I continui “incidenti stradali” di Lampedusa

Quello che sta accadendo a Lampedusa, e che accade ormai da venticinque anni, è come un incidente stradale che continua a ripetersi. Ci sono i superstiti, i morti e i feriti e io che abito nel condominio che dà sulla strada dell’incidente mi trovo i giornalisti che mi bussano alla porta e mi fanno le domande. Ma sono le persone che hanno subito l’incidente che andrebbero intervistate, sono loro i soggetti da ascoltare, io abito in questa casa solo per caso, loro hanno compiuto vere e proprie avventure per giungere fino a qui. Noi possiamo offrire i primi soccorsi, dei biscotti, dell’acqua, del thè caldo e farci in quattro per capire come aiutarli a proseguire il viaggio. E invece loro, i veri soggetti di questa storia, quelli che andrebbero ascoltati per comprendere i tanti perché di questo esodo di massa, ecco, vengono rinchiusi nei Centri e zittiti nei loro diritti e nelle loro ragioni.

(Davide Enia, Appunti per un naufragio, Sellerio Editore, 2017 pag.145.)

Quando le Alpi da cerniera tra i popoli diventano barriera

Le Alpi si trasformano nel ventesimo secolo in modo definitivo; il mutamento porterà una rapida quanto indelebile alterazione sociale e quindi formale dell’assetto dei villaggi, divenuti i protagonisti di un tempo insolitamente breve; le Alpi e i suoi villaggi in quota da elemento cerniera tra i popoli si trasformano in una barriera posta fisicamente tra la città e la montagna, una sorta di realtà di frontiera che ha dato vita a due mondi assolutamente contrapposti di vivere in quota e dove il cittadino dell’altra sfera entra a forza in questo mondo separato, sul quale viene gettato uno sguardo ammirato e al tempo stesso compassionevole.

(Luciano Bolzoni, Abitare molto in alto. Le Alpi e l’architettura, Priuli & Verlucca, 2009, pag.22.)

N.B.: approfitto di questa citazione tratta da Abitare molto in alto, del quale ho dissertato qui, per dirvi che, in occasione dell’uscita del nuovo libro di Luciano Bolzoni, Carlo Mollino. Architetto, del quale invece vi ho detto qui, ALPES (di cui Bolzoni è direttore culturale) propone un illuminante percorso di lettura e di esplorazione della realtà antropica e architettonica delle Alpi moderne e contemporanee che include anche Destinazione Paradiso. Lo Sporthotel della Val Martello di Gio Ponti, pubblicato nel 2015, altro notevole testo al riguardo: il tutto al prezzo dedicato di 35,00 euro + spese di spedizione. Un’occasione da non perdere – in primis perché realmente illuminante, lo ribadisco, e per questo assolutamente importante.
Per informazioni e acquisti potete scrivere a info@alpesorg.com.

(Nell’immagine in testa al post: “batteria” di ecomostri al Passo del Tonale, a oltre 1800 m di quota.)

Proteggersi e aiutare, istinti opposti ma uguali

Esistono due istinti, solo che uno precede l’altro: il proteggersi e l’aiutare il prossimo, perché anche quello di aiutare è un istinto. La paura del diverso, di quello che non conosci, qualunque cosa essa sia, umano, animale, naturale, è normale. E se la superi la prima volta, probabilmente non ti si ripresenterà più. O, almeno, ogni volta che ti ripresenterà, avrai tempi di reazione sempre minori per superarla.

(Davide Enia, Appunti per un naufragio, Sellerio Editore, 2017 pag.37.)

La geografia è uno specchio della psiche

La geografia è uno specchio della psiche, nella quale si riflette: e quasi ovvio dirlo, ma la via di comunicazione tra questi due luoghi e costituita dalla percezione che a sua volta viene educata attraverso il cambiamento indotto dei paesaggi interiori, plasmati da ciò che vediamo e sperimentiamo fuori dal nostro corpo. Il processo di definizione del territorio che abbevera lo spirito e la mente, avviene infatti attraverso il corpo – il canale di comunicazione più importante con la realtà circostante. Il corpo deve potersi muovere, deve viaggiare, deve percepire, deve raccogliere dati visibili e invisibili che ritrasmette alla mente e alla psiche sotto forma di emozioni e di pensieri.

(Davide Sapienza, Il Geopoeta. Avventure nelle terre della percezione, Bolis Edizioni, 2019, pag.77.)

Sull’abuso di parole nello scrivere contemporaneo

Ho già “ospitato” qui nel blog Emanuela Ersilia Abbadessa, raffinata e arguta scrittrice (l’ultimo suo libro è questo) e non solo, e l’ho fatto perché, appunto, oltre che occuparsi di scrittura letteraria sa costantemente e altrettanto argutamente meditare su tale pratica – cosa che trovo assai rara in molti autori, dove ammetterlo – dimostrando anche con ciò, e non soltanto con la qualità letteraria delle sue opere, di comprenderne pienamente l’alto valore culturale oltre che artistico – una rarità, ribadisco. Poi, da tali meditazioni, EEA trae articoli assai interessanti e illuminanti pubblicati su vari periodici e, da brava Abbadessa, nel suo Convento – il blog personale.
Uno dei più recenti, di tali articoli, tratta di come l’abuso di parole, se esercizio perpetrato in ambito pubblico (sia esso più o meno letterario) possa considerarsi qualcosa di assai pernicioso, e non solo per l’autore o il lettore ma per tutta la cultura diffusa.
Ve ne offro la parte iniziale; potete leggerlo nella versione completa qui, e ringrazio di cuore Emanuela Ersilia Abbadessa per avermi concesso di nuovo il consenso alla condivisione.

Quante parole usiamo tutti i giorni? Quante potremmo evitarne? E qual è il peso che diamo alle nostre parole? Si può parlare di abuso di professione dichiarandosi scrittori solo per la possibilità di mettere le parole una dietro l’altra? Su questi fatti mi sono interrogata qualche tempo fa e ne ho tratto un articolo pubblicato su “Notabilis”, anno IX, n. 6, novembre-dicembre 2018.

Abuso di professione? Il mestiere di scrivere al tempo dei social.

Se parlare è abusare e pensare è usurpare come sosteneva Victor Hugo, scrivere, a volte, è entrambe le cose.
Il Dizionario Treccani, alla voce abuso, fornisce le seguenti tre definizioni: l’abuso è il cattivo uso, l’uso smodato o illegittimo di una cosa o di un’autorità; è l’atto di forza fisica che faccia danno ad altri; nel diritto, indica varie ipotesi di reato e illecito.
Se però parliamo di abuso di parole possiamo serenamente escludere che esse rientrino nell’atto di violenza fisica; possono accompagnarlo, sì, ma una parola sarà sempre un pugno nello stomaco soltanto in senso figurato. Dicendo questo non siamo comunque al riparo dal rischio di incorrere in un illecito a causa delle parole.
In questo mondo spesso schizofrenico in cui il numero di scrittori sembra essere pericolosamente più elevato di quello dei lettori, i social network in cui la comunicazione avviene soprattutto attraverso la parola (e le piattaforme di self-publishing) hanno creato il discutibile fenomeno dell’eccesso di romanzieri. La cosa dovrebbe quanto meno preoccupare. Qualcuno potrebbe sostenere che i danni di un cattivo romanzo, mal pensato e mal scritto, siano tutti da verificare ma, probabilmente, i guasti della brutta scrittura, rispetto al cattivo esercizio di altre professioni, hanno soltanto il problema del tempo, ovvero: si vedono nel lungo periodo piuttosto che nel breve. Ma su questo punto torneremo.
Ebbene, il cosiddetto “scrittore della domenica”, ovvero il dilettante che nel tempo libero mette su carta la propria vita, i propri amori adolescenziali o i propri traumi, inventa storie (spesso distopie) o si butta in interminabili mémoire è sempre esistito e, anzi, alcuni grandi autori, prima di diventare tali hanno cominciato così una carriera che li avrebbe resi celebri. Dunque, perché l’enorme fioritura di romanzieri alla quale assistiamo oggi dovrebbe essere un problema?
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