La cosa “bella”, di certi progetti di infrastrutture ludico-ricreative in ambiente naturale dei quali si può leggere sui media, è che non serve faticare molto per trovare opinioni e tesi contrarie a tali interventi, perché sono gli stessi promotori a fornirne di ineccepibili!
Ad esempio: lì sopra si disserta d’una “zip line” da realizzare sul Sacro Monte di Varese (cliccate sull’immagine per leggere l’articolo da cui è tratta), sulla quale si dice:
«Le zip-line attualmente esistenti sono poste in luoghi lontani dai centri urbani o in luoghi difficilmente accessibili, come attrazione per lo sviluppo turistico del territorio in cui sono realizzate»: come potrebbero tali infrastrutture meramente ludiche “sviluppare un territorio”, se il solo interesse dei loro fruitori è divertircisi a prescindere da dove esse siano installate, contando semmai solo le caratteristiche atte al giovamento ricreativo? Un territorio si sviluppa lavorando sulle sue peculiarità geografiche, paesaggistiche, culturali e sociali ponendo al centro il benessere del luogo stesso e dei suoi abitanti (la cosiddetta place experience postulata dalla sociologia del turismo contemporanea), non quello dei turisti attirati in loco con una mera giostra!
«La realizzazione di una zip-line a Varese offrirebbe qualcosa di decisamente unico: un volo all’interno di un parco regionale sorvolando la valle del Vellone, un sito Unesco e, cosa davvero unica, l’impianto sarebbe praticamente in una città.» Come?! Si vorrebbe valorizzare un sito ambientale tutelato dall’Unesco e posto in ambito di parco regionale facendolo sorvolare da una “giostra”?
«L’impianto sarebbe a 1.040 metri, alla stazione di arrivo della funicolare a Campo dei Fiori, così da incentivare il suo utilizzo aggiungendo valore turistico.» Ribadisco: di quale “valore turistico” si vuole parlare, imponendo a un territorio montano un’infrastruttura ludica? Quale conoscenza culturale – cosa che dovrebbe comunque rappresentare uno dei fini principali del turismo, anche di quello meramente ricreativo e d’altro canto elemento necessario all’economia del luogo – si può generare e sviluppare con un’infrastruttura del genere?
«La Zip-line porterebbe in vetta moltissimi turisti e appassionati sportivi e dunque rappresenterebbe uno stimolo ulteriore per rimettere «la testa» sul progetto di rilancio del Campo dei Fiori, tutelando al massimo le sue bellezze, la sua singolarità e l’ecosistema.» Vedi sopra: «tutelare al massimo» la bellezza di un territorio montano protetto, peraltro di valore ancor maggiore rispetto ad altri proprio per la sua vicinanza alla città di Varese e all’area iper-antropizzata della Lombardia nordoccidentale, con un elemento di richiamo prettamente ludico-ricreativo volto per giunta a generare un turismo massificato e massificante («moltissimi turisti») che inevitabilmente, in forza di tutto quanto sopra, fa del posto un non luogo. D’altro canto: quante altre “zip line” agghindano già altrettante località montane e non? E quante “giostre” similari? E le peculiarità autentiche del luogo, quelle che lo rendono a suo modo “unico” e che ne generano il paesaggio e l’identità culturale? Tutte sottomesse alla nuova “zip line” e al suo “valore” turistico?
Gli umani, per certi versi, sono creature parecchio strane. Ad esempio, comprendono il valore di qualcosa non quando ce l’hanno ma quando viene a mancare, e generalmente questo principio risulta valido vale tanto più è importante ciò che c’è ovvero manca: la pace, l’amore, la libertà… l’acqua…
Tale principio, in modalità differenti ma con una sostanza di fondo similare, resta valido anche in tema di relazione con i luoghi che viviamo, dei quali non riusciamo a comprendere quanto essi, con tutto quello che contengono, influenzino la nostra presenza in loco e la visione che ne ricaviamo, la quale poi diventa nozione culturale e immaginario più o meno comune che assimiliamo e ci portiamo appresso per poi farne uno strumento fondamentale di valutazione e comprensione personale del mondo – ovvero comprensione della nostra presenza nelmondo, di cosa ci stiamo a fare.
Vi propongo un macro-esempio al riguardo: il Cervino/Matterhorn, la montagna più iconica delle Alpi, marcatore identitario dei territori ai suoi piedi e presenza culturale oltre che geografica per le genti che li abitano. Si giunge al suo cospetto e lo si ammira in tutta la sua grandiosità morfologica, attrattore inesorabile di tutti gli sguardi: per la sua bellezza, l’imponenza, la grandiosità o per il timore che suscita… Nel frattempo, la sua presenza sta definendo negli osservatori il valore del luogo che si trova tutt’intorno, nel quale essi si trovano e con il quale stanno interagendo, ricavandone le proprie percezioni, impressioni, emozioni, esperienze, conoscenze: il “paesaggio”, insomma, che è il risultato di tutte queste cose in relazione al territorio che ne è fonte primaria, il quale identifichiamo culturalmente proprio grazie ai marcatori georeferenziali che vi troviamo e vediamo. Ciò senza contare il fatto che un elemento geografico così iconico e identitario definisce il territorio anche dal punto di vista socio-economico: basti pensare alle innumerevoli riproduzioni della silhouette del Cervino che si possono trovare ovunque. D’altro canto, come dicevo, quello del Cervino è un macro-esempio, il cui principio è riscontrabile in innumerevoli altre circostanze, similari anche quando meno palesi.
Bene, detto ciò: e se il Cervino non ci fosse?
Notate come i luoghi, esattamente quelli soliti eccetto che per la mancanza del monte, cambiano totalmente aspetto e come ci appaiono differenti per molti aspetti, ovvero come la nostra percezione si ritrova a dover elaborare un paesaggio diverso e con peculiarità altre rispetto a quello consueto?
Si direbbe una cosa ovvia, questa: è chiaro che se un certo territorio perde le sue emergenze geografiche e morfologiche principali, cambia aspetto. Tuttavia il nocciolo nella questione non è tanto nel cambio d’aspetto territoriale, ma nella variata e differente elaborazione del paesaggio conseguente, il che determina una diversa relazione culturale con quel luogo, una diversa considerazione, differenti valori che gli si possono attribuire. Insomma: sarebbe sostanzialmente lo stesso luogo, per quanto riguarda la parte antropizzata e vissuta, ma risulterebbe formalmente un altro luogo, che facilmente finiremmo per considerare non solo diverso ma forse più anonimo, meno affascinante e attraente, più “brutto” – e ciò proprio perché conosciamo e possiamo apprezzare l’originale.
(Per fare un altro esempio non alpino, qui sopra…)
Abbiamo una gran fortuna, comunque: il Cervino, e tutte le altre montagne o gli altri elementi iconici e identitari del mondo in cui viviamo, non possono sparire (salvo cataclismi impensabili): non per questo dobbiamo ritenere questi paesaggi scontati, anzi, la comprensione piena del valore della loro presenza, e dell’importanza di essa per chiunque viva quei luoghi e vi sappia intessere una relazione, per quanto sopra va coltivata, sviluppata, resa più forte e virtuosa possibile. Esattamente come è la persona libera che può e deve difendere la sua libertà, avendone piena coscienza dell’importanza, così funziona per i luoghi e i paesaggi del mondo che viviamo. La loro salvaguardia è la salvaguardia di noi stessi, del nostro tempo e della nostra presenza nel mondo: qualcosa che non possiamo assolutamente permetterci di perdere.
[Foto di Massimiliano Morosinotto da Unsplash.]Quelle che potreste leggere se continuerete a farlo sono cose banalissime e in parte già dette da molti altri, sappiatelo. Quindi, se volete, andate pure oltre; io le metto per iscritto anche per me stesso, per rifletterci sopra e tenerle da parte in caso di bisogno.
Abbiamo perso il senso del limite. Ribadisco, sono l’ultimo e non l’ultimo sia a dirlo e sia ad avere titolo per farlo (ve l’ho detto, è un’osservazione banale), ma appurarlo costantemente e meditarci sopra non è mai cosa superflua, in considerazione di ciò che di concreto, di materiale ne deriva.
In quanto creature abitanti il pianeta Terra dotate di specifiche caratteristiche, i nostri limiti fondamentali sono quelli che il pianeta stesso, ovvero la Natura, l’ambiente naturale, fissa per noi. D’altronde, se tali limiti naturali non esistessero, potremmo volare in cielo come gli uccelli o giocare a calcetto sul fondo del mare, no? Oppure salire in vetta all’Everest correndo come al parco in città e respirando a pieni polmoni, ma proprio perché ciò non è possibile e solo attraverso una specifica preparazione fisica e mentale lassù ci si può arrivare, la salita alla vetta dell’Everest o a qualsiasi altra montagna risulta qualcosa di importante, di valoroso e ammirevole (al netto delle bieche spedizioni commercialo odierne, ovvio).
Ecco, a tal proposito: le montagne sono un ambito che probabilmente meglio di chiunque altro manifesta chiaramente il concetto di limite e la comune perdita del suo senso, e al riguardo non serve citare esempi alpinistici e variamente sportivi o prestazionali. Per dire: la cima di un monte è il limite naturale materiale per eccellenza; la paura che possiamo provare nel salirla è la manifestazione di uno dei limiti immateriali fondamentali che dobbiamo saper rispettare e con il quale convivere.
Tuttavia, come accennavo, la montagna contemporanea ci offre numerosi altri esempi illuminanti di limiti e di perdita del loro senso. Lo sfruttamento turistico-sciistico della montagna invernale avrebbe il suo limite naturale nella presenza o meno di neve; noi abbiamo perso il senso di questo limite naturale e ci siamo inventati la neve artificiale, presunta “manna” per i monti con la quale pretendiamo di poter sciare anche quando non vi siano le condizioni per farlo e che invece ormai da tempo manifesta tutta la sua nocività, sia dal punto di vista ambientale che economico e culturale. Molte delle installazioni turistiche che oggi degradano numerose località montane – panchine giganti, passerelle, ponti d’ogni genere e sorta, giostre alpestri, eccetera – rappresentano la perdita del senso del limite offerto dal paesaggio e dalle sue caratteristicheculturali: ormai incapaci di goderle e comprenderle nella loro pur meravigliosa realtà, vogliamo andare “oltre”, inventarci un nuovo limite estetico-ludico e aggiungervi quei vari manufatti, inutili e invasivi, che per giunta denotano pure la perdita del senso di ogni limite di decenza e di rispetto per i luoghistessi. L’imposizione alle montagne di certe strategie turistiche massificanti (mega-parcheggi, enormi palazzoni da tot-piani, superfunivie, eccetera), senza capire che i territori montani sono un ambito non solo differente da ogni altro ma probabilmente ben più delicato di qualsiasi altro, soprattutto per come ogni intervento antropico ne modifichi pesantemente il paesaggio (nel senso antropologico del termine), manifesta la perdita del senso del limite sia di quantità e sia di qualità; il credere – come molti fanno, certi operatori del settore turistico o certi media, ad esempio – che questo rappresenti un successo per la montagna rimarca invece la perdita del senso del limite di intelligenza e di consapevolezza o, per meglio dire, il suo superamento verso ambiti di vuoto culturale spinto totalmente antitetici ai luoghi montani e alle loro valenze.
Ecco, solo per citare qualche caso emblematico tra i tanti possibili.
Poi è vero che a volte la tecnologia che noi “Sapiens” abbiamo a disposizione ci permette di spostare un po’ più in là certi limiti, anche naturali, e in fondo questo è un bisogno e un successo ontologici dell’essere umano, il frutto del «seguir virtute e canoscenza» dantesca che ci differenzia, almeno formalmente, dall’essere e dal «viver come bruti». Tuttavia la posizione dominante che la tecnologia ci dona, sovente ci rende fin troppo boriosi e meno attenti alle conseguenze di quel fissare nuovi limiti, nonché ignari dei danni più o meno gravi che ne derivano. In tal caso i limiti non vengono spostati in avanti, come ci viene di credere, ma in realtà di lato o di sbieco, per così dire, e quando ciò accade ci ritroviamo oltre di essi in una zona di pericolo pressoché totale perché posta “oltre ogni limite”, appunto. In circostanze del genere, il danno è pressoché certo, l’unica variabile è quanto sarà grave. Per tornare a uno degli esempi prima citati, è quello che accade con la pratica dell’innevamento artificiale delle piste da sci, nata per contrastare gli effetti meteorologici dei cambiamenti climatici ma proprio da questi resa sempre più deleteria per la montagna in ogni suo aspetto. Il continuo proliferare di questi impianti, in un clima che ci impone con sempre maggior frequenza alte temperature, pioggia al posto di neve fino a quote alte, permanenza del manto nevoso al suolo in costante riduzione, condizioni ambientali ogni anno meno consone alla sussistenza di tali attività, rappresenta un superamento ormai profondo e drammatico di un limite naturale ben determinato, con la conseguente generazione di numerose e inquietanti criticità – costi enormi, consumo di energia, depauperamento delle risorse idriche, degrado ambientale, banalizzazione culturale dei luoghi, patrimonializzazione esasperata e insensata, eccetera. Si è finiti ben oltre quel limite in una zona di pericolo assoluto, nella quale la permanenza e ancor più la costante fuga in avanti rispetto al limite suddetto è garanzia certa di una brutta fine: in primis per chi manifesta l’arroganza di governare il superamento, e nel caso questa non sarebbe che una sorte meritata; peccato che a farne le conseguenze sarà anche l’intero territorio montano, la sua bellezza, la sua integrità ambientale, la gente che lo abita, il paesaggio, la relazione tra esso e ogni individuo. Insomma, è la manifestazione di una dissennatezza senza limiti – guarda caso come si usa dire.
Ma sono cose perfino “banali” da osservare, ve lo dicevo all’inizio. Eppure, a ben vedere, mi verrebbe da credere che per qualcuno non lo siano così tanto. Anzi.
Qualche giorno fa, girovagando sul web, mi sono imbattuto nel sottostante articolo, nel quale si riferisce di due nuovi bacini artificialiper l’innevamento artificiale delle piste realizzati dalla società di gestione del comprensorio sciistico di Madonna di Campiglio-Pinzolo (provincia di Trento), e se ne parla bene.
Nell’articolo (cliccate qui sopra per leggere in originale) si scrive che: «Indubbiamente qualche impatto c’è stato, soprattutto nella fase di realizzazione, ma bisogna riconoscere che c’è stato un notevole impegno per il loro inserimento nel contesto naturale. A contenere l’impatto ambientale è stata anche la quota non troppo elevata, al di sotto dei 1.900 m, entro la zona fitoclimatica del Picetum, dove le “cicatrici” inferte dall’uomo sull’ambiente naturale si rinaturalizzano con maggiore facilità. Entrambi sono diventati meta di piacevoli passeggiate e di piacevoli tuffi rinfrescanti, oltre a costituire importanti riserve idriche ad esempio per lo spegnimento di incendi boschivi. Il loro riempimento, nel corso della primavera, è garantito per caduta dallo scioglimento delle nevi. Complessivamente costituiscono una preziosa riserva di acqua in quota.»
Vi chiedo, senza alcuna tendenziosità e al netto dell’eventuale partigianeria dell’articolista: che ne pensate? Vi sembra effettivamente un intervento ben fatto e accettabile? Oppure trovate che nuovamente si stia cercando solo di giustificare l’ingiustificabile?
«Bernina» è un altro di quei nomi che inesorabilmente indicano e richiamano alla mente grandi montagne, vasti ghiacciai, superbi panorami alpestri… giustamente, visto che il “quattromila” più orientale delle Alpi è uno dei massicci montuosi più estesi, articolati e elevati di questa parte della catena alpina, con numerose vette spettacolari e assai celebri sulle quali sono state scritte pagine importanti della storia dell’alpinismo. Un nome sinonimo di “montagna” nel senso più compiuto del termine, insomma: ma che origine ha, il così famoso toponimo “Bernina”?
In verità anche questo è un caso di nome assai potente, nell’immaginario (toponomastico e non solo) oggi condiviso, ma di contro dalle origini molto meno “gloriose” ovvero più pragmatiche, per così dire. Il nome «Bernina» in origine – cioè nel Basso Medioevo – non indicava infatti la montagna ma era usato per la località di Bernina Suot e per il vicino alpeggio in val Minor, appena sotto l’omonimo passo sul versante engadinese, e deriva probabilmente dal cognome Bernin, diffuso anche nell’Italia settentrionale e centrale come Bernini. Nel 1429 Bondo, comune della val Bregaglia, acquistò un alpeggio in Barnynia in valle Minori – forse Bernin era il nome del precedente proprietario del terreno – che da allora divenne l’Alp da Buond, mentre con il nome Bernina si finì per indicare il passo del Bernina e successivamente, per un mero traslato geo-toponomastico, l’intero gruppo montuoso soprastante. Meno probabile sembrerebbe invece l’origine slovena del toponimo citata da alcuni (lo studioso grigionese Andrea Schorta, ad esempio), come abbreviazione del termine berdnina (“montagna con propaggini”).
D’altro canto la forma arcaica del toponimo, Barnynia, potrebbe far pensare a una similitudine con l’origine del toponimo «Berna», la capitale svizzera, che popolarmente deriva da Bär, “orso” (animale simbolo della città) ma che oggi viene più probabilmente fatto derivare dal termine celtico berna il quale significa “fessura”, “fenditura”: nell’uno e nell’altro caso, comunque qualcosa che si ritrova facilmente anche sulle montagne!