Uno scarpone abbastanza grosso

Il Paul fa sì con la testa, il comune ha minacciato di chiudere lo skilift, da quando è presidente quell’altra testa di legno vogliono risparmiare su tutto, sarebbe un peccato per il nostro bel muletto, se pensi a quanti ci hanno imparato a sciare, da qui veniva fuori un campione un anno si e un anno no, come il Seppi Plum, un lampo, peccato solo che è finito nel bosco. Una miniera di talenti è questa, ma poi ti arrivano quelli lì e non trovano uno scarpone abbastanza grosso per il calcio in culo che voglion piazzarti.

(Arno Camenisch, Ultima neve, Keller Editore, 2019, traduzione di Roberta Gado, pag.13.)

Il gioco del presepe

Lo capisco bene l’appello del “Papa” ai fedeli cattolici per «fare sempre un piccolo presepe a casa».
D’altro canto la chiesa ha ormai trasformato la fede e la spiritualità cattoliche in un gioco con delle belle statuine di plastica, facili da maneggiare e da vendere, senza nemmeno bisogno di studiarci sopra troppo a come funziona, tale gioco. Anzi, per nulla.

E’ sommamente straziante nelle feste natalizie questo ridurre il tutto a dimensione di favola infantile, professata tuttavia come vera.

(Giorgio ManganelliIl presepio, Adelphi Edizioni, 1992. Sempre lui, sì. Imprescindibile, in questi giorni tanto biecamente festosi.)

Se torna la paura di mettersi in viaggio

Da “Il Secolo XIX” dello scorso 30 novembre, alcune interessanti riflessioni di genesi letteraria in tema di paure antiche, superate e rinnovate nella pratica del viaggiare di Emanuela E. Abbadessa, scrittrice assai raffinata e dallo sguardo sempre sagace anche quando abbia a narrare del nostro “ordinario” mondo quotidiano. Un mondo la cui cronaca registra inopinate ma a volte inevitabili “rivalse” di quelle paure sulle nostre (apparentemente) acquisite sicurezze quotidiane, come sta accadendo con la questione dei viadotti autostradali crollati in modo più o meno tragico e della mancanza di cura di certe infrastrutture d’uso pubblico e comune. Una casistica sconcertante proprio in forza della sua ripetitività, a fronte di manufatti come le strade e le autostrade che dovrebbero rappresentare l’eccellenza riguardo a solidità costruttiva e sorveglianza della sicurezza di chi li utilizza.

Cliccate sull’immagine per leggerla in un formato più grande.

Alla fine della fiera (dei libri)

Leggo sull’Ansa – grazie all’amico Pasquale che ha postato l’articolo sul proprio profilo Twitter – che l’anno prossimo si farà una fiera dell’editoria anche a Firenze. Si chiamerà “Testo”, sarà organizzata da Pitti Immagine e si terrà probabilmente già a marzo 2020. Potete leggere tutti i dettagli nell’articolo cliccando sull’immagine lì sopra.

Un’altra fiera dell’editoria, già.

Be’, verrebbe da dire che in Italia c’è un tale gran mercato dei libri, così tanto effervescente e vitale, da fare che le n-mila fiere, fierette, rassegne, saloni, salotti e quant’altro dedicato ai libri e alla lettura già esistenti non siano mai a sufficienza!

Poi si leggono i dati di vendita (qui ad esempio trovate una sintesi dell’ultimo rapporto AIE sullo stato dell’editoria) e, inevitabilmente, qualche domanda sorge spontanea, come si dice, sull’effettivo valore circa quell’impressione di vitalità editoriale sopra citata.

Ad esempio: se ci sia veramente bisogno di un’altra fiera, in Italia, che si propone come di interesse nazionale, andando dunque in inesorabile concorrenza con le altre simili; se questa proliferazione di eventi legati ai libri e alla lettura, al netto della sperabile bontà delle intenzioni, sia realmente proficua per il mercato; se di contro tutti questi eventi, che alla fine della fiera (locuzione del tutto consona!) finiscono per essere dei gran mercati dei libri, non danneggino in primis gli elementi fondamentali della filiera editoriale, cioè i librai; se questa proliferazione fieristica in tema di libri e lettura ciò non sia invero legato al solito e moooolto italiano campanilismo per il quale ognuno pensa per sé e tutti sono contro tutti perché ciascuno si crede più bello e bravo degli altri.

Ecco.

Intendiamoci: nessuna preclusione e nessun preconcetto. Ben vengano tali eventi nei quali sia promossa in ogni modo la lettura dei libri – dei buoni libri, meglio sarebbe da dire. Ma non è che pure in questo ambito, come accade in altri contesti, la quantità finisce per andare a danneggiare la qualità? Non è che la realtà dei fatti rimane quella di una “Armata Brancaleone editoriale” nella quale ogni elemento si muove in modo autonomo senza alcun reale coordinamento con il resto della rete, quanto mai necessario in tale realtà e posto lo stato del mercato italiano?

Giova ricordare che non più tardi di un paio di anni fa è andata in scena un’indegna lotta fratricida tra Torino, col suo “storico” Salone, e Milano con la nuova fiera “Tempo di Libri” – che si è rivelata per ciò che non poteva che essere, un gran buco politico nell’acqua editoriale, ma che pare sarà riproposta a febbraio 2020. Dunque, se così sarà, solo un mese prima della nuova fiera di Firenze.

Ribadisco (sempre a titolo personale): ma serve veramente a qualcosa di buono e utile per i libri e la lettura, tutto questo?

Chiude la Libreria del Viaggiatore di Roma

Come ebbi a scrivere già in altre simili occasioni, quando chiude una libreria si perde un pezzo di civiltà. Che è fatta in primis di cultura e di socialità, la civiltà, e dunque la perdita e il danno sono tripli.
Purtroppo, riferisce nei giorni scorsi “La Repubblica” (qui l’articolo relativo, il video invece è di Luca Salici), «Chiude la storia “Libreria del Viaggiatore“, fondata nel 1990 da Bruno Boschin a via del Pellegrino e rilevata da Luigi Politano ed Eleonora Pellegrini, già proprietari della casa editrice Round Robin. Il locale di culto per i lettori-viaggiatori romani e non, il 31 dicembre sarà costretta a lasciare la sua sede senza sapere, almeno per ora, cosa ne sarà del patrimonio custodito fra le sue mura, composto da ben dodicimila volumi di viaggio che devono trovare un nuovo alloggio o condannarsi a un deprecabile e deleterio* oblio.»
Un oblio del quale un paese già culturalmente allo sbando come l’Italia non ha per nulla bisogno e che ne danneggia ancor più la (residua) vitalità umanistica – al solito, nell’indifferenza di più, politici in primis.

(*: “deprecabile e deleterio” ce li ho aggiunti io, inevitabilmente.)