Una bella e consapevole testimonianza in difesa dei Piani di Artavaggio

[Panoramica dei Piani di Artavaggio. Immagine tratta da familyplanet.it.]
Michele Castelnovo è Guida Ambientale Escursionistica professionista, oltre che giornalista e comunicatore per lavoro. Con Trekking Lecco accompagna gruppi di escursionisti alla scoperta delle montagne lecchesi: lo scorso 6 gennaio ne ha accompagnato uno ben folto per i Piani di Artavaggio, località della Valsassina tra le più belle del territorio, ex stazione sciistica che negli anni scorsi ha ritrovato una propria identità di successo proprio in forza della recuperata naturalità e della possibilità che offre agli escursionisti di vivere un bellissimo paesaggio di montagna privo di infrastrutture turistiche impattanti, favorendo così un contatto più diretto, appagante e divertente con l’ambiente naturale. Un tesoro di bellezza montana, quello di Artavaggio, che però qualcuno vorrebbe rovinare e riportare a cinquant’anni fa reinstallando impianti sciistici e di innevamento artificiale, come si è scoperto lo scorso anno e nonostante la realtà totalmente mutata, sia ambientalmente che turisticamente. Una pura follia, la definii allora.

Michele Castelnovo, a commento dell’escursione del 6 gennaio ai Piani di Artavaggio e forte della sua esperienza professionale, ha pubblicato un post sui social che concorda pienamente con quanto ho affermato poc’anzi nonché, ne sono certo, con quello che pensa la stragrande maggioranza di chi frequenta la località e la ama per ciò che è e sa offrire. D’altro canto, in forza della realtà delle cose, sono chi non ama veramente il luogo e non manifesta sensibilità verso le sue peculiarità e la sua bellezza potrebbe pensare di degradarlo in quei modi che vi ho succintamente detto (qui trovate i vari articoli di approfondimento che ho scritto sulla questione, con molti più dettagli). Le considerazioni di Michele ve le propongo di seguito: rappresentano un’ottima e, ripeto, consapevole testimonianza a tutela dei Piani di Artavaggio e a favore del miglior futuro possibile per il loro territorio e per chiunque lo viva, stanzialmente o per occasionale diletto.

C’è un motivo per cui amo particolarmente i Piani di Artavaggio: sono di tutti.
C’è chi sale a piedi e chi con la funivia, c’è chi sale per mangiare in rifugio e chi per fare attività sportiva, chi noleggia lì bob, slittini, ciaspole, bici e sci e chi se li porta da casa; ci sono gli escursionisti, i ciaspolatori, gli alpinisti, i ciclisti e ci sono i bambini che si rotolano nella neve.
Da località sciistica in decadenza, anche a causa dei cambiamenti climatici che rendono la neve sempre più un evento eccezionale, i Piani di Artavaggio (senza regie particolari) hanno saputo trovare diverse vie per fare turismo, dimostrando che la monocoltura dello sci non è l’unico scenario possibile per fare economia nei territori di montagna.
Questo dovrebbe valere per tutte le località prealpine, a quote relativamente basse, dove ormai lo sci (salvo alcune rare eccezioni) è possibile solo con l’innevamento artificiale, che a sua volta ha dei costi ambientali altissimi.
Purtroppo la nostra Regione è particolarmente miope e non si è ancora accorta di questo. E così continuano ad arrivare soldi agli impianti (che ormai vivono quasi solo di contributi pubblici) per l’innevamento artificiale, o per aprire nuove piste a 1.600 m di quota come nello scellerato caso del Monte San Primo. Anche gli stessi Piani di Artavaggio sono interessati da un progetto di nuove seggiovie in quota per tornare a sciare, alla faccia di quanto fatto finora per trovare alternative.
E tra l’altro, last but not least, dove ci sono le piste la montagna diventa appannaggio degli sciatori. Tutti gli altri frequentatori ne sono esclusi.
Forse i fondi pubblici sarebbe meglio metterli a disposizione di chi sperimenta diversi modi di fare turismo in montagna, anziché continuare ad alimentare un modello ormai insostenibile economicamente ed ambientalmente.

[Michele. al centro, con il suo gruppo ai Piani di Artavaggio. Immagine tratta da facebook.com/michele.castelnovo.]
P.S.: prossimamente tornerò a occuparmi dei paventati progetti sciistico-impiantistici ai Piani di Artavaggio, i quali presentano alcune inquietanti zone oscure che sarebbe bene illuminare, una volta per tutte, per il bene del luogo e di chi lo frequenta. Seguite il blog e a breve ne leggerete di più, al riguardo.

In montagna con maggiordomi in guanti bianchi, yoga, eli-gourmet, cabine-vip con champagne…

Benché si ostini a non ammetterlo e a fare come se nulla stesse accadendo, l’industria del turismo invernale sa benissimo che lo sci, il suo principale core business per decenni, finirà presto e quasi ovunque sulle nostre montagne, purtroppo. Ma come pensa di reinventarsi e di attuare quella transizione da più parti invocata verso forme di turismo più consone al periodo che stiamo vivendo?

Evidentemente così, anche.

Persino il super conformistico “Corriere della Sera”, nell’articolo a cui si riferisce l’immagine (datato 2 gennaio 2024), non manca di sollevare perplessità: «La stagione sciistica è sempre più alla ricerca di avventure per pochi. Anche perché, di neve, non ce n’è poi molta.»

Dunque avanti con «maggiordomi sulle piste in guanti bianchi, cabine-vip con champagne, risalite con i gatti delle nevi, discese notturne in fat bike, safari gourmet, lezioni di yoga», eccetera. Fateci caso: tutte cose per le quali gli impianti di risalita formalmente non servono più. Cioè quanto sostenevo prima sulla consapevolezza presente ma negata dei gestori delle località montane riguardo la prossima fine del loro “business” principale: l’addio inevitabile allo sci per tutti, appunto.

Tuttavia, al netto di qualsiasi considerazione positiva o negativa riguardo queste “nuove” offerte turistiche (e sui loro costi insostenibili per i più), di nuovo mi chiedo: e il benessere delle comunità residenti nei territori montani? E i loro bisogni quotidiani, le loro necessità, il sostegno alle economie locali extra turistiche, i servizi di base? Forse che i maggiordomi in guanti bianchi e gli istruttori di yoga nelle proprie pause andranno ad aprire gli ambulatori medici, a operare negli uffici postali, a sistemare le strade comunali dissestate e a guidare i bus dei trasporti pubblici?

Magari sì, chissà.

Palagnedra, il mini-fiordo (artificiale) delle Alpi tra Ticino e Verbano

[Foto di Diriye Amey from Locarno, Switzerland – GOPR1332, CC BY 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Sulle Alpi vi sono dighe talmente grandi e imponenti da rappresentare “il” paesaggio fondamentale per il territorio nel quale hanno sede, ovvero l’elemento massimamente referenziale oltre che spettacolare dacché capace di conferire anche valore “estetico” al luogo – ho descritto tale particolare dimensione geoantropica nel mio libro Il miracolo delle dighe, con profusione di particolari e di narrazioni di viaggio al cospetto di quelle grandi dighe.

Di contro, vi sono anche dighe meno imponenti, a volte quasi nascoste nelle pieghe delle valli che le ospitano, ma la cui presenza è il fondamentale elemento generatore della particolare bellezza del paesaggio locale, ciò che ha fatto del territorio modificato dalla presenza del lago artificiale un luogo a suo modo speciale. È il caso della diga e del lago di Palagnedra, posti nei pressi dell’omonima località frazione del comune di Centovalli, in Canton Ticino (Svizzera), a pochi km dal confine italiano verso la Val Vigezzo. Non una grande diga, appunto: 72 metri di altezza per 120 di sviluppo, struttura ad arco-gravità incassata nella gola che in quel tratto dà forma alla valle ma capace, con il suo lago stretto, lungo e serpeggiante, ricco di golfi e insenature sovente delimitate da falesie rocciose dalle quali scendono piccole cascate, di creare un luogo e un paesaggio assolutamente suggestivi e particolari, fotografatissimo dai turisti e dai viaggiatori che transitano sulla affascinante Ferrovia Vigezzina Centovalli la cui linea corre lungo la riva sinistra del lago, spesso a picco sulle sue acque.

[Immagine tratta da https://www.swissdams.ch.]
[Mappa tratta da https://map.geo.admin.ch.]
Il Palagnedra è un vero e proprio fiordo nordico in miniatura infilatosi nella stretta vallata ai piedi del Monte Limidario (o Gridone/Ghiridone), una delle vette più rappresentative di questa regione delle Alpi Ticinesi, che separa le Centovalli dal bacino del Lago Maggiore. Questo suo aspetto “scandinavo” diventa evidente nei mesi autunnali e invernali, quando le montagne d’intorno sono bianche di neve il cui scintillio si riflette sulle acque scure e ombrose del bacino; d’altro canto la particolare bellezza naturale del luogo è amplificata dalla presenza, lungo il litorale destro del lago, della Riserva Forestale di Palagnedra, con vaste e maestose faggete intervallate da abeti rossi e un sottobosco che è considerato un eldorado per gli appassionati di geologia e mineralogia, grazie alla presenza di minerali provenienti da involucri profondi del nostro pianeta. Immaginatevi lo spettacolo del paesaggio locale in autunno, con i colori fiammeggianti delle foreste contrapposti a quello scintillante della prima neve sui monti, il tutto riflesso sulla superficie del lago… Ciò spiega perché la Ferrovia Vigezzina Centovalli sia tra quelle più rinomate dagli appassionati di foliage, a cui sono dedicati appositi viaggi, tra ottobre e novembre, per godere del paesaggio naturale intorno al lago.

[Le foto della galleria qui sopra sono di Cassinam, CC-BY-SA, fonte: https://www.expedia.it/Palagnedra.dx3000479085.]

In ogni caso, la “piccola” ma comunque spettacolare diga di Palagnedra possiede a sua volta una storia particolare. Inaugurata nel 1952, in origine aveva sul coronamento la sede della strada che porta alla frazione omonima, ma nell’agosto del 1978 una devastante alluvione compresse contro il muro della diga una enorme quantità di legname che lì venne bloccata dalla struttura della strada sul coronamento e formò una massa compatta in spinta sul paramento, al punto che si temette per la stabilità della diga le cui fondamenta, per le forze in gioco, subirono una pericolosa erosione. Dopo tale episodio, la diga venne messa per lungo tempo fuori servizio e si eliminò la sede stradale sul coronamento, lasciato a sfioro libero per farvi defluire l’acqua senza più alcun impedimento, mentre per la strada fu costruito un nuovo ponte proprio davanti al muro della diga, la cui presenza rende il transito in zona ancora più suggestivo.

Il lago e la diga di Palagnedra rappresentano una piccola/grande attrazione di una zona, quella delle Centovalli, ricchissima di bellezza naturale, ambientale, paesaggistica e di una geografia antropica tra le più affascinanti del Ticino e della Svizzera italiana. Se mai ci passerete e la visiterete – il consiglio, di nuovo, è di farlo viaggiando sui treni della Ferrovia Vigezzina Centovalli, magari sconfinando da/verso l’altrettanto bella Val Vigezzo – sono certo che converrete con me sul fascino particolare e per molti versi unico di questa porzione delle Alpi.

Se le montagne si riempiono di “insegne lampeggianti”

È ora di fermarci all’esistente e di smettere di trattare la montagna come se fosse il nostro giardino privato, dove disporre nani di gesso, putti e colonne corinzie a nostro discutibile talento. L’attuale escalation di “tracce permanenti” individuali, collettive o istituzionali inflitte al paesaggio montano è un disastro.
È un diritto delle attuali e future generazioni (visto che la crisi ambientale gliene negherà ben altri, purtroppo) quello di poter godere di scorci di paesaggio dove i segni umani sono, se non assenti, almeno funzionali, discreti e integrati nel paesaggio come una mulattiera o un muro a secco. Una panchina (di ogni dimensione), una targa commemorativa, un oggetto artistico (anche biodegradabile) in un contesto naturale somigliano piuttosto a invadenti insegne lampeggianti, fastidiose e patetiche nel rivendicare l’attenzione quando lo sguardo ha solo sete di spazio libero, chiede di poter posarsi su altro che non sia un manufatto umano, troppo umano.
Sulle vette si lasciano un pensiero e un piccolo segno d’inchiostro sul libro di vetta: un rito che ci ricorda che non siamo i primi a passare e che dopo di noi verranno altri simili, altri fratelli che devono poter godere di carta bianca per lo spirito e per la fantasia.

[Irene Borgna per “L’AltraMontagna”, intervistata da Pietro Lacasella il 7 gennaio scorso. Potete leggere l’intervista completa qui.]

Aggiungo solo una mia osservazione: ciò che mi allieta riguardo certi manufatti di natura ludico-ricreativa – categoria perfettamente rappresentata dalle super invasive panchine giganti – è la convinzione che a breve nessuno più li degnerà di attenzione. Ciò che di contro mi inquieta, al netto (si fa per dire) delle centinaia di rottami sparsi in territori di pregio come quelli montani, è immaginare cosa potrebbe venire dopo di ancora più degradante. Ma speriamo che una tale corsa al più profondo disagio turistico-culturale possa nel frattempo invertire la propria rotta.

Una notizia piuttosto triste (e significativa) dalla Val Poschiavo

[Veduta panoramica della Val Poschiavo verso il confine italiano. Foto di Franciop, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Leggo su alcuni media svizzeri (qui e qui ad esempio) una notizia piuttosto triste tanto quanto significativa, al netto di qualsivoglia considerazione “morale” che vi si potrebbe ricavare. La Tessitura Valposchiavo, l’ultima di carattere artigianale ancora attiva in Svizzera insieme a quella della Val Monastero e realtà profondamente alpina, anche (forse soprattutto) in senso culturale, si appresta a chiudere i battenti. Dopo svariati tentativi di salvataggio, la cooperativa grigionese che la conduce si appresta a una cessazione “ordinata delle attività” – che è una definizione burocraticamente gentile per indicare un “fallimento dolce”, per così dire – constatando di non essere più in grado di competere con le logiche imprenditoriali del giorno d’oggi.

La Società Tessitura Valposchiavo fu fondata nel 1955 dalla Pro Grigioni Italiano. Lo scopo era quello di frenare l’emigrazione dalla valle e di mantenere la tessitura artigianale in quanto parte della tradizione locale. Da allora la Tessitura ha promosso un prezioso lavoro artigianale in equilibrio tra storia e innovazione, una delle ultime tessiture professionali dell’intera Svizzera in grado di produrre stoffe di alta qualità nonché di svolgere la formazione di creatore/creatrice di tessuti. Al giorno d’oggi i tessuti vengono prodotti quasi esclusivamente in modo industriale e la tessitura artigianale è praticamente andata persa: invece alla Tessitura Valposchiavo lavorano tre tessitrici e una sarta che, con passione e pazienza, realizzano tessuti unici nel loro genere, prodotti esclusivamente a mano impiegando materie prime naturali come lana, lino, cotone e seta, proponendo sia motivi tradizionali che si rifanno all’ artigianato tipico e popolare, che design moderni e all’avanguardia.

Il 12 gennaio prossimo si terrà un incontro con la popolazione della valle e il 13 l’assemblea dei soci, due appuntamenti che definiranno le sorti della Tessitura. Inutile è rimarcare l’augurio che si possa trovare una soluzione che consenta di continuare l’attività e dunque di salvaguardare il suo prezioso valore culturale che va ben oltre i confini della Valposchiavo. È vero, i tempi cambiano al ritmo dell’economia più che di ogni altra cosa, quello stesso ritmo che ci concede benessere e prosperità ma il cui moto frenetico non di rado fa scivolare ai suoi margini, quando non cancella, realtà importanti e preziose anche se apparentemente superate. Il punto della questione non è tanto che la loro effettiva o presunta obsolescenza ne possa decretare la fine, ma che il vuoto eventualmente lasciato possa essere colmato da qualcosa che sarà certamente più nuovo e al contempo dovrà essere capace di generare, elaborare e offrire un pari valore il quale, come il precedente, apporti vantaggi diffusi al proprio territorio e alle genti che lo abitano. In tal caso sì, nascono nuove tradizioni che rappresentano innovazioni ben riuscite, come recita il noto adagio wildeano, altrimenti si corre il rischio che quel vuoto si espanda sempre di più e alla fine vi ci cada dentro anche molto di ciò che vi è intorno.

Per il resto, come ribadisco, moraleggiare non serve a granché. È una questione culturale e di scelte, di identificazione condivisa di valori, di priorità funzionali, di vantaggi e di svantaggi. E di responsabilità, collettiva in quanto somma di tutte quelle individuali e necessariamente consapevole, nel bene e nel male. Forse, qui, mi viene da temere che di vuoti ne manifestiamo già numerosi e frequenti ma, appunto, lascio a voi qualsiasi altra considerazione al riguardo.

N.B.: tutte le immagini che vedete nell’articolo, ove non diversamente indicato, sono tratte dal sito web della Tessitura Valposchiavo.