La bandiera della letteratura non è mai la bandiera del potere

Si può essere davvero così estranei al potere?
«Sergej Dovlatov, una volta, ha parlato del rapporto che aveva il suo amico Brodskij con il potere sovietico. Scrisse: “Non viveva in uno stato proletario, viveva nel monastero del proprio spirito. Non si opponeva al regime. Non lo considerava. E non era nemmeno sicuro della sua esistenza. Quando sulla facciata del suo palazzo, a Leningrado, avevan montato un ritratto di sei metri per sei di Mžavanadze (Segretario del partito comunista georgiano), Brodskij aveva detto «Chi è? Sembra William Blake…”. Io credo che gli scrittori siano per forza di cose da un’altra parte, rispetto a quella del potere politico. “Il colore della bandiera della letteratura – ha scritto Viktor Šklovskij negli anni venti – non riflette mai il colore della bandiera che sventola sulla cittadella del potere”.»
Oggi, in Italia, il potere è fragile. Non le sembra un po’ facile, rivendicare questa distanza?
«Sicuramente la mia posizione è diversa, rispetto a quella di Brodksij, o di Šklovskij, che avevano a che fare con il potere sovietico, o agli scrittori russi dell’ottocento, che dovevano guardarsi dalla polizia degli zar, ma non posso nemmeno auspicare un ritorno alla dittatura che mi permetta degli atti eroici. Io sono tutt’altro che un eroe, sono pieno di difetti, e minimo, insignificante, ma il mondo che mi circonda, per quanto insignificante io sia, mi sembra così stupefacente. Scrivere mi permette di farmi crescere dentro la pancia una piccola macchina per lo stupore. La capacità di guardare anche la strada che c’è sotto casa mia e di vederla, tutti i giorni, come se la vedessi per la prima volta. E ogni tanto succede che la mia vita marginale e insignificante, diventa memorabile.»

(Paolo Nori intervistato da Nicola Mirenzi sull’Huffington Post il 24/03/2019. Cliccate qui per leggere l’articolo completo in originale.)

Scrivere è come arare la Terra

Scrivere non è che una tappa sul cammino della consapevolezza di appartenere alla Terra. L’atto di scrivere non può essere una semplice reazione, un gesto impulsivo e autoreferenziale per soddisfare mere necessita dell’ego o economiche; e soprattutto non può prescindere dall’interazione profonda con il rilevamento topografico prodotto dalla psiche impegnata a registrare il fare dal nulla. La scrittura è un atto fisico. Scrivere è come arare: abbiamo i semi da sotterrare, da affidare alla Terra, da coprire e poi curare, facendo un patto con la vita che ci ha originato e che ci concede di essere conosciuta e sperimentata nel tempo che ci è dato. Ma prima, questi semi, dobbiamo intercettarli nella brezza che li culla. Senza l’ascolto, senza il silenzio che cammina con noi, sarà difficile coglierne il lieve frullare in quel venticello.

(Davide SapienzaIl Geopoeta. Avventure nelle terre della percezioneBolis Edizioni, 2019, pag.25.)

La geografia è uno specchio della psiche

La geografia è uno specchio della psiche, nella quale si riflette: e quasi ovvio dirlo, ma la via di comunicazione tra questi due luoghi e costituita dalla percezione che a sua volta viene educata attraverso il cambiamento indotto dei paesaggi interiori, plasmati da ciò che vediamo e sperimentiamo fuori dal nostro corpo. Il processo di definizione del territorio che abbevera lo spirito e la mente, avviene infatti attraverso il corpo – il canale di comunicazione più importante con la realtà circostante. Il corpo deve potersi muovere, deve viaggiare, deve percepire, deve raccogliere dati visibili e invisibili che ritrasmette alla mente e alla psiche sotto forma di emozioni e di pensieri.

(Davide Sapienza, Il Geopoeta. Avventure nelle terre della percezione, Bolis Edizioni, 2019, pag.77.)

David, Jess, Hansjörg

Da sempre frequento le montagne, le studio, le racconto, vi ci lavoro e, soprattutto, le percorro in lungo e in largo. Pratico alpinismo in forme assolutamente blande e, col tempo, mi sono abbastanza allontanato da quella mentalità parecchio “prestazionale” diffusa tra molti alpinisti per la quale pare che una montagna valga soprattutto per quanto vale la possibilità di scalarla, la difficoltà delle vie di salita e, ovviamente, la bravura di chi la salga e ne racconti poi l’impresa in recit d’ascension scritti bene ma sostanzialmente tutti uguali e tutti stucchevoli. Mentalità, peraltro, che non di rado ha causato illogiche rivalità, contenziosi, liti e quant’altro che poco abbia a che fare con la levità delle alte quote.

Di contro, spesso tra gli alpinisti ho incontrato e conosciuto persone meravigliose, donne e uomini che, al di là delle capacità tecniche arrampicatorie, mi hanno rivelato doti umane di raro valore ed effettivamente poco riscontrabili in altri ambiti ugualmente competitivi. Alpinisti che, tolti di mezzo i gradi di difficoltà, i metri saliti, le tempistiche eccetera – quasi fossero, pure questi, “abbigliamenti tecnici” funzionali alla scalata ma poi da togliersi di dosso perché inutili alla definizione del valore umano – appaiono per ciò che alla fine sono, ovvero gran belle persone mosse da una passione pura, sincera e irrefrenabile.

Quanto ho appena affermato vale soprattutto per molti alpinisti delle nuove generazioni, capaci di portare sulle pareti del mondo un atteggiamento alpinistico nuovo, fresco, privo delle belligeranze retoriche d’un tempo, più attento alla relazione tra uomo e locus montis. Come lo erano David Lama, Hansjörg Auer e Jess Roskelley, dei quali purtroppo è giunta la triste notizia della morte per una valanga, in Canada. Un tragico evento di fronte al quale, come accaduto di recente con Daniele Nardi e Tom Ballard al Nanga Parbat, nessuno che abbia la montagna “dentro” può restare insensibile e non sentirsi parte della comunità di Homo Sapiens che hanno scelto di diventare «conquistatori dell’inutile», come Lionel Terray aveva definito gli alpinisti. Un “inutile” assolutamente e profondamente fondamentale, insopprimibile, sostanziale. Vitale. Anche quando sia proprio la vita ad essere in gioco.

RIP.

Un buco nero. O un donut.

Dunque ora cosa diranno i negazionisti, i cospirazionisti, i complottisti parenti stretti dei terrapiattisti, dei no-vax, dei non-siamo-mai-stati-sulla-Luna eccetera, di questa prima storica immagine d’un buco nero?
Che in realtà non è un buco nero ma la foto appositamente sfocata di un donut?

Perché salteranno fuori anche qui prima o poi, tali “negazionisti”, c’è da esserne certi. Purtroppo i buchi neri attirano e catturano in essi qualsiasi cosa ma non ancora la madre dei cretini, quella sempre gravida. Purtroppo.