Ribadisco: da “esseri umani”, a stare con gli animali, ci si capacita che bisogna essere più animali per diventare più umani, perché meno si ha umanità verso gli animali e più ci si trasforma in bestie.
Noi, non loro, come la storia del mondo dimostra bene. Già.
(Nella foto: io che metto in pratica quanto sopra e mi bevo una birra in un momento di pausa solitaria.)
Sono giornate dalle condizioni meteorologiche variabili queste, qui dalle mie parti, e sovente i monti sui quali vivo sono avvolti dalla nebbia: a volte poco più che una foschia, altre volte tanto fitta da poterla quasi abbrancare – o, come si dice in tali casi, “da poter essere tagliata con un coltello”.
Fa paura a tanti, la nebbia, mette inquietudine, disorienta e confonde. È senza dubbio pericolosa in certi casi, inutile rimarcarlo; eppure, quando avvolge il paesaggio naturale e ne rende evanescenti i contorni, gli alberi, i profili delle case, le luci artificiali, ovattando pure (almeno così pare) suoni e rumori, a me dona una sensazione di cordiale intimità. Non mi ci sento disperso e privo di coordinate spaziali, oppure confuso dall’impossibilità di vedere cosa ho intorno, anzi, al contrario è come se la nebbia mi acuisse la sensibilità sensoriale, mi obbligasse a percepire ancora meglio la mia presenza e il moto nello spazio dando maggior importanza ai dettagli minimi, quelli che ogni tanti emergono più o meno indistinti dal velo brumoso e che da soli devono e possono disegnare nella mia mente il paesaggio nelle vicinanze. Un paesaggio totalmente avvolto in questa coperta nebbiosa, forse disorientato ma, in fondo, per certi versi anche protetto da essa.
Poi, certo, ammetto che forse tutto ciò deriva dalla mia personale, e probabilmente inopinata, passione per i climi “difficili” – pioggia, gelo, nebbia, eccetera – ma ciò non per un personale eventuale ombrosità d’animo, semmai perché grazie ad essi posso ancor meglio apprezzare e godere i climi più luminosi, confortevoli, accoglienti, sapendo che gli uni e gli altri sono comunque due aspetti dello stesso paesaggio che vivo e con il quale in ogni caso mi relaziono, ogni volta che lascio le mura domestiche. Indispensabilmente, che piova, nevichi, vi sia nebbia o che splenda il più abbacinante Sole.
[Pieter Kluyver (1816-1900), “Alberi nella tempesta di vento”, olio su tela, collezione privata.]Qualche sera fa io e Loki, il mio segretario personale a forma di cane, vaghiamo in una valletta boscosa racchiusa tra due nette dorsali montuose, sopra casa, che ne conformano una morfologia a V pressoché perfetta e vi racchiudono una quiete pregevole. In alto la valle adduce a un’ampia sella che si apre verso settentrione su un’altra e più ampia vallata nonché verso orizzonti alpini assai vasti nei quali si può scorgere buona parte delle Alpi Occidentali.
Nel mentre che siamo lì sul fondovalle a litigare, come al solito, su quale direzione prendere al fine di vagabondare con consono piacere (a volte abbiamo visioni differenti al riguardo), d’improvviso cominciamo a percepire un rumore basso, sordo, che viene da oltre i crinali montuosi sovrastanti. Il rumore cresce sempre più, si fa ampio, fremente, sembra quello d’un aereo a reazione che a momenti stia per apparire da dietro quei crinali ad una quota particolarmente bassa, tuttavia alziamo (più io che Loki) lo sguardo verso l’alto ma sullo sfondo della volta stellata non vediamo alcun aereo ovvero nessuna luce che ne identifichi uno.
Qualche istante dopo, con il rumore che ormai avvolge il cielo visibile sopra di noi, notiamo che le fronde alte degli alberi d’intorno cominciano a ondeggiare, ad un ritmo univoco e costante, non intenso ma abbastanza vivace da sommare tale fragore armonico esteso a tutta la valle a quello celeste… fino a che pure al livello del terreno, ove io e Loki stiamo, giunge chiara la risposta al quesito che l’improvviso e così “denso” rumore ci aveva posto: nessun aereo a reazione o altro oggetto volante più o meno identificato, ma nel momento appena descritto è giunto e scivolato nella vallata dove eravamo il vento da Nord, ilFöhno Favonio. È stato veramente come se, in modo inatteso, ne avessimo avvertito e poi percepito la presenza improvvisa, la massa in movimento come un’onda d’aria, consistente e vibrante ma senza essere travolgente, che in pochi attimi ha avvolto il luogo e animato l’intero paesaggio continuando oltre, e ne avessimo vissuto da dentro il momento esatto della sua manifestazione.
Certo, niente di straordinario, anzi, un fenomeno che ovunque sui monti – e da me in particolare, in forza della morfologia montana locale – accade decine di volte nella stagione fredda. Però è stato bello coglierne in quel modo la manifestazione, almeno per lo scrivente («Ascoltare il vento dispensa dalla poesia, è poesia» ha scritto Cioran); sì, perché il segretario Loki, invece, salvo qualche attimo di svagata attenzione dedicata al fenomeno, ha continuato a dedicarsi alle sue cose da cani, già.
Solo qualche giorno fa (maledette Poste Italiane!) ho ricevuto il “cadeau natalizio” 2020 di Hortensia, realizzato da Vittorio e Pietro Peretto che ringrazio di tutto cuore, e come ogni anno (a prescindere dal ritardo – dannate Poste Italiane!) aprire la busta e scoprirlo è un piacere raro, dacché altrettanto raro è trovare qualcosa di così apparentemente semplice eppure tanto profondo, per diversi aspetti.
Quest’anno i Peretto di Hortensia hanno realizzato un libricino fotografico dedicato alla Val d’Intelvi, loro abituale buen retiro (e non solo) nonché zona tra le più belle e particolari delle Prealpi Lombarde, le cui immagini assai suggestive sanno narrare in modo intrigante la peculiarità del territorio intelvese e dei suoi numerosi angoli di sublime paesaggistico e naturale.
Così si legge, nella prefazione di Mal d’Intelvi (titolo significativo tanto quanto programmatico, per così dire!):
Si può interpretare il camminare come un prendersi cura dei luoghi. La frequentazione, la conoscenza ed il riconoscimento, sono parti di una stessa esperienza che si alimenta di mappe cartacee e mappe mentali oltre che di suole consumate.
Entrare in un bosco, di cui la Val d’Intelvi è ricca, vuol dire attraversare il tempo, ritrovare gesti, camminare su piste di cervi, immergersi nel profumo dei maggiociondoli, scoprire macchie di equiseti.
Valle particolare, con due fiumi che scendono su versanti opposti, ricca di testimonianze d’arte soprattutto di quell’epoca straordinaria di globalizzazione ante litteram che fu l’età Barocca.
Un altro piccolo/grande gioiellino di poetica visiva, insomma, manifestazione d’affetto profondo per la Val d’Intelvi ma pure, in fondo, per tutta quella montagna morfologicamente meno spettacolare e non così turisticamente patinata eppure dotata d’una delicata e al contempo fremente bellezza e di un fascino sospeso nel tempo ma capace di imprimersi a fondo nell’animo di chiunque sappia percepirne e recepirne l’essenza.
Potete scaricare Mal d’Intelvi in formato pdf da qui.
Come gli anni scorsi, in occasione di queste pubblicazioni “natalizie”, per ogni copia Hortensia devolve un contributo all’Ospedale San Carlo Borromeo – Progetto Pediatria, per la comunicazione e promozione delle attività ludico-didattiche della Scuola in Ospedale.
Se desiderate dare il vostro contributo: Cooperativa sociale arl Onlus AllegroModerato, Codice Iban IT33T0335901600100000062050, c/c 1000/62050 presso Banca Prossima.
AllegroModerato è un’associazione di disabili che opera nel reparto di pediatria del San Carlo da anni e si adopera per il bene dei pazienti attraverso la musica. L’associazione ringrazierà personalmente per ogni donazione (anche se piccolissima): basta indicare il vostro nome.
[Foto di Free-Photos da Pixabay.]Anche a prescindere dal periodo pandemico ed emergenziale in corso, con tutte le restrizioni sociali che impone (il quale ha semmai reso più evidente, ancorché amplificata, la questione di cui vi sto per dire, che palese lo era già da tempo), mi pare sempre di più che la socialità contemporanea non sia una convivenza consapevolmente tale ma una mera somma di tante singolari solitudini. L’individuo di oggi non sta in società, ovvero in mezzo ad altri individui, per godere della conseguente relazione sociale ma unicamente per la paura di restare da solo con se stesso: una condizione che per molti temo equivalga al togliere il coperchio al personale vaso di Pandora, al fare i conti con la propria esistenza al netto delle varie incombenze sussistenziali quotidiane.
È un tema sul quale ho disquisito più volte, qui sul blog (si veda qui, qui, qui e qui, ad esempio) e verso il quale mi sento particolarmente sensibile, in forza dell’esperienza personale al riguardo – che non pretendo certo possa avere valore generale, sia chiaro, tuttavia è una testimonianza quale altre di segno opposto: il non saper reggere la solitudine per più di qualche attimo, insomma, credo sia un elemento probante della assai debole valenza della socialità contemporanea e delle relazioni tra gli individui che ne compongono la comunità sociale la quale, in forza di quanto detto, risulta un qualcosa di assai labile, evanescente. Ciò, penso, è uno dei grandi problemi della nostra stessa, società, uno dei motivi per i quali non funziona così bene come dovrebbe, e come imporrebbe lo status di “paese avanzato” del quale ci fregiamo – e nonostante l’etichetta “social” che viene messa un po’ ovunque, debordando dalle reti sociali sul web (che sono realmente social? Parliamone!). Eppure, paradossalmente, resto fermamente convinto che tanto più e meglio si possa vivere in società, e godere della sua socialità, quanto più si sappia altrettanto godere di adeguati momenti di solitudine “consapevole”, cioè ricercata e meditata. L’essere autenticamente sociale si determina e completa in questo modo, non altrimenti, e se la società non agevola tale compiutezza è anche perché chi la compone non opera in quel senso, su se stesso e, per ineluttabile somma, sull’intero mondo che ha intorno.
Forse, un altro utile insegnamento che potremmo trarre dalla pandemia in corso, e da concretizzare una volta finito tutto quanto è anche questo, io penso.