montani colpiti, significa pure 2,8 miliardi di Euro di danni nelle sole regioni alpine italiane che hanno subìto la forza devastatrice della tempesta. Posta l’estremizzazione costante dei fattori climatici, soprattutto di quelli termici che sovraccaricano l’atmosfera di energia la quale prima o poi si scaricherà al suolo attraverso la proporzionale violenza dei fenomeni meteorologici, bisogna considerare l’ipotesi che, come detto, le casistiche al riguardo nel prossimo futuro saranno sempre più ricche e più ingenti le conseguenze non solo ambientali, anche economiche e sociali.

Tutto ciò, inutile affermarlo, non per fare del catastrofismo climatico gratuito ma per riflettere seriamente su questa realtà e sulla sua portata in relazione ai territori naturali e antropizzati al fine, come ribadisco, di poter sviluppare e strutturare un’adeguata capacità di prevenzione, se possibile, e di mitigazione dei danni. Credo che chiunque sano di mente – persino qualche negazionista dei meno oltranzisti – risulti sensibile alla bellezza e al valore culturale dei paesaggi montani (non solo di questi, ripeto, ma vi ci riferisco per visione e studio personali) e capisca l’importanza e la necessità di salvaguardarne l’ambiente e il paesaggio a partire dal suo aspetto, il primo fattore attraverso cui si origina e elabora la relazione culturale che formuliamo verso di essi. Dunque – l’ho già affermato altrove, lo ribadisco ora – è assolutamente importante sviluppare l’analisi delle cause all’origine di questi fenomeni e della loro estremizzazione per poter meglio comprendere e, appunto, magari prevederne gli effetti, ma dovremmo aumentare anche l’attenzione e il lavoro riguardo la resilienza diffusa e strutturata nel tempo, non mirata ai singoli episodi (per non restare nel solito deleterio ambito della “emergenza”) ma alla programmazione a lungo termine in forza delle evidenze scientifiche registrate.

Viceversa, rischieremmo di restare sempre lì a trottolare – con conseguenti polarizzazione delle opinioni e litigiosità crescenti – intorno alle cause, subendo inermi le conseguenze dei fenomeni più estremi e al contempo senza imparare a come poter mitigare, magari annullare ma nel caso anche convivere con i loro effetti. E se qualche spirito misero continuerà a negare pervicacemente ogni cosa, sarà probabilmente il primo a subire quegli effetti e nel modo più pesante, già.

[Nelle immagini dei giorni scorsi a corredo del post: downburst in Tirolo, Austria, e grandine in Nord Italia.]