“Il miracolo delle dighe” su “La Verità”

Ringrazio di cuore Tiziano Fratus per aver dedicato la sua pagina Natura d’Autore curata ogni domenica su “La Verità” al sottoscritto e al mio libro Il miracolo delle dighe, con una bella intervista nella quale non abbiamo dissertato solo dei temi su cui ho scritto nel volume ma di montagne in senso più ampio e, spero, interessante.

È un grande onore per me aver ricevuto la considerazione di un autore mirabile – proprio sui temi legato alla Natura – come Fratus, e poter fare parte della schiera di importanti scrittori che sono stati ospiti del suo spazio, tra i quali Duccio Demetrio, Davide Rondoni, Serenella Iovino, Franco Faggiani, Luca Ragagnin, Francesco Verso, Davide Sapienza, Oliviero Ponte di Pino, Barbara Baraldi, Daniele Rielli, Valentina Romano, Mimma Pallavicini, Marco Martella e molti e molte altri/e. Trovate tutte le «interviste cucite» da Fratus qui.

Per leggere invece la mia intervista, cliccate sull’immagine in testa al post.

“Il miracolo delle dighe” su “L’identità”

Ringrazio di cuore la redazione del settimanale “L’identità” e in particolar modo Angelo Vitolo, che ha redatto l’articolo, pubblicato sul numero di oggi – venerdì 11 agosto – del giornale, riguardante il mio libro Il miracolo delle dighe, dedicandogli un’attenta lettura e parole molto lusinghiere che intercettano bene il senso del libro e di ciò che vi ho raccontato dentro. Ne sono molto onorato e mi auguro che se anche voi vorrete leggerlo potrete ricavarne impressioni altrettanto positive: verso il libro e ancor più nei riguardi delle montagne che, alla fine, sono le sue reali protagoniste.

Per leggere l’articolo cliccate sull’immagine qui sotto, mentre per saperne di più sul libro cliccate sulle copertine sottostanti.

Imparare a (con)vivere con il meteo estremo, anche in montagna

P.S. – Pre Scriptum: questo articolo l’ho scritto la scorsa settimana, prima che accadessero i più recenti fenomeni meteorologici che hanno colpito varie zone del nord Italia e che hanno drammaticamente dimostrato come a rischio non siano solo i territori naturalmente più delicati come quelli montani ma anche i più grandi e strutturati agglomerati urbani. In qualche modo, dunque, le mie considerazioni si possono ancora più ampiamente contestualizzare alla realtà climatica in corso.

I fenomeni meteorologici, in forza del cambiamento climatico in corso, si stanno facendo di anno in anno sempre più estremi. Nubifragi violentissimi, tempeste di fulmini mai registrate prima, grandinate con chicchi grossi come palle da tennis, trombe d’aria, fenomeni di downburst che in pochi istanti radono al suolo interi boschi sono sempre più frequenti e si manifestano anche in zone, come quelle alpine, che in passato rarissimamente li avevano registrati e con portate molto inferiori. A tali fenomeni si devono sommare quelli non cagionati direttamente dai fenomeni meteorici ma da altri fattori climatici in variazione, come ad esempio le frane dovute allo scioglimento del permafrost oppure i crolli di seracchi glaciali che in certi casi possono coinvolgere aree utilizzate dall’uomo.

Ora, al netto delle colossali stupidaggini di coloro i quali vogliono negare l’evidenza dei fatti (per inciso: sono ben contento che quelli proferiscano pubblicamente certe affermazioni, così possono dimostrare il livello di incompetenza e di insensatezza raggiunto senza lasciarci alcun dubbio al riguardo), tali fenomenologie così estreme e tanto frequenti devono necessariamente farci riflettere su come si possa generare un’adeguata e consona resilienza ad essi, che possa tutelare il più possibile il paesaggio e parimenti chiunque lo vive, da residente stanziale o da turista occasionale. La montagna, insieme al resto del nostro territorio, sta cambiando non solo dal punto di vista ambientale e paesaggistico – basti pensare alla fusione dei ghiacciai, che può mutare radicalmente l’aspetto e la riconoscibilità, dunque anche la coscienza del luogo, di una montagna – ma anche climatico e quindi ineluttabilmente pure antropico e culturale.

Se osserviamo e consideriamo la tristemente celebre Tempesta Vaia dal 2018 – anno del suo accadimento – verso il passato, la potremmo valutare come un evento eccezionale; se la osserviamo e consideriamo dal 2018 a oggi, ci sembra già un evento estremo d’una fenomenologia sempre più frequente e vieppiù ordinaria. Questo nel concreto non significa solo milioni di alberi abbattuti e danni paesaggistici ingentissimi nei territori montani colpiti, significa pure 2,8 miliardi di Euro di danni nelle sole regioni alpine italiane che hanno subìto la forza devastatrice della tempesta. Posta l’estremizzazione costante dei fattori climatici, soprattutto di quelli termici che sovraccaricano l’atmosfera di energia la quale prima o poi si scaricherà al suolo attraverso la proporzionale violenza dei fenomeni meteorologici, bisogna considerare l’ipotesi che, come detto, le casistiche al riguardo nel prossimo futuro saranno sempre più ricche e più ingenti le conseguenze non solo ambientali, anche economiche e sociali.

Tutto ciò, inutile affermarlo, non per fare del catastrofismo climatico gratuito ma per riflettere seriamente su questa realtà e sulla sua portata in relazione ai territori naturali e antropizzati al fine, come ribadisco, di poter sviluppare e strutturare un’adeguata capacità di prevenzione, se possibile, e di mitigazione dei danni. Credo che chiunque sano di mente – persino qualche negazionista dei meno oltranzisti – risulti sensibile alla bellezza e al valore culturale dei paesaggi montani (non solo di questi, ripeto, ma vi ci riferisco per visione e studio personali) e capisca l’importanza e la necessità di salvaguardarne l’ambiente e il paesaggio a partire dal suo aspetto, il primo fattore attraverso cui si origina e elabora la relazione culturale che formuliamo verso di essi. Dunque – l’ho già affermato altrove, lo ribadisco ora – è assolutamente importante sviluppare l’analisi delle cause all’origine di questi fenomeni e della loro estremizzazione per poter meglio comprendere e, appunto, magari prevederne gli effetti, ma dovremmo aumentare anche l’attenzione e il lavoro riguardo la resilienza diffusa e strutturata nel tempo, non mirata ai singoli episodi (per non restare nel solito deleterio ambito della “emergenza”) ma alla programmazione a lungo termine in forza delle evidenze scientifiche registrate.

Viceversa, rischieremmo di restare sempre lì a trottolare – con conseguenti polarizzazione delle opinioni e litigiosità crescenti – intorno alle cause, subendo inermi le conseguenze dei fenomeni più estremi e al contempo senza imparare a come poter mitigare, magari annullare ma nel caso anche convivere con i loro effetti. E se qualche spirito misero continuerà a negare pervicacemente ogni cosa, sarà probabilmente il primo a subire quegli effetti e nel modo più pesante, già.

[Nelle immagini dei giorni scorsi a corredo del post: downburst in Tirolo, Austria, e grandine in Nord Italia.]

“Il miracolo delle dighe” su “La Guida” (reload)

Ringrazio nuovamente La Guida, il settimanale d’informazione cuneese, che lo scorso 24 luglio ha rilanciato la bella e attenta recensione (dacché già uscita sulla versione cartacea del giornale) del mio libro Il miracolo delle dighe firmata da Roberto Dutto, il quale ha saputo ben cogliere il senso di alcuni dei temi che ho voluto toccare e narrare nel libro, ricavandone impressioni (per me) molto lusinghiere. La potete leggere direttamente nel sito del settimanale cliccando sull’immagine lì sopra.

Per saperne di più sul libro, cliccate qui.

Camminando tra i “Paesaggi elettrici” del Cervino

È stata una due giorni bella e ricca di emozioni quella che ha segnato l’edizione 2023 di “Sentieri d’Autore ai piedi del Cervino”, svoltasi venerdì e sabato scorsi tra Valtournenche e Cervinia con la consueta perfetta curatela dell’Officina Culturale Alpes, ed è stato un vero grande onore per me esserne parte.

Venerdì un pubblico assolutamente numeroso – oltre le aspettative, devo dirlo – ha ascoltato la chiacchierata tra Roberto Mantovani, Luciano Bolzoni e il sottoscritto intorno al tema della “conquista idroelettrica” dei territori alpini nel corso del Novecento, impreziosita dalla maestria chitarristica di Francesco Garolfi le cui note hanno risuonato tra le capriate della suggestiva centrale di Maën-Cignana. Sabato con Roberto Mantovani e un pubblico necessariamente meno numeroso ma attento e partecipe abbiamo camminato da Plan Maison alla diga del Goillet dissertando nelle varie pause lungo il percorso del mio libro Il miracolo delle dighe e delle trasformazioni del paesaggio montano antropizzato per esigenze industriali o turistiche; come ciliegina sulla torta della giornata l’incontro con i custodi della diga del Goillet, che hanno spiegato al gruppo in cosa consiste il loro particolare lavoro e come si svolge.

Corre l’obbligo di ringraziare chi ha permesso e supportato lo svolgimento degli eventi: il Comune di Valtournenche con la Biblioteca Comunale, il Consorzio Cervino Turismo, il Gruppo CVA che in via eccezionale ha aperto la centrale di Maën-Cignana e ci ha concesso di “disturbare” i custodi del Goillet, a Due Punti Ufficio Stampa che ha curato la promozione oltre all’Ordine degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori della Valle d’Aosta che ha accreditato gli eventi. Infine, un grazie e un caloroso saluto va a tutti i partecipanti, che con la loro presenza hanno dato importanza e valore alla rassegna.

Arrivederci alle prossime edizioni!

P.S.: le fotografie relative agli eventi di venerdì e sabato sono di Cristina Busin, Presidente dell’Officina Culturale Alpes, che ringrazio per avermele fornite.