Continuano a non esserci più gli scrittori di una volta…

P.S. – Pre Scriptum: discorrendo con alcuni amici – tra cui un rinomato libraio – in occasione di un recente evento pubblico circa lo stato derelitto dell’editoria italiana e l’incancrenirsi delle cause all’origine di esso, m’è tornato in mente l’articolo sottostante, che scrissi più di 5 anni fa. L’ho immodestamente citato agli amici, quella sera, come il frutto di personali riflessioni appartenenti al passato ma, a ben vedere, quanto vi scrissi è totalmente valido pure oggi – per ciò ora lo ripropongo alla vostra attenzione. Brutto segno, questo: quando osservazioni su realtà ormai vecchie di anni risultano ancora attuali, è l’indicazione d’un sostanziale stato di involuzione in costante aggravamento col passare del tempo, soprattutto riguardo un’arte creativa ed espressiva quale è la letteratura nonché, più in generale, riguardo la società dalla quale essa scaturisce.
D’altro canto è evidente che il corso di tale stato possa essere invertito rapidamente, in presenza di una volontà condivisa di ottenere tale scopo dentro e fuori l’ambito letterario-editoriale. Basta volerlo, insomma, promuovendo le giuste condizioni culturali a tal fine. Non ci vuole molto: ma lo si vuole?

La letteratura italiana continua a girare attorno ai soliti tre o quattro nomi: Calvino, Gadda, Pavese… Poi viene soltanto una modesta scuola postmoderna nella quale non mi riconosco; un relativismo che finisce per dissolvere l’idea stessa del male. E diciamo la verità, questo vale anche per una certa letteratura americana à la page… non certo Faulkner o Bellow.

(Enzo Bettiza, estratto da Novecento, il secolo del Male ancora in cerca di scrittori forti, Corriere della Sera, 2 aprile 2010.)

Stavo disquisendo qualche giorno fa, con “colleghi” autori ed editori durante la Rassegna della MicroEditoria di Chiari, di tale questione – e lo facevo proprio lì, in un evento dedicato a quell’editoria indipendente nella quale si può ancora trovare letteratura di qualità, sovente ben più che nei cataloghi dei grandi e blasonati editori. Ci si chiedeva, in buona sostanza: ma non è che qui, in Italia, non ce ne sono più di grandi scrittori? Non è che ha ragione Bettiza, che pur con tutta la produzione letteraria ed editoriale contemporanea (e lasciando stare ciò che succede all’estero, in America o altrove, visto che almeno io non conosco così bene quel panorama letterario da poterlo indubitabilmente giudicare) di gente come Calvino, Gadda, Pavese in giro non ce n’è proprio più?
Ovvero, intendiamoci: di bravi scrittori ce ne sono parecchi in circolazione, gente che sa scrivere, che sa usare la lingua italiana, che sa creare storie accattivanti, divertenti, piacevoli da leggere, questo è fuor di dubbio. Ma di autori che sappiano creare opere dotate di autentico valore letterario, di spessore, di rilevanza tale da apparire – anche da subito, fin dalla prima lettura – come qualcosa che certamente resterà, che non verrà dimenticata e superata da altre future cose? Che sappiano mettere nei loro testi non solo belle storie, personaggi suggestivi, argomenti intriganti e/o emozionanti ma pure quel quid, quel tot di vera, alta o altissima letteratura il quale renda i loro libri elementi culturali imprescindibili per il pubblico, dunque per la società, che può usufruire della loro lettura? Ecco, ribadisco: mi viene da pensare e mi è venuto da esprimermi, a Chiari con i miei interlocutori, più o meno come si è espresso Bettiza. Unica differenza, ho citato qualche altro esempio di autore del passato ad oggi, secondo me, mai raggiunto da nessuno (Buzzati, ad esempio).
Da tale riflessione ricavo una provocazione pressoché inevitabile: e se noi autori italiani contemporanei, in quanto esponenti della società dalla quale veniamo e nella quale viviamo ovvero da narratori di essa e gioco forza influenzati da essa e dalla sua realtà ordinaria – pur se scriviamo storie di purissima fantasia – finissimo ineluttabilmente e nostro malgrado ad assumere da questa nostra società una certa parte, poca o tanta, della sua palese decadenza, la quale va a intaccare fin dal principio (ovvero nella nostra testa) la bontà letteraria di ciò che scriviamo? Se la capacità dei grandi scrittori del passato come quelli citati di ergersi al di sopra dell’ordinarietà quotidiana per raccontare storie e scrivere libri realmente originali, illuminati e illuminanti oggi, nel sistema politico, economico, sociale e culturale per molti versi corrotto in cui viviamo, non fosse più possibile? Anzi, se pure quando ci si creda alternativi e “antagonisti” a tale sistema e si ritenga di scrivere cose conseguenti, in effetti non si sia che un ennesimo e patetico sottoprodotto di esso, in fondo fruttuoso al suo proliferare?!?
Insomma – per tornare su un piano più pratico – e se in Italia si leggessero pochi libri anche perché non ve ne siano in giro di così sublimi e imperdibili?
E’ una provocazione, lo ripeto, che peraltro ritaglio in primis su me stesso e sul mio meditare circa tale questione – non sto dando dell’incapace letterario a nessuno, sia chiaro! Ma per il bene della letteratura, in virtù della passione di chiunque verso i libri e la lettura e in considerazione della realtà dei fatti nazionale (senza inutili e vuoti catastrofismi, eh!), credo che ci si debba interrogare anche con modalità così urtanti, in modo da comprendere nel miglior modo possibile la situazione in corso e trarne buone conseguenze, azioni, reazioni e ispirazioni.

P.S. – Post Scriptum #1: l’immagine in testa al post riproduce la pagina di uno dei giornali che hanno ripreso il mio articolo, in tal caso La Voce di Romagna. Cliccateci sopra per leggerlo in un formato più grande.

P.S. – Post Scriptum #2: uno sviluppo successivo delle riflessioni che avete appena letto lo trovate qui, in un articolo a mia firma su Cultora.

Slow is beautiful

Strade da percorrere ad alta velocità, treni ad alta velocità, internet ultraveloce, cibo veloce (si chiama proprio fast food, no?), il tempo che pure lui corre (più) veloce, tutti di fretta, tutti di corsa, non c’è un istante da perdere… perché? Dove stiamo andando tutti quanti così di fretta? Per quale motivo corriamo così forsennatamente? Cosa stiamo facendo di così vitale e fondamentale per farlo?
Veramente crediamo che la lentezza sia un “male”? O meglio: veramente siamo riusciti a convincerci/ci siamo lasciati convincere che andare sempre il più veloce possibile sia la cosa più bella e giusta da fare? Siamo così stupidi, sul serio?

L’unica cosa di legittimamente veloce, qui, sarebbero le (ineluttabili) risposte a tutte queste domande, semmai.

https://vimeo.com/230368118

Al di là della vita che scorre in fretta, tra ritardi e ore di punta, c’è il ritmo lento della Natura, con l’alternarsi dei cicli e le regole delle stagioni. La calma quotidianità che ogni giorno si ripete richiede impegno e fatica ma la collaborazione, la convivialità, la partecipazione e la condivisione dello sforzo conferiscono al tempo maggior valore. Un ritmo lento con il quale sincronizzarsi per vivere meglio.
Fuori dalla città, oltre il traffico e lo stress, il tempo non si ferma ma rallenta: proprio come raccontano le immagini di Slow is beautiful, il cortometraggio realizzato dal videoartist Vitùc, in cui si riscopre l’importanza di dare valore all’indispensabile invece di correre dietro al superfluo.
(Da un articolo tratto da La Rivista Culturale, l’originale è qui.)

Quelli che si vantano di non leggere

(Mark Twain, “The town drunkard asleep once more”, 1883.)

Quelli che si vantano di non leggere libri o di non apprezzare l’arte mi ricordano tanto quelli che ostentano la loro “capacità” di reggere l’alcol e di non subirne gli effetti: bevi e bevi, prima o poi ubriachi fradici se non in coma etilico al pronto soccorso ci finiscono tutti – o, peggio (per loro), con l’auto in un fossato. E certamente, in ogni caso, non per colpa dell’alcol.

Mario Merz, Hangar Bicocca, Milano

Comincio dalla fine, ovvero affermando una cosa che potrebbe benissimo chiudere il testo che state per leggere e che invece voglio affermare – anzi, ribadire fin da subito: l’Hangar Bicocca è uno dei luoghi per l’arte più belli e fondamentali d’Europa. Così bello da essere se stesso opera d’arte da visitare, e così fondamentale da rappresentare uno dei più esaltanti contenitori per l’arte contemporanea che ci siano – e intendo “esaltanti” anche nel senso di capaci di accrescere il fascino e il valore emozionale delle opere in esso esposte.

Dovevo dirlo, tutto questo, perché indubbiamente Igloos, la mostra di Mario Merz ospitata dall’Hangar Bicocca fino al prossimo 24 febbraio, dialoga a meraviglia con i vasti e meravigliosi spazi scuri delle “Navate”. Ammetto che non conoscevo granché bene i pur celeberrimi e iconici lavori dell’artista milanese (ma torinese d’adozione), e il vagare esplorativo tra di essi (ben 31 igloos sparsi negli spazi espositivi in modo solo apparentemente entropico, più un’installazione a parete), agevolato dalla preziosa ed esauriente guida a disposizione dei visitatori, mi ha profondamente affascinato.

Ben più complessi di quanto potrebbe sembrare, veri e propri oggetti superdimensionali sia in termini spaziali che temporali, gli igloos sono sorprendenti medium che come pochi altri lavori artistici sanno essere messaggio senza sfuggire dal loro naturale compito di messaggeri. Anzi, in qualche modo la potente materialità di essi, sempre diversa, sempre “filosofica” e speculativa ben oltre le apparenze, accresce la forza e la concretezza delle narrazioni trasmesse, aprendo di volta in volta ulteriori vasti spazi di riflessione. Definite dallo stesso Merz capanna, tenda, cupola, ventre, cranio, terra, danno al visitatore l’impressione di essere – aggiungo all’elenco un’ennesima definizione possibile – “biosfere artistiche” piantate nella superficie del luogo espositivo che al loro interno custodiscono leggi fisiche proprie, forse differenti da quelle all’esterno, certamente in grado di attivare costanti flussi energetici tra dentro e fuori, e tra chi fuori vi si avvicina, vi gira intorno, entra in contatto, ne percepisce la materialità e, ribadisco, può percepire quanta materia narrativa ne fuoriesce.

La notevole bellezza dell’allestimento all’Hangar Bicocca, poi, è data anche dal sentirsi, quando si visita la mostra, come in mezzo a una vera e propria città di igloos, un inopinato paesaggio “urbano” artificiale e al contempo ambientale i cui spazi tra le varie installazioni determinano, per così dire, un’ideale, aurea dimensione della/per la riflessione: il riflesso delle ombre dei vari igloos sul pavimento, della luminosità dei neon e delle altri fonti di luce che sovente fanno parte dei lavori, la relativa percezione delle forme e della materialità di essi, ma anche della riflessione intesa in senso intellettuale che i lavori sanno suscitare e che acquisisce a sua volta un’inopinata “materialità”, come se gli igloos fossero pure macchine amplificatrici del pensiero, delle sensazioni, delle visioni mentali, delle percezioni emozionali.

Il tutto a sua volta amplificato, lo ripeto, dalla potenza quasi sacrale degli spazi e delle forme del (neo)luogo-Hangar Bicocca, vera e propria cattedrale dell’arte e della cultura più alte e indispensabili che, sotto la guida del direttore Vicente Todolí (curatore anche della mostra di Mario Merz in collaborazione con la Fondazione Merz), sta elevando il proprio prestigio a vette sempre maggiori, sempre migliori.

Insomma: bellissima mostra di un artista tra gli italiani più grandi del Novecento in un bellissimo e necessario posto – nel quale, ovviamente, non ho mancato di andare in ennesimo pellegrinaggio ai Sette Palazzi Celesti di Anselm Kiefer, ogni volta come la prima volta una grande emozione. Credo non ci sia nemmeno bisogno di affermare quanto sia raccomandabile la visita, no?

Perché scrivere, secondo Philip Roth

L’unica via per scrivere letteratura contemporanea? “Rifugiarsi in un sé immaginato come unica cosa apparentemente reale in un ambiente altrimenti apparentemente irreale”. I mezzi di comunicazione? “L’attualità vanifica di continuo le nostre capacità di romanzieri mentre la cronaca estrae quasi ogni giorno personaggi che sono l’invidia di qualsiasi romanziere”. Il segreto della scrittura? “Famiglia e religione come forze coercitive sono un soggetto ideale per i romanzi”

(Philip Roth in Perché scrivere? Saggi, conversazioni e altri scritti 1960-2013, Einaudi, in uscita martedì 16 ottobre; ripreso e citato da Gian Paolo Serino sulla sua pagina facebook nella personale recensione del libro.)