Ancora un’originale visione fotografica di Cesare Martinato, un’altra veduta della diga dell’Albigna, in Canton Grigioni, una delle più particolari dighe delle Alpi, posta sul ciglio di una parete quasi verticale sospesa mille metri sopra l’alta Val Bregaglia e circondata dalle spettacolari guglie granitiche di questa regione delle Alpi Retiche occidentali – quelle visibili nell’immagine proprio sopra il muro della diga possiedono i pittoreschi oronimi di Spazzacaldeira e Fiamma.
Della diga dell’Albigna ne parlo nel mio libro Il miracolo delle dighe, raccontando della sua peculiare presenza nel paesaggio della Bregaglia e della particolare relazione intrattenuta con i suoi abitanti, per i quali la diga è molto di più di un ciclopico muro di cemento e ovviamente ben più di un’attrazione turistica – dacché la diga è visitabile anche all’interno e pure dentro offre qualcosa di inaspettato e sorprendente.
Ringrazio ancora molto Cesare Martinato per le sue sublimi fotografie e, se volete saperne di più sul libro, cliccate qui sotto:
Un altro bell’articolo dedicato a Il miracolo delle dighe, il mio ultimo libro, è stato pubblicato in contemporanea da “LeccoNews” e “ValsassinaNews”, le cui redazioni ringrazio di cuore per l’attenzione e lo spazio che hanno voluto dedicare al libro.
Intanto l’estate è ormai alle porte, sempre più persone si avventureranno lungo gli itinerari montani e quasi sicuramente, prima o poi, si ritroveranno davanti o ai piedi di una delle centinaia di grandi dighe che dimorano sulle Alpi (solo su quelle italiane sono 530; la Svizzera ne ha 220 che determinano la maggior densità di dighe al mondo rispetto al territorio nazionale). Cosa penseranno, o cosa penserete se sarete voi, di fronte a uno di questi ciclopici muri “incastrato” in una vallata alpina, magari a quote superiori ai 2000 metri e in mezzo a un paesaggio di grande pregio ambientale? Ecco, questa è una delle domande alle quali cerco di dare una “buona” risposta nel libro.
Per saperne di più, date un occhio qui, mentre per leggere i due articoli cliccate sulle immagini corrispondenti.
Lungo tutte le Alpi, la rincorsa alle “ciclovie” per le bici elettriche sembra essere il nuovo Eldorado. Ma nobili propositi, volti anche a intercettare nuovi turisti, si accompagnano spesso con interventi sul territorio totalmente dissonanti e fuori misura. Ciò accade quando, anziché adattare i percorsi su due ruote alla rete escursionistica esistente, si modificano in modo irreversibile sentieri e mulattiere per far combaciare il tempo libero con quello del consumo.
Scassare l’impervio e livellare gli ostacoli lungo antiche vie è il sacrificio che tante vallate stanno offrendo per abbattere la barriera della fatica e consentire ai ciclisti di andare ovunque. Questo significa rinunciare completamente ad accogliere i nostri limiti, senza accettare la meravigliosa imperfezione di sentieri, rocce, boschi e pascoli, perdendo la possibilità di trovare un senso, relazioni ed esperienza autentica con le nostre montagne.
I promotori delle “ciclovie”, che cannibalizzano gli antichi tracciati, sono spesso gli stessi abitanti, obnubilati da una cultura massificante, che non sanno più riconoscere i propri luoghi, incapaci di vedere l’unicità e valore di questi spazi e di prendersene cura preservandone l’identità. Ne vale la pena? Sacrificare il patrimonio incalcolabile rappresentato da sentieri e mulattiere storiche per la nuova mobilità “green” da offrire al turista su due ruote? Far confluire ciclisti con pedoni non può che generare conflitti. […]
Al solito, Michele è mirabile nella chiarezza espositiva e nella lucidità della sua visione delle realtà montane (ancor più vi sembrerà tale leggendo il suo articolo su “Montagna.tv” nella sua interezza).
Mi viene di aggiungere solo un appunto, rivolto a certi soliti facinorosi pronti ad alzare barricate manichee (che poi in realtà sono fatte di mattoni di sabbia, pieni di nulla): la questione non è essere contro le ebike e nemmeno le piste ciclabili tout court ma contro le cose fatte male e prive di senso, contro le opere «fatte su» tanto per far su e poi farne bieca propaganda (elettorale o altro), utili solo ad approfittarsi del “business” (?) del momento e per questo realizzate senza nemmeno capire cosa si sta facendo, quali conseguenze avranno, che ne sarà di esse tra qualche tempo.
Come sempre e ovunque, ogni cosa può e deve essere fatta con buon senso: è così difficile da capire? Evidentemente, per taluni amministratori pubblici e per i loro sodali, che i “sensi” li mettono da parte per lasciar campo libero ai bisogni di pancia, sì: è difficile, e nemmeno ci provano a capire se invece possa essere facile e, soprattutto, utile, necessario, doveroso. Va bene così? Li lasciamo fare senza batter ciglio, come se le montagne fossero “roba loro” e non patrimonio di tutti – ribadisco, di tutti noi?
Cielo grigio e un po’ cupo, nuvolaglia che si incastra tra le cime dei monti d’intorno, qualche tuono non lontano ma nemmeno così minaccioso. Condizioni più che buone, io e il segretario personale (a forma di cane) Loki partiamo proprio quando cadono le prime gocce di pioggia. Siamo i soli a salire verso l’alto, tutti tornano a valle, qualcuno ci (mi) guarda strano, come a chiedermi con gli occhi dove diavolo me ne stia andando con il tempo che c’è; gli sorrido. Altri sono bardati di mantelle parapioggia nemmeno tornassero dalla Malesia nel periodo dei monsoni, mentre la pioggia è sì aumentata ma non tanto intensamente: mi basta indossare il cappello impermeabile, non serve altro.
Cosi io e Loki saliamo lungo il sentiero che s’innalza nella vallata ormai priva di altre presenze umane, accompagnati dal solo rumore dell’acqua che scroscia nel torrente oppure, nei tratti in cui questo s’inforra rumoreggiando più sommessamente e la traccia vi si allontana a monte, dal ticchettio da vecchia macchina da scrivere della pioggia che scrive il proprio diario pomeridiano sulle foglie degli alberi. Non abbiamo una meta alla quale giungere e oggi non lo è nemmeno il “viaggio”, classicamente inteso per come vi si riferisca il noto modo di dire; semmai, una “meta” per questa giornata è il vagare nella Natura per godere di momenti che alcuni ritengono non così ideali e invece, nelle giuste condizioni ambientali e emotive, io penso lo siano anche più di tanti altri. Peraltro, pensarci gli unici presenti in questa micro porzione di mondo regala sempre una sensazione particolare, quantunque basta gettare lo sguardo oltre il crinale boscoso a valle per cogliere la pianura antropizzata e immaginarne la gran frenesia. Non siamo chissà dove e qui non c’è nessuno solo per un fortunato caso meteorologico; fosse stata una bella giornata ci sarebbe una coda assai variegata di gitanti. Però, nel qui-e-ora attuale, è divertente formulare la percezione di vivere una personale e temporanea Dissipatio H.G. morselliana: lo è probabilmente perché so benissimo che sia una mera fantasia tanto quanto che nonostante ciò la finzione sembri molto reale.
Mentre Loki esegue le sue consuete e approfondite analisi della qualità dell’acqua del torrente ad ogni guado che affrontiamo (si veda qui sopra), la pioggia scema pressoché del tutto e già qualche frazione di cielo si sfilaccia abbastanza da lasciar passare scintillanti lame di Sole. Abbiamo avuto ragione noi e torto quelli che sono scappati a casa, riguardo la meteo, o forse c’è solo andata bene e nessun temporale ci ha scagliato addosso le proprie folgori. Siamo in mezzo al bosco, il torrente qui percorre un tratto tranquillo e dunque anche la fluida colonna sonora si stempera, facendo intuire il silenzio pressoché totale che altrimenti regnerebbe, in questo tratto appartato della vallata, se l’acqua non ci fosse. D’un tratto, Loki si impettisce, comincia a fiutare nervosamente l’aria e punta lo sguardo verso certi bricchi che si intravedono tra il fogliame sopra di noi; il segretario mi fa così notare qualcosa che solo ora il mio udito coglie e identifica ma che già prima era percepibile, solo non ci stavo facendo caso: un fischio, che proviene esattamente dal punto sovrastante verso il quale Loki guarda. Eccolo, è un camoscio, a una ventina di metri da noi, che corre verso l’alto e rapidamente sparisce alla nostra vista. Evidentemente un maschio, e pure di taglia piuttosto grossa. Loki vorrebbe dimostrargli che anche lui ci sa fare con la corsa in montagna (così è convinto, a quanto pare) ma riesco a farlo desistere tenendogli saldamente la pettorina – con gran sforzo, per quanto tira, e rischiando un bagno magari gradevole ma non espressamente desiderato nelle acque del torrente. Acquietatosi lui e io pure, restiamo immobili per qualche secondo ancora ascoltando lo scalpiccio del camoscio sulle rocce fino a che il rumore dell’acqua non torna a sovrastarlo e a farlo svanire nel labirinto di rocce e anfratti silvestri. Guardo l’ora: se continuassimo a salire verrebbe tardi, non saremmo di ritorno per cena. Dunque decidiamo che questa è la meta di oggi, invertiamo la rotta e cominciamo la discesa verso valle.
Niente di che tutto questo, sia chiaro, e una “meta” a sua volta apparentemente banale, posto che la visione di camosci da queste parti è piuttosto comune. Quale “meta” poi? Non siamo arrivati da nessuna parte formalmente, rifugio o vetta o luogo oppure punto geografico importante… niente di tutto ciò. Eppure, non è detto che la meta debba sempre essere un punto spaziale; potrebbe anche essere uno “spazio di tempo”, una specie di cronotopo ovvero un certo momento, anche casuale e imprevedibile, il quale tuttavia nel suo manifestarsi è capace di dare un senso multidimensionale al cammino compiuto, alla fatica sopportata, allo starsene in quel luogo apparentemente anonimo ma che così assume un proprio significato, genera un ricordo, diventa esperienza, magari nozione, un elemento immateriale nell’elaborazione personale del paesaggio materiale vissuto in quel dato momento. Il qui-e-ora come meta, appunto, qualsiasi esso sia ma comunque essendo un accadimento unico e irripetibile proprio perché manifestazione significativa di un particolare istante, di chi lo vive e come lo vive in quel preciso istante.
«I viaggi sono i viaggiatori», scrisse giustamente Pessoa; a me piace anche pensare che i viaggiatori sono il viaggio, ovvero che la meta principale di qualsiasi “viaggio” – il quale, sia chiaro, è tale sia se percorra migliaia di km oppure solo qualche centinaia di metri vicino casa; per quanto mi riguarda, ogni escursione sui monti è assolutamente un viaggio, nel senso pieno del termine – è dentro di noi, deve essere dentro di noi affinché possa trovarsi anche fuori, possa essercene una da raggiungere anche materialmente. Quel piccolo, apparentemente banale momento vissuto con il segretario Loki nel bosco è stata la meta “reale” di una meta mentale e spirituale che ho percepito vividamente e la quale ho avuto certezza di aver raggiunto proprio quando ho vissuto la prima, cioè nel momento in cui le due si sono riallineate e riunite. Non una “meta” nel senso ordinario del termine e per come molti la potrebbero intendere ma anche per questo speciale, a suo modo unica. Qualcosa che ha dato senso, significato e valore a una normalissima camminata sulle montagne vicino casa in un modo che nessun altra “meta” ordinariamente intesa forse avrebbe potuto fare.
“Fatti di Montagna” ha dedicato una sorta di breve ma approfondito reportage “multimediale” – dacché in forma scritta e in audio con podcast – al mio libro Il miracolo delle dighe, che peraltro farà parte del prossimo numero della rivista “Dislivelli.eu”, pubblicata e curata dall’omonima prestigiosa associazione, il quale sarà dedicato al tema dell’acqua. L’articolo è già presente nel blog di Dislivelli, qui.
Devo ringraziare in maniera parimenti moltepliceLuca Serenthà, ideatore e curatore di “Fatti di Montagna” con il quale già ho avuto l’onore e il piacere di collaborare per altre iniziative montane, che intorno ai temi del libro mi ha coinvolto in un bel dialogo con il quale abbiamo toccato diversi aspetti, tutti quanti variamente importanti per la montagna sia in senso storico, sia in considerazione della realtà attuale dei territori montani e, ancor più, sia per il futuro che verrà. Nel quale anche l’acqua imbrigliata in alta quota nei bacini delle dighe potrebbero giocare un ruolo fondamentale in relazione al paesaggio montano e al vivere umano in esso: pure attraverso modalità per così dire inopinate, che nel libro ho cercato di raccontare.
Cliccate sull’immagine lì sopra per aprire la pagina di “Fatti di Montagna” dedicata a Il miracolo delle dighe e leggere/ascoltare i contenuti; cliccate invece qui per sapere ogni cosa utile sul libro.