Come forse avrete letto sui media d’informazione, gli enti promotori del progetto di nuovi impianti sciistici sul Monte San Primo a soli 1100 metri di quota (Comune di Bellagio, Comunità Montana del Triangolo Lariano, Regione Lombardia) hanno confermato di voler andare avanti con il progetto e di spenderci più di due milioni di Euro di soldi pubblici. Ciò nonostante la crisi climatica in corso e che sul San Primo da lustri non ci sono più le condizioni ambientali e non nevica a sufficienza per sciare (piove, semmai), nonostante i danni ambientali conseguenti e la palese insostenibilità economica degli impianti, nonostante i pareri contrari, solidamente motivati, di esperti d’ogni settore e l’opposizione generale, nonché rifiutando ogni confronto sul progetto e qualsiasi interlocuzione con la comunità locale.
[La quota delle piste in concessione sul Monte San Primo, tratto dall’“Elenco regionale delle piste dedicate agli sport sulla neve”, Decreto nr.8838 del 11/06/2024 di Regione Lombardia.]Nonostante un progetto che da subito si manifesta sotto ogni aspetto come un disastro annunciato, in buona sostanza.
A questo punto, ai suddetti promotori degli impianti sul San Primo vorrei proporre il nuovo nome del comprensorio sciistico, che mi pare assolutamente consono alle circostanze e alla “filosofia” di fondo del progetto:
Ecco.
N.B.: per qualsiasi altra informazione al riguardo, potete visitare il sito web del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”, qui.
(Articolo pubblicato in origine su “L’AltraMontagna” il 21 luglio 2024.)
Fin da quando i primi articoli sono apparsi sulla stampa locale, la vicenda del progetto di sviluppo turistico del Monte San Primo (in comune di Bellagio, sul Lago di Como; per “L’AltraMontagna” me n’ero già occupato qui) per il quale si vorrebbero riattivare impianti di risalita, piste e innevamento artificiale a poco più di 1000 metri di quota, ha suscitato scalpore e subito innescato un dissenso sempre più ampio (il dibattito non c’è neanche stato vista l’assurdità del progetto), che ha portato la vicenda alla ribalta della stampa internazionale, peraltro mettendo a repentaglio l’immagine stessa del luogo.
Nonostante ciò, gli enti pubblici che sostengono il progetto – Comune di Bellagio e Comunità Montagna del Triangolo Lariano con Regione Lombardia – tirano dritto continuando a rifiutare qualsiasi confronto con chiunque, mentre di contro cresce sempre più la richiesta di tutelare la montagna e al contempo di rilanciarne la frequentazione turistica sostenibile, anche perché nemmeno una fantasmagorica stregoneria renderebbe fattibile e sostenibile lo sci a 1000 metri di quota!
Ho fatto il punto della situazione – senza dubbio una delle più emblematiche in corso sulle montagne italiane – con i referenti del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”.
Nella recente tornata elettorale Angelo Barindelli è stato confermato alla carica di sindaco del Comune di Bellagio, mentre nella Comunità Montana Triangolo Lariano è stata formata la Giunta in perfetta continuità con la precedente. Stiamo parlando degli Enti sostenitori del progetto “OltreLario. Triangolo Lariano meta dell’outdoor”, che di fatto hanno rilanciato la realizzazione delle infrastrutture sciistiche previste, continuando a ignorare completamente il dissenso ormai vastissimo al riguardo. Come si pone il Coordinamento “Salviano il Monte San Primo” di fronte a questa rinnovata e, se possibile, ancor più intransigente posizione del Comune di Bellagio e della Comunità Montana?
A sorprenderci non è tanto il risultato elettorale in sé – che possiamo ritenere per lo più indipendente dalla specificità del progetto San Primo – quanto l’insistenza delle Istituzioni nel riconfermare la consistenza del progetto, destinato per più della metà del finanziamento (ovvero più di 2 milioni e mezzo di euro, su un totale di 5 milioni di fondi pubblici) alle piste da sci e all’innevamento artificiale ad una quota di 1.100 metri. Stiamo parlando quindi di un progetto fuori luogo e fuori tempo, come ci hanno più volte ribadito sia gli esperti climatologi (a partire da Luca Mercalli, intervenuto direttamente sulla questione San Primo), sia la stampa internazionale, sia l’opinione pubblica che ha manifestato con noi il proprio dissenso al progetto.
Posto quanto sopra, e innanzi tutto l’irremovibilità degli enti pubblici che sostengono il progetto “Oltrelario”, come intende muoversi il Coordinamento?
Come Coordinamento intendiamo continuare a muoverci secondo le linee adottate finora, ovvero su azioni di informazione sui reali contenuti dell’assurdo progetto e sulla conseguente sensibilizzazione rivolta alla popolazione; oltre a ciò ci concentreremo nuovamente sull’elaborazione di controproposte per, anzitutto, tutelare la montagna dal punto di vista naturalistico e paesaggistico e, se possibile, del rilancio economico nel rispetto della piena sostenibilità ambientale. Lo faremo con le analoghe modalità già collaudate, come ad esempio: camminate di conoscenza del territorio, incontri con esperti dei territori montani, approfondimenti sulla geologia locale e sulla climatologia delle regioni alpine e prealpine. Oltre ad una continua azione di pressione su tutti gli attori politici coinvolti nel progetto: sindaci, amministratori locali e regionali. Nel caso in cui il progetto arrivasse ad una fase avanzata, valuteremo la possibilità di rivolgerci ad organismi sovraordinati o di controllo, come ad esempio l’Unione Europea o la Corte dei Conti.
Alcune associazioni facenti parte del Coordinamento hanno deciso di partecipare al bando “Montagne in transizione” di Fondazione Cariplo. Perché ritenete importante questa azione nell’ottica dello sviluppo turistico sostenibile del Monte San Primo e del Triangolo Lariano?
Lo riteniamo importante anzitutto per dimostrare che, prima di arrivare ad una progettualità, occorrono studi mirati sulle reali esigenze ecologiche, economiche e sociali del territorio, e questo lo faremo anche grazie alla collaborazione con l’Università dell’Insubria che è partner del progetto insieme a due comuni del territorio del Triangolo Lariano. Questo per poi giungere all’elaborazione di linee di intervento per il possibile ‘rilancio’ turistico in chiave di sostenibilità ambientale e sociale. Vogliamo pertanto agire in un’ottica esattamente contrapposta a quella entro cui si muovono le Istituzioni che, al contrario, sono partite da un cospicuo finanziamento pubblico (di oltre 5 milioni di euro, come detto) per poi strutturare in modo totalmente raffazzonato il progetto ‘OltreLario’, assolutamente fuori luogo e fuori tempo. […]
(L’intervista continua su “L’Altra Montagna”, cliccate sull’immagine qui sopra per leggerla.)
È più che evidente, nei, modi, nelle parole, negli atteggiamenti (ben spalleggiati dagli enti superiori di parte) del sindaco di Bellagio, che ormai la vicenda del folle progetto sciistico sul Monte San Primo, che per la sua dissennatezza ha fatto il giro del mondo – e ovunque è stato biasimata – il primo cittadino l’abbia trasformata in una questione personale (finanziata con soldi pubblici, però!), totalmente ideologica e propagandistica. Egli a tutti gli effetti considera il San Primo “roba sua” e dei suoi sodali, pretendendo dunque di imporgli il proprio progetto pur se palesemente irrazionale sotto ogni punto di vista (ambientale, climatico, ecologico, paesaggistico, economico, turistico, politico) e destinato al fallimento, per ciò infatti negando qualsiasi confronto e interlocuzione con chiunque non stia dalla sua parte – in primis le 38 associazioni che formano il Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” – e al contempo continuando a fare di costoro il bersaglio di espressioni sprezzanti (le sue ospitate televisive lo hanno ben dimostrato, ma al riguardo si legga anche l’articolo qui sopra) e di considerazioni ideologicamente strumentali. Nelle quali peraltro da sempre non si riscontra alcuna plausibile giustificazione al progetto, che con tutta evidenza ritiene superflue. Oppure, obiettivamente, perché non ce ne possono essere.
Una posizione, quella del sindaco, che la dice lunga sulla “filosofia” alla base del progetto del San Primo ma pure sulla sensibilità e la relazione che egli vuole mantenere con la montagna locale: un luogo meraviglioso, ricco di bellezza e di infinite potenzialità per lo sviluppo di un turismo realmente in grado di valorizzare la montagna, dal sindaco e dai suoi sodali visto come uno spazio vuoto da riempire di cose prive di logica e da sfruttare il più possibile solo per averla vinta su tutti.
Tutti, sì: perché tutti sono contro tale dissennato progetto, cioè chiunque abbia a cuore il Monte San Primo, la sua bellezza, la possibilità di goderne pienamente senza inutili e irrazionali contaminazioni nonché, di rimando, chiunque abbia a cuore tutte le nostre montagne e il loro buon futuro.
Cose fondamentali ma che, evidentemente, il sindaco di Bellagio disdegna e considera insignificanti, purtroppo. Già, perché non ci si può che dispiacere nel constatare un atteggiamento di questo genere, così avverso alla realtà della montagna e alla sua più consona e equilibrata frequentazione. Ma che possano rinsavire, il sindaco e gli altri rappresentanti politici sostenitori del progetto sul San Primo, resta comunque la speranza. Che è l’ultima a morire, come si dice – con l’augurio che non “muoia” prima la bellezza del Monte San Primo!
N.B.: cliccate sull’immagine dell’articolo de “La Provincia” per leggerlo direttamente nel sito del giornale.
N.B.#2: per seguire l’evoluzione del “caso San Primo” e difendere la montagna dai folli progetti di infrastrutturazione turistica previsti, avete a disposizione il sito web del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” del quale potete sostenere le attività e parteciparvi. Invece qui trovate tutti gli articoli da me dedicati al Monte San Primo fino a oggi.
Nei giorni scorsi sugli organi di informazione locali si è potuta leggere la notizia (io la prendo direttamente dal notiziario della Regione Lombardia per non far torto a nessun media, si veda lì sotto) dell’approvazione, da parte della Giunta regionale lombarda, dell’atto integrativo all’accordo di programma che prevede la realizzazione del “progetto strategico di ammodernamento, potenziamento e valorizzazione dei comprensori sciistici in Valbrembana, in provincia di Bergamo, e in Valsassina”, in questa finanziando la nuova seggiovia dei Megoffi ai Piani di Bobbio e l’impianto di innevamento artificiale ai Piani di Artavaggio. Ecco, a (ri)leggere notizie come questa, riferite a località per me “casalinghe” delle quali mi sono occupato più volte qui sul blog e altrove (si veda qui e qui), mi è venuta in mente l’affermazione di Emerson che ho citato, letta di recente nel testo citato. Poche parole che sanno dire tanto (d’altro canto il filosofo americano è un pilastro del pensiero moderno e contemporaneo), le quali citano termini chiave per lo sviluppo delle montagne come «visione» e «istituzioni» e che, elaborandone il senso espresso da Emerson, fanno inevitabilmente riflettere alla qualità politica (nell’etimologia originaria del termine) delle istituzioniche formulano e manifestano certe visioni della Natura – nonché poi la amministrano politicamente, appunto. Sia nel bene che nel male, ovviamente, ma con inevitabile maggior risalto nel secondo caso.
Detto ciò, posto che ormai da tempo seguo le vicende legate allo «sviluppo turistico» delle due località valsassinesi, per quanto mi riguarda la “nuova” seggiovia (invero già presente ai Piani di Bobbio) c’è obiettivamente da rimarcare che non ha apportato nulla di veramente significativo in più al comprensorio della località, già maturo e sostanzialmente privo di possibilità di sviluppo rilevanti (se non attraverso interventi disastrosi sotto ogni punto di vista, come quella prospettato anni fa per collegare Bobbio con Artavaggio ma che ci si augura messi da parte definitivamente). Non si tratta di un “investimento”, non può essere definito in tali termini allo stato delle cose; d’altro canto è un intervento che a me – ribadisco, a me – può non piacere e del quale non posso trascurare la portata materiale (ovvero ecologica) sul terreno ma che capisco, ponendomi nell’ottica commerciale che governa la località e nelle sue esigenze di (r)esistenza turistica che fanno di Bobbio ciò che è, piaccia o meno: oggi se si vuole pensare allo sci su pista in Valsassina si deve parlare dei Piani di Bobbio, non più di altri comprensori ormai definitivamente superati.
Ciò che invece si vuole fare ai Piani di Artavaggio, ribadisco quanto affermato in numerose altre precedenti occasioni, non riesco ad ammetterlo e non lo capirò mai. Innevare artificialmente la località è un atto che va ben oltre la propria mera funzionalità: significa artificializzare la Natura e il paesaggio dei Piani corrompendo il senso del luogo e dimostrando pervicacemente di non comprenderne la realtà, il valore, le valenze, le peculiarità, le potenzialità naturalistiche e non solo (già più volte elencate da me e da altri) per imporvi le proprie “prepotenze” artificiali. Non è una mera questione ambientale, che ovviamente ci può ben essere – scavi, tubi, cavi, impianti vari, eccetera – ma si potrebbe anche risolvere, se poi le cose venissero sistemate a dovere e il terreno rinaturalizzato come dovrebbe essere; semmai è innanzi tutto una questione culturale, di pensiero, di atteggiamento e predisposizione nei confronti della montagna e del paesaggio, di umiltà e razionalità. Di visione, come indicava Emerson. È l’inabilità – o la non volontà – di comprendere quale tesoro si ha a disposizione e, per questo, decidere di dimenticarlo e “metterci sopra” altra roba, ben più dozzinale, banale, monotona, alla lunga noiosa. Perché è questa la parabola inesorabile di opere del genere: un certo successo iniziale dovuto alla “novità” (?), poi l’ordinarietà, la normalizzazione, l’indifferenza, la noia, infine il fastidio. Che si manifesta sia in chi frequenta il luogo sia nel luogo stesso, il cui paesaggio è stato infastidito in così grossolani modi. Infastidendo pure chi in loco ci lavora e magari si sarà illuso (o sarà stato illuso) di essersi assicurato il miglior futuro possibile.
Quelli per la “nuova” seggiovia di Bobbio sono soldi spesi, banalmente ma, nell’ottica turistica commerciale del luogo e tralasciando il suo equilibrio ecologico, comprensibilmente. Quelli su Artavaggio sono soldi buttati, sia perché irrazionali rispetto alla realtà che stiamo vivendo e vivremo sempre più in futuro e sia perché destinati inesorabilmente a impoverire il luogo del suo valore peculiare, della sua attrattiva, della sua bellezza naturale, offuscandone il fascino genuino che così tante persone apprezzano. E constatare, citando nuovamente Emerson, che siano proprio le istituzioni a volere tali opere è quanto mai emblematico della «visione» che vorrebbero imporre alla montagna come parte del paesaggio naturale. Che è sua volta “istituzione” ma in senso culturale autentico e fondamentale nonché patrimonio di tutti, per come sappia istituire un senso importante alla nostra vita e al nostro vivere il mondo in modo armonioso e equilibrato. Se sappiamo percepirlo con la giusta visione delle cose, ovviamente.