Serve una “diplomazia animale”

[Foto di steve fehlberg da Pixabay]

L’attitudine a coesistere non è una pia illusione né una concordia naturale: non implica che ci si lasci mangiare senza difendersi. Esige tutta la nostra intelligenza per comporre degli habitat condivisi e mettere in campo dei comportamenti diplomatici atti a minimizzare ogni rischio per gli esseri umani – minimizzarlo senza dover sfociare nell’eliminazione generalizzata degli altri con la presunzione di pacificare la Terra.
I grandi predatori sono per larga parte della loro vita degli animali territoriali. La territorialità è stata inventata dall’evoluzione come dispositivo di pacificazione tra gli esseri viventi, molto più antico delle leggi e delle convenzioni umane. La ferocia senza freni di questi animali è un mito dei moderni: possono essere feroci ma possono anche cercare la diminuzione dei conflitti e dell’aggressività, ancor di più se, muniti della nostra particolare intelligenza di diplomatici animali, mettiamo in campo delle condizioni che permettano la coabitazione e che lascino loro spazio.

[Baptiste Morizot, Sulla pista animale, Nottetempo 2020, pagg.78-79. Trovate la mia recensione al libro – che dovete leggere assolutamente – qui. Nota bene: la citazione sopra riprodotta fa il paio con quest’altra.]

Da studioso e appassionato delle montagne a 360 gradi, passo volentieri oltre le ennesime polemiche che si scateneranno a seguito della direttiva europea che ha declassato lo status del lupo da “specie strettamente protetta” a “specie protetta”. Sia chiaro: il dibattito al riguardo è importante (fino a che non si polarizza e le parti non s’arroccano su posizioni francamente insensate quando non ridicole) e la mia opinione al riguardo ce l’ho chiara, ma sono ben conscio che il nocciolo della questione sta molto più a monte, nella relazione che la nostra civiltà ha elaborato nei secoli con il mondo animale, naturale e in generale non antropizzato. Una questione del tutto irrisolta e che al momento non mi pare risolvibile in alcun modo, posto lo stato delle cose e ancor più l’approccio culturale generale utilizzato al riguardo: lo spiegai già tempo fa in questa chiacchierata con l’amico Tiziano Fratus.

Occorre un approccio differente, molto meno superficiale e molto più relazionato al senso della nostra presenza nel mondo nonché al suo portato: qualcosa che, essendo noi Sapiens, dovremmo saper cogliere ed elaborare di default, invece non pare che ciò accada. Un approccio differente e di grande forza è quello che elabora Baptiste Morizot, il quale guarda caso di mestiere fa il filosofo, uno abituato a spiegare la natura e la realtà nella loro vera essenza attraverso la logica (siamo Sapiens, ribadisco) piuttosto di altre “doti” molto più superficiali che invece oggi vanno molto di moda. Anche la sua proposta di una “diplomazia animale” dovrebbe essere qualcosa di assolutamente naturale: siamo la razza più intelligente e avanzata del pianeta ma restiamo animali, e il valore della nostra dominanza sul pianeta dovrebbe essere dato dalla capacità di viverlo diplomaticamente rispetto alle altre creature che lo abitano con noi, non dalla capacità di poterle assoggettare e facilmente eliminare perché ritenute di “status” inferiore al nostro e d’intralcio alla nostra conquista assoluta del mondo.

Be’, fino ad oggi, nell’epoca moderna e ancor più in quella contemporanea, non mi sembra proprio che l’umanità sia riuscita in ciò. Domani chissà: la speranza è l’ultima a morire, dice il noto proverbio, ma speriamo che prima non debbano morire troppe altre creature viventi – Sapiens inclusi, inevitabilmente.

Baptiste Morizot, “Sulla pista animale”

Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? Queste sono le classiche domande che da sempre, ovvero da quando ha preso coscienza di se stesso e della sua presenza viva nel mondo, l’uomo si pone e medita più o meno profondamente (oltre a formare il titolo di una nota opera di Paul Gauguin che ne interpreta artisticamente i contenuti). Ad esse se ne può aggiungere una ulteriore che le compendia, ovvero: quale è il senso della vita? Sono quesiti esistenziali che se già nel passato possedevano valore assoluto e massima profondità, oggi, nel cosiddetto Antropocene, ne acquisiscono per quanto possibile ancora di più. E se si potrebbe pensare, o temere, che siano quesiti ai quali rispondere risulti pressoché impossibile, dunque sostanzialmente inutili da affrontare, cercarvi costantemente e con sommo impegno intellettuale delle risposte è già essa stessa una risposta: il necessario principio grazie al quale andare oltre in una ricerca imprescindibile se vogliamo continuare a pensarci Sapiens, creature intelligenti nel senso più compiuto ed effettivo del termine.

Ecco, a tal proposito: ma, in forza del nostro privilegio evolutivo che ci ha resi la razza dominante sul pianeta, in concreto come ci siamo definiti “Sapiens”? Ci siamo definiti così proprio perché nel confronto con tutte le altre razze viventi sulla Terra abbiamo stabilito, formalmente a ragione, di essere la più avanzata, progredita, intellettualmente sviluppata. Ovvero, ci siamo definiti in relazione all’alterità rilevabile nello spazio abitato comune (il pianeta Terra), evidenza dalla quale abbiamo di conseguenza elaborato la nostra “identità”: noi siamo ciò che siamo perché gli altri abitanti del pianeta sono altro.

Tuttavia, proprio in base a questa evidenza “ontologica”, potrebbe ben essere che le risposte a quei massimi quesiti esistenziali prima citati si possano ritrovare, più che semplicemente in noi stessi, proprio nella nostra relazione con le altre creature viventi, e in ogni caso questa relazione biosistemica resta e resterà fondamentale in forza di un’altra semplice, assoluta evidenza: noi umani siamo evoluti come nessun altro ma restiamo animali, elementi viventi dell’ecosistema naturale, creature per le quali la natura è ambito imprescindibile con tutto ciò che contiene e con cui interagiamo, più o meno direttamente e consapevolmente. La natura è “casa”, è il mondo, anche per il Sapiens che sogna la prossima conquista di Marte e di chissà quali altri pianeti lontani: ma, a pensarci bene, i primi “alieni” li abbiamo qui accanto a noi, coabitanti lo stesso nostro pianeta, non un mondo posto ad anni luce da qui. E con essi non abbiamo granché imparato a relazionarci, in tutti i millenni di convivenza terrestre.

Baptiste Morizot di mestiere fa il filosofo, e per “hobby” (virgolette quanto mai necessarie) pratica il tracciamento animale: cerca le tracce degli altri esseri viventi in natura – tutti gli animali, dai grandi orsi ai minuscoli lombrichi – per cercare di comprenderne le esistenze e, fin dove è possibile, rispondere ad un altro grande problema che affascina da sempre l’uomo: capire cosa pensano gli animali nel mentre che, come noi, interagiscono con il mondo nello stesso ecosistema del quale anche noi facciamo parte. Posto ciò, Morizot però va oltre: se noi siamo parte con tutti gli altri esseri viventi terrestri dello stesso ecosistema, e dunque elementi in connessione nell’identica rete biologica che supporta la vita sul pianeta – in senso generale, non solo per come si manifesta nelle catene alimentari -, cercare di capire il pensiero animale può diventare uno strumento per capire noi stessi proprio nel momento in cui ci relazioniamo con l’alterità animale e con ciò, come detto prima, elaboriamo la nostra identità umana.

Questo affascinante tentativo di percorrere una strada assolutamente innovativa nell’esplorazione della nostra presenza nel mondo, e del senso di essa, Morizot lo mette nero su bianco e lo racconta in Sulla pista animale (Nottetempo 2020, traduzione di Alessandro Lucera e Alessandro Palmieri; orig. Sur la piste animale, 2018), una raccolta di «racconti filosofici di tracciamento» (pag.257) attraverso i quali il pensiero ibrido dell’autore, che si potrebbe tranquillamente definire etosofico, mette il lettore di fronte a un mondo nuovo, profondo, affascinante, tanto misterioso quanto accessibile []

(Potete leggere la recensione completa di Sulla pista animale cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

La “Montagna Sacra” e un doppio evento al riguardo, in Val Soana

Il progetto “Monveso di Forzo – Montagna Sacra”, del cui Comitato ho l’onore di fare e che propone la “provocazione” della libera astensione dalla salita sulla vetta del Monveso di Forzo, nel Parco Nazionale del Gran Paradiso tra Val Soana e valle di Cogne, per far riflettere sulla necessità di un senso del limite nella nostra relazione con i territori montani, sta facendo sempre più parlare di sé e attivando interessanti e preziosi dibattiti su quel senso ormai indispensabile, in montagna, e in generale sul portato della presenza umana contemporanea nelle terre alte. Un fondamentale strumento di divulgazione del progetto e dei suoi temi fondanti è La Montagna Sacra, il libro di Enrico Camanni che, dalla sua uscita nelle librerie lo scorso aprile, ha ottenuto numerose recensioni e suscitato altrettante belle riflessioni, dimostrando la grande forza del progetto della “Montagna Sacra” e la sua capacità di toccare argomenti che stanno a cuore a tutti i frequentatori consapevoli delle montagne e dell’ambiente naturale, andando ormai oltre agli iniziali fraintendimenti di chi non ha voluto cogliere il senso autentico del progetto, il quale è basato sul Monveso di Forzo che elegge a suo “simbolo” ma si coniuga perfettamente – al netto della sua “sacra provocazione” – a qualsiasi altro ambito nel quale la presenza antropica si fa eccessiva e per ciò richiede una riflessione al riguardo.

Ecco, sabato prossimo 12 ottobre “La Montagna Sacra” tornerà protagonista proprio ai piedi del “suo” Monveso di Forzo, in Val Soana, con un doppio evento di notevole rilievo.

Alle ore 17.00 Enrico Camanni presenterà il proprio libro La Montagna Sacra a Ronco Canavese, in un incontro organizzato da Toni Farina e patrocinato dalla Biblioteca di Ronco Canavese, che si terrà presso il teatro comunale.

Camanni dialogherà dei temi legati al nostro progetto e toccati nel libro con Toni Farina, il Sindaco di Ronco Lorenzo Giacomino, il Sindaco di Val di Chy (comune della Valchiusella confinante con la Val Soana) Remo Minellono, il Pastore Valdese di Torre Pellice Davide Rostan e Don Gian Paolo Bretti, parroco della Val Soana.

In occasione della presentazione di Camanni, nella mattinata è stata organizzata una camminata da Campiglia, il villaggio più antico della Val Soana, fino al Pian dell’Azaria, uno dei luoghi più affascinanti della valle (ne vedete uno scorcio nell’immagine lì sotto), come specificato nella seguente locandina:

La camminata, molto semplice, sarà guidata da Caterina Morgando, guida ambientale e escursionistica molto attiva in Val Soana e nell’alto Canavese, e rappresenterà un’ulteriore occasioni per riflettere sui temi legati alla “Montagna Sacra” agevolati dalla grande bellezza dei luoghi attraverso i quali si camminerà e dai tanti spunti di interesse offerti.

La prenotazione alla camminata è da effettuarsi direttamente a Caterina Morgando, ai recapiti indicati nella locandina oppure direttamente dal suo sito (nel quale trovate ogni altra informazione utile), qui: https://catitiracconta.it/Escursione-Azaria/. Il numero massimo di partecipanti è fissato in 25 persone.

Nel complesso quella di sabato prossimo sarà senza dubbio una giornata intensa e coinvolgente, importante sia per gli scopi del progetto “Monveso di Forzo – Montagna Sacra” – e sia per la Val Soana che ne è “casa”: l’invito personale (e ovviamente del Comitato di cui faccio parte) a parteciparvi è ovviamente assai fervido, al pari di quello di approfondire la conoscenza del progetto e, magari, di sottoscriverlo qui.

Pensarci “altro”, non sempre e solo Sapiens

[Foto di winluk da Pixabay.]
Siamo esseri umani, siamo Sapiens. La razza dominatrice assoluta del pianeta.

Tutto ciò che facciamo, nel nostro abitare la Terra, è in funzione dei nostri bisogni, obiettivi, scopi, ideali – a volte inevitabilmente, altre volte no. Si chiama antropocentrismo: la nostra sovranità planetaria ci dà il diritto di  praticarlo, sì, ma di contro non ci riserva il dovere di imporlo a qualsiasi altra cosa, vivente o no. Più che antropocentrismo si dovrebbe parlare di antropoarchia e non semplicemente “assoluta” ma assolutista.

Sia chiaro: ogni creatura terrestre, a modo suo, concepisce il proprio mondo in maniera “egocentrica” vivendolo in base alle proprie finalità. Ma quella umana è l’unica razza che, facendo ciò, non solo si è posta al di fuori degli equilibri ecosistemici che governano il pianeta ma di frequente ha deciso di stravolgerli. L’antropocentrismo ha generato l’Antropocene, l’Olocene dell’uomo; nessun’altra razza pur forte e individualista ha osato tanto. Che sia avvenuto per mancanza d’intelligenza o ricchezza d’istinto non cambia lo stato delle cose.

[Illustrazione di Kaskar 537 da Pixabay.]
Se l’evoluzione culturale della razza umana l’ha portata a mettersi al centro del mondo, l’aver reso tale centralità dogmatica ovvero la formale incapacità di concepirsi virtualmente sullo stesso piano del “resto del mondo” quando sia logico farlo rappresenta una sostanziale involuzione culturale.

Non sappiamo far altro che pensarci il “centro” del mondo. Perché non proviamo a pensare/pensarci come qualcos’altro? Non ne siamo capaci, oppure non vogliamo farlo?

«Thinking like a mountain», pensare come una montagna, così decenni fa ha proposto Aldo Leopold, precisando: «Noi abusiamo della terra perché la consideriamo come una merce che ci appartiene. E’ solo quando vediamo la terra come una comunità a cui appartenere che iniziamo a trattarla con amore e rispetto. Non c’è altro modo in cui la terra possa sopravvivere all’impatto dell’uomo meccanizzato.» (A Sand County Almanac and Sketches Here and There, 1949, it. Pensare come una montagna. A Sand County Almanac, Piano B Edizioni, 2019-2023.)

Pensare come una montagna, dunque.
E pensare come un bosco che vive e resiste sui fianchi di un monte.
Pensarci come un albero che popola quel bosco.
Pensare come un’aquila che osserva il mondo dal cielo, dalla parte opposta rispetto a noi.
Pensarci un lupo che vuole cibarsi d’una pecora.
Pensare come una pecora che vuole salvarsi dal lupo.
Pensarci come un orso nel mentre che s’imbatte in un umano e lo osserva.
Pensare come un leone, che a sua volta forse si credeva “re” del proprio mondo e invece no.
Pensarci come un pesce, che sullo stesso nostro pianeta vive un mondo parecchio differente.
Pensarci un prato che vuole crescere la propria erba e non essere ricoperto da cemento.
Pensare come un melo che s’impegna a produrre più frutti possibile.
Pensarci come una vetta montana, ciclopica ma fragile.
Pensare come un ghiacciaio, così possente eppure tanto sofferente.
Pensarci come un’ape che vola verso un prato fiorito.
Pensarci come un minuscolo moscerino, in balìa di quasi tutto al mondo…
…eccetera.

Oppure, forse, ancor prima dovremmo fare soprattutto una cosa, quanto mai basilare per ogni altra: pensare.

Siamo Sapiens, dovrebbe riuscirsi facile farlo e nel modo più giusto. Per il nostro bene e per il bene di qualsiasi altra cosa, vivente o no, insieme alla quale abitiamo questo nostro pianeta che pensiamo, crediamo, pretendiamo, ci illudiamo di dominare.

La montagna di oggi e la sospensione dell’incredulità

[La Chiesa di Santa Maddalena in Val di Funes con lo sfondo delle Odle, di sicuro uno dei paesaggi più fotografati delle Dolomiti e di Tutte le Alpi. Foto di Harry Burgess da Pixabay.]

Avete fatto caso alle fotografie degli escursionisti? Non c’è mai un palo della luce, non ci sono funivie, sono censurate le automobili, eppure le Alpi soffocano di motori, cavi, pali e tralicci, al punto che riesce difficile escluderli dall’inquadratura. Però non compaiono negli scatti degli escursionisti perché la loro montagna dev’essere pura, naturale e incontaminata. Un sogno. Un falso.

[Enrico CamanniLa Montagna Sacra, Laterza, 2024, pag.123. Trovate qui la mia “recensione” al libro – il quale (spoiler!) è bellissimo e assolutamente da leggere.]

Come ben scrive Camanni nel suo ultimo libro, continuiamo a frequentare le montagne in base a immaginari artificiosi che rimandano al mito di Heidi e che ci fanno definire “bello” un paesaggio senza sapere bene cosa sia il paesaggio né come si possa realmente definire bello. Di sicuro non pubblicheremo mai un panorama montano dove si vedano dei sostegni di una funivia, dei tralicci dell’alta tensione o dei condomini di seconde case oppure dei mega parcheggi ingombri di auto, tutti elementi che inevitabilmente non rimandano all’idea di “natura”, magari pure di “wilderness”, che invece vogliamo trovare – e chiediamo di poter trovare – in montagna.

Che poi, se proprio non riusciamo a evitarli, quei “disturbi”, li possiamo sempre cancellare con qualsiasi software di fotoritocco, no?

È una montagna sulla quale però probabilmente ci arriviamo in auto (lasciata nei mega parcheggi), dormendo poi nei condomini degli hotel o delle casa di villeggiatura, arrivando in vetta con la funivia e persino ricercando lo scatto migliore del paesaggio, quello senza le suddette “interferenze”, magari stando in piedi su una panchina gigante o passeggiando su un ponte tibetano.

Ha ragione Camanni, insomma: la montagna (post)contemporanea che frequentiamo oggi è un sogno con il quale vediamo cose che non esistono e un falso che vogliamo credere sia la verità. In pratica è una declinazione montana del noto principio semiotico della sospensione dell’incredulità, applicato ad un ambito che invece è uno dei più veri e reali che l’uomo frequenta, proprio perché in esso la natura è ancora predominante rispetto alla pur invasiva presenza umana e impone (imporrebbe) una relazione con il luogo più diretta e franca.

Non capire questa realtà in buona sostanza significa mentire a sé stessi – quasi sempre in buona fede, ma tant’è – recitando la propria parte di finzione in una messinscena. L’errore in fondo non è tanto contribuire alla recita, ma pretendere che il sipario non debba mai calare. Ecco.