Il “Museo dei Racconti” di Paraloup

Paraloup (toponimo che secondo la tradizione popolare significa “difesa dei lupi”) è una piccola borgata di montagna del Comune di Rittana (Cuneo) situata a 1360 m di altitudine sul crinale che divide la Valle Stura dalla Valle Grana. Nelle sue baite per secoli abitarono montanari e pastori, frammenti di quel “mondo dei vinti” (nella celebre definizione di Nuto Revelli) che costituisce oggi un riferimento ineludibile per chi guarda a nuove forme di convivenza con la natura. Tra l’autunno del 1943 ed il 1944 Paraloup divenne anche la roccaforte della prima banda partigiana “Giustizia e Libertà”, nella quale militarono Duccio Galimberti, Dante Livio Bianco e Nuto Revelli. Per questo suo valore storico, luogo di memoria e simbolo della cultura montana, la Fondazione Nuto Revelli ha intrapreso il recupero fisico e sociale della borgata, portando a termine nella primavera del 2013 i lavori di ristrutturazione con un progetto architettonico innovativo. L’installazione di fonti energetiche sostenibili, un impianto geotermico per il riscaldamento, l’uso di isolanti ad alta efficienza nelle pareti permettono di garantire un’autosufficienza economica ed un basso impatto ambientale. Oggi la borgata Paraloup è un vivace centro culturale di scambio e di crescita, un sistema integrato di attività turistico-artigianali, agro-pastorali e di proposte culturali-formative con proposte di passeggiate naturalistiche ed attività outdoor in tutte le stagioni: un progetto esemplare che ho già conosciuto e studiato al fine di trarne buoni consigli per alcuni altri interventi di natura similare che sto curando e realizzando dalle mie parti.

Per di più, dallo scorso 5 settembre Paraloup si è arricchita di un luogo culturale parecchio interessante: il Museo dei Racconti, realizzato dalla Fondazione Nuto Revelli per farne lo spazio condiviso, materiale e immateriale, di una doppia memoria: quella della guerra partigiana e quella della vita contadina che si svolgeva qui prima dell’abbandono, avvenuto a partire dagli anni ’60 del Novecento. «Abbiamo ricostruito le case della borgata con un progetto architettonico innovativo, armonicamente inserito nel paesaggio, secondo i principi della Carta internazionale del Restauro», racconta la Fondazione. «Lavoriamo a farne un luogo di memoria viva, un esempio di sviluppo sostenibile. Paraloup è tornata a vivere perché resa nuovamente abitabile e animata da iniziative di incontro. In ogni caso vorremmo che in Paraloup si riconoscessero tutti coloro che abitano la montagna, o semplicemente ne percorrono i sentieri».

Al centro di questo museo diffuso è presente un allestimento espositivo multimediale interattivo prodotto dallo studio NEO Narrative Environment Opera di Milano sotto la guida del Comitato Scientifico della Fondazione che darà voce, attraverso materiali d’archivio, alle diverse generazioni che hanno attraversato Paraloup nella storia. I testimoni portavoce delle varie epoche (le emigrazioni della fine dell’Ottocento, gli anni della Seconda Guerra Mondiale, lo spopolamento degli anni ‘60 e l’età contemporanea) avranno in comune la giovane età e, per questo motivo, la sala si chiamerà “Nati ieri”. Giovani protagonisti della storia che sono e saranno in dialogo con i giovani di oggi e a cui i visitatori potranno porre domande attraverso il leggio interattivo installato nella sala.

Un progetto molto interessante in un luogo altrettanto affascinante ed emblematico: lo visiterò al più presto, sicuro di poterne trarre tanto intriganti sensazioni quanto illuminanti suggestioni da sviluppare (me lo auguro) in chissà quante altre idee – e invito anche voi a visitare Paraloup, se mai passerete da quelle parti. Ovviamente poi ne leggerete qui, quando ciò accadrà.

Camminare sulle parole #1

(Una serie di articoli dedicata al mio intervento per ALT[R]O FESTIVAL 2020: per saperne di più cliccate qui.)

[Per ingrandire l’immagine cliccateci sopra.]

Tullio Dandolo (la cui citazione ho tratto da Paolo PaciL’Orco, il Monaco e la Vergine. Eiger, Mönch, Jungfrau e dintorni, storie dal cuore ghiacciato d’Europa, Corbaccio, 2020, pagg.12-13) è stato uno dei numerosi che, nel suo viaggio attraverso le Alpi (una sorta di Grand Tour alla rovescia, dall’Italia verso Nord), ne ebbe un’impressione terribile, niente affatto “bella” (anzi, gli parvero un «ributtante spettacolo», persino!), scrivendo quelle sue impressioni nel 1829, dunque proprio all’inizio della moderna “era” turistica alpina che stava costruendo e sviluppando i suoi immaginari estetico-culturali. D’altro canto un personaggio ben più celebre e importante, Hegel, a sua volta delle Alpi scrisse: «Dubito che il teologo più credulo oserebbe qui, su questi monti in genere, attribuire alla natura stessa di proporsi lo scopo dell’utilità per l’uomo, che invece deve rubarle quel poco, quella miseria che può utilizzare, che non è mai sicuro di non essere schiacciato da pietre o da valanghe durante i suoi miseri furti, mentre sottrae una manciata d’erba, o di non avere distrutta in una notte la faticosa opera delle sue mani, la sua povera capanna e la stalla delle mucche.»

Invece oggi il paesaggio alpino e montano rappresenta per chiunque una delle quintessenze terrene del concetto di bellezza. Peccato che, come indirettamente Dandolo e Hegel riportano, prima dell’avvento del turismo, il concetto di “bellezza” in montagna non esisteva: l’hanno portato e imposto nelle Alpi i viaggiatori dei Grand Tour dall’Ottocento in poi, conformandolo su stilemi estetici pittorici (e pittoreschi), romantici, industriali, metropolitani e meramente ludico-ricreativi che con i monti non c’entravano (e non c’entrano nemmeno oggi) granché. Semmai, per i montanari era “bello” ciò che era funzionale, che serviva a sopravvivere in quota: ad esempio il bosco perché dava la legna, non perché fosse misterioso e affascinante, il prato perché consentiva il pascolo del bestiame, non per la vividezza del verde dell’erba, eccetera. Ecco, forse si dovrebbe tenere più presente questa evidenza, quando decidiamo di stabilire cosa sia bello e cosa no nel paesaggio montano. D’altronde, al riguardo: e se le nostre convinzioni circa ciò che è “bello” o “brutto” non fossero così giustificate e giustificabili come crediamo? Se dovessimo rimetterle in discussione, noi per primi che le formuliamo e le usiamo come ordinari metri estetici di paragone, per capire se siano effettivamente sostenibili?

Non che per quanto sopra si debba tornare a (non) considerare il bello come facciamo oggi ma come facevano i montanari d’un tempo (la cui vita assai grama probabilmente toglieva pure la voglia e la sensibilità verso il “bello estetico” e la conseguente emozione verso i quali noi oggi siamo così sensibili!) e additare i monti come “spettacoli ributtanti”. Ma, appunto, potrebbe essere interessante cercare di giustificare, noi con e per noi stessi, le nostre valutazioni estetiche, di supportarle con riscontri oggettivi e con considerazioni culturali, di percepire l’emozione del bello e non mantenerla in “superficie” nel nostro animo ma sprofondarla in esso ovvero approfondirla, comprenderla maggiormente, acuirne il senso e il valore. Potrebbe diventare, quella bellezza che stiamo valutando, ancora più bella, oppure svelarsi come altro, chissà!

Potremmo ad esempio scoprire che aveva ragione, al riguardo, un altro grande personaggio dell’arte e della cultura umane più contemporaneo a noi, John Cage, quando scrisse che «La prima cosa che mi chiedo quando qualcosa non sembra bello è perché credo che non sia bello. Basta poco per capire che non ce n’è motivo.» (citato in AA.VV., Il libro della musica classica, Gribaudo, 2019, pag.304.) Un’osservazione sagace e illuminante, vero?

La bellezza di ALT[R]O FESTIVAL

È stato veramente bello, per me, partecipare all’edizione 2020 di ALT[R]O FESTIVAL, andata in scena lo scorso fine settimana tra Sondrio e la Val Malenco (un po’ di rassegna stampa la trovate qui, qui e qui). Bello aver potuto dare una mano – per quanto mi è stato possibile – insieme agli altri protagonisti di questa seconda edizione, a sviluppare un evento tra i più originali e innovativi tra quelli che si realizzano sulle montagne italiane nonché, senza dubbio, uno dei pochi che facciano della montagna la protagonista attiva e l’entità fondamentale, non la mera scenografia o il “prodotto” da vendere (in base a interessi altri, però). Un’esperienza culturale collettiva che come poche altre sa offrire nuove vie, visioni, narrazioni, speranze alla montagna italiana, quanto mai bisognosa di sfuggire definitivamente da certi paradigmi turistico-commerciali, ormai sempre più avulsi dalla realtà montana attuale e reiterati soltanto per vantaggi politici e tornaconti particolari, che ne stanno soffocando ogni valore, oltre che qualsiasi buon futuro.

Eccovi una rapida cronaca video e fotografica di ALT[R]O FESTIVAL 2020:

Il mio intervento, “Suggestioni di lettura di strada. Camminare sulle parole”, che si è realizzato sabato 26 settembre in tre appuntamenti nel tratto tra le località di Prato e di Tornadù del Sentiero Rusca, il quale da Sondrio sale a Chiesa Valmalenco (e prosegue poi come itinerario escursionistico fino al Passo del Muretto, ai confini con l’Engadina) l’ho rapidamente illustrato qui. Avendo (a quanto pare) riscontrato il consenso e l’interesse di tutti, lo voglio riproporre qui sul blog per chiunque non fosse presente quel giorno in Valmalenco in una serie di articoli ciascuno dedicati a una delle citazioni letterarie che sono state impresse con la tecnica dello stencil sul fondo di quel tratto di Sentiero Rusca, trasformandolo in un vero e proprio cammino letterario – nel senso più letterale del termine, dacché si cammina veramente sulle parole – sul tema e sulla concezione del “bello” (e del “brutto”) nel paesaggio di montagna. In questo modo anche chi non era presente e non ha potuto usufruire della mia “guida” lungo il cammino letterario potrà percorrerlo portando con sé osservazioni, delucidazioni e stimoli utili ad una miglior comprensione delle varie citazioni e del cammino nel suo complesso.

Lunedì 5 ottobre troverete il primo articolo della serie sulla citazione iniziale, quella che apre il cammino; nei giorni seguenti potrete leggere gli altri e le successive citazioni.

Dunque, buon cammino letterario!

La fine (prevedibile) di certo turismo alpino

«E voi ancora non avete visto niente… Se vi inoltrerete un po’ nel paese, non troverete più un cantuccio che non sia truccato e pieno di meccanismi come il palcoscenico dell’Opera: cascate illuminate a giorno, contatori all’ingresso dei ghiacciai, e per le ascensioni ferrovie idrauliche e funicolari senza risparmio. Peraltro, la Compagnia, per far piacere alla sua clientela di inglesi e di americani arrampicatori, ha conservato ad alcune montagne famose, come la Jungfrau, il Monaco, il Finsteraarhorn, il loro aspetto pericoloso e selvaggio, nonostante che anche quelle non presentino ormai più pericoli delle altre.»
«Ma i crepacci, caro mio, quei terribili crepacci… Se, presémpio, uno ci cascasse dentro?»
«Cascherebbe sulla neve, signor Tartarino, e non si farebbe niente di male: c’è sempre, laggiù in fondo, un portinaio, un cacciatore o qualche altro che vi raccatta, vi spazzola, vi sbatte e vi domanda con buona grazia: ‘Ha bagagli il signore?’»

(Alphonse Daudet, Tartarino sulle Alpi, 1885, citato in Paolo Paci,  L’Orco, il Monaco e la Vergine. Eiger, Mönch, Jungfrau e dintorni, storie dal cuore ghiacciato d’Europa, Corbaccio, 2020, pag.276.)

[Una raffigurazione di Tartarino sulla copertina di una vecchia edizione dell’opera di Daudet pubblicata da Bietti nel 1967; fonte qui.]
Anche Daudet, grazie alle (dis)avventure alpine del suo celeberrimo Tartarino, intuì benissimo – e fu tra i primi a prevederlo con tanta vividezza – la degradante fine che avrebbe (e ha) fatto in molti casi il turismo sulle Alpi. Eppure, ancora oggi in tante località si continuano a perseguire e imporre modelli di turismo che sviliscono la montagna e vi causano danni incredibili – cioè proprio da non credere che possano essere cagionati e che li provochino quelli che si fanno credere i “difensori” dei monti, quelli che “li hanno a cuore”, che li vogliono “valorizzare”… quando invece ne guastano la realtà, il valore, la cultura e qualsiasi buon futuro.

Perché ancora oggi, dopo quasi un secolo e mezzo da quei primi illuminanti moniti e dopo tutto quanto accaduto fino ai giorni nostri, molte zone delle Alpi devono sottostare alle convinzioni, alle opere e alle relative conseguenze di così inopinate e pericolose menti bacate?

Apocalypse Now (al Rifugio Gherardi, sulle Alpi Bergamasche)

Eccoli, sono tornati! Non avevo dubbi che sarebbero ricomparsi!

Chi sono?

Sono quelli che «Ah, noi amiamo e valorizziamo la montagna!» Ah sì? Con gli elicotteri?

Quelli che «Suvvia, una domenica ogni tanto!» ma già nella sola bella stagione in corso l’elenco delle elicotterate si sta allungando… l’anno prossimo quante saranno, e in quanti posti?

Quelli che «raggiungere i rifugi ed esplorare le nostre montagne con l’elicottero significa rispondere adeguatamente alla nuova domanda del turismo 2.0», già, come no, due-punto-zero, con un mezzo rumoroso e inquinante che distrugge qualsiasi relazione culturale con il paesaggio montano – che poi, suvvia, quella dichiarazione lì sopra fa ridere anche senza nemmeno commentarla!

Quelli che «l’esperienza visiva e sensoriale di poter vedere il nostro territorio dall’alto è impressionante!» Ah, bene, allora distruggiamo le vette dei monti, che tanto non servono più! C’è l’elicottero per salire più in alto e vedere meglio, no?

Quelli che «In silenzio, sostando sulle rive del laghetto si può sentire il “respiro” delle montagne» e pensano veramente di essere seri e sembrare credibili, a dirlo pubblicamente.

Quelli che «così in montagna ci possono andare anche anziani e gente che fatica a camminare», ma intanto sulla locandina lì sopra non l’hanno nemmeno indicata, questa possibilità, ben sapendo (più o meno consciamente) quanto sia falsa.

Quelli che, dopo l’elicotterata, «al rifugio troverete pizzoccheri fatti a mano!» Che è un po’ come invitare a guidare l’auto superando tutti i limiti di velocità e passando ai semafori col rosso ma poi fermarsi con tutta calma a lavarla e lucidarla di fino. Una roba senza alcun senso, suvvia!

Quelli che, per di più, credono di rivalutare e salvaguardare in questi modi le montagne, mentre invece le degradano e ne sviliscono la bellezza, la conoscenza, il valore culturale e la consapevolezza ambientale.

Quelli che pensano di portare più gente al proprio rifugio con l’attrattiva degli elicotteri, e invece ne perderanno un sacco. Ad esempio ci sono io, che tante volte sono stato nel rifugio in questione, e che me ne guarderò bene dal tornarci, per parecchio tempo.

Quelli che sono rifugi del CAI, un associazione che si dice “ambientalista”. Eh già, proprio vero!

E poi ci fu quello che, tempo fa, disse:

«Un viaggiatore che parta per la montagna lo fa perché cerca la montagna, e credo che rimarrebbe assai contrariato se vi ritrovasse la città che ha appena lasciato.» [1]

Era Amé Gorret, un personaggio che credo non abbia bisogno di presentazioni per chiunque frequenti i monti, e scrisse quelle parole più di un secolo fa. Aveva già capito come certi “amanti e custodi della montagna” l’avrebbero ridotta, la montagna.

Lo sapranno, quelli del rifugio in questione, chi era l’Abbé Gorret? Sapranno leggere e soprattutto meditare quelle sue parole?

Per il bene presente e ancor più futuro della montagna, c’è solo da augurarselo.

[1] L. Colliard (a cura di), Abbé Amé Gorret: autobiographie et écrits divers, Valtournenche, 1987, pag.145. Citato in E. Camanni, La nuova vita delle Alpi, Bollati Boringhieri, 2002, pag.83.