Il servizio di Massimo Sonzogni sull’andamento climatico in Lombardia e sulla situazione ambientale sempre più fragile, andato in onda nel telegiornale di “Bergamo TV” lunedì 6 febbraio 2023. Inutile rimarcare che oggi, una settimana dopo, quanto affermato nel resoconto di Sonzogni vale ancora di più.
[Il Po in secca, la scorsa estate 2022. Immagine tratta da qui.]«Massimo Sertori, assessore regionale (della Lombardia, n.d.s.) agli enti locali, alla montagna e alle risorse energetiche, ha chiesto a tutti i soggetti coinvolti nella gestione dell’acqua, specialmente alle aziende energetiche, di trattenerla il più possibile. I gestori degli invasi che alimentano le centrali idroelettriche non potranno rilasciare l’acqua, ma dovranno accumularla in vista dei prossimi mesi.»
Così si può leggere in un articolo pubblicato mercoledì 8 febbraio 2023, su “Il Post”, nel quale si racconta del rischio che anche nella prossima estate si ripresenti una carenza di acqua e una siccità pari se non peggiori a quelle riscontrate nell’estate 2022, in forza delle scarse precipitazioni che si continuano a registrare sulle Alpi e nel Nord Italia.
[Il bacino idrico a servizio dell’impianto di innevamento artificiale delle piste da sci dei Piani di Bobbio, in Valsassina. Immagine del 2 febbraio 2023, presa da qui.]Dunque, di logica dobbiamo aspettarci che pure dai tanti bacini artificiali di accumulo idrico presenti nei comprensori sciistici delle Alpi italiane (una riserva d’acqua nel complesso piccola ma oltre modo preziosa) non verrà più pescata acqua per innevare artificialmente le piste così da poterla conservare e rendere disponibile nel possibile caso di una nuova emergenza idrica, proprio come di recente ha dichiarato Valeria Ghezzi, la presidente di ANEF ovvero l’associazione che riunisce gli impiantisti. Vero? O no?
P.S.: chiunque sostenga che la produzione di neve artificiale non spreca acqua in quanto, una volta sciolta, la stessa torna disponibile in ambiente (motivazione sovente addotta dai gestori degli impianti a loro difesa), legga qui.
[Panorama di Madesimo e della testata della Val Scalcoggia, immagine del 3 febbraio 2023 tratta da qui.]
Il 2023 comincia con i grandi laghi prealpini tutti semivuoti, e questa è una pessima premessa per l’annata agraria che verrà, per gli agricoltori come per tutti gli utilizzatori della risorsa idrica lombarda, a partire dagli energetici. I cinque grandi laghi che orlano l’arco prealpino lombardo costituiscono, infatti, un immenso serbatoio idrico utilizzato soprattutto per usi irrigui, grazie alle grandi opere di sbarramento degli emissari che ne regolano i deflussi, consentendo di stoccare un volume complessivo di 1,3 miliardi di metri cubi di acqua. L’acqua però scarseggia negli immissari e, per quanto gli enti regolatori si stiano già sforzando di limitare i deflussi, gli invasi sono vuoti per tre quarti: secondo i dati pubblicati dal servizio idrologico di ARPA Lombardia, infatti, il volume di acqua invasata, e quindi effettivamente utilizzabile per far fronte ai fabbisogni, è pari a circa 350 milioni di metri cubi, quando un anno fa, dopo un inizio inverno anche allora avaro di precipitazioni, c’erano comunque circa 200 milioni di mc di acqua in più nei grandi laghi. Purtroppo le prospettive, almeno per il momento, appaiono pessime: non solo il meteo non offre previsioni di precipitazioni importanti, ma anche i serbatoi che sovrastano i grandi laghi sono in pessima salute. In rapporto alle medie degli ultimi 15 anni, nei bacini idroelettrici alpini manca oltre il 25% dell’acqua normalmente presente in questa stagione, e anche la neve scarseggia: secondo i modelli di ARPA, in montagna manca l’equivalente sotto forma di neve di 700 milioni di mc di acqua, ovvero oltre il 40% della neve che si dovrebbe trovare sulle Alpi in questa stagione.
Al di là della situazione idrica a dir poco critica che al momento fa temere di dover affrontare un’altra estate carente di acqua – e dovremmo innanzi tutto capire se possiamo resistervi, per la seconda estate di fila e ancor più in relazione a simili rischi futuri –, l’articolo riporta un altro dato assolutamente inquietante ma d’altra parte del tutto consono alla realtà climatica che stiamo affrontando e ai report scientifici che la analizzano e elaborano i relativi modelli previsionali: sulle Alpi manca il 40% della neve che abitualmente si dovrebbe trovare al suolo. Ovvero: non solo le temperature si stanno alzando, non solo i fenomeni meteorologici modificano la loro manifestazione e i conseguenti effetti, ma le Alpi stanno apparentemente perdendo anche la neve, l’elemento che più le identifica nell’immaginario comune (vedi qui). Saremo pronti anche per quest’altra trasformazione così drammaticamente radicale delle nostre montagne?
Cosa conferisce un particolare fascino al superamento di un valico di montagna? La premonizione del paesaggio che si troverà dall’altra parte, che rischiara la fantasia del viandante – gli elevati sentimenti che si provano nel momento del passaggio, nel punto che segna la linea di demarcazione di acque e popoli -, l’accresciuta percezione del presente e dei luoghi, e tutta una serie di altri motivi che agiscono inavvertitamente su chiunque in misura tanto più forte quanto più cultura e conoscenza ci si porta appresso. Ogni viaggio su un valico di montagna è un viaggio di scoperta.
Ogni volta che leggo questi brani di Spitteler, che hanno più di 120 anni, mi sorprendo di quanto la visione del territorio e del paesaggio che sottendono sia incredibilmente contemporanea, sia in senso scientifico che culturale. In queste così poche righe, ad esempio, vi si ritrova l’attuale concetto di “paesaggio” (il quale, per come viene usato oggi nelle discipline geografiche e umanistiche, ha non più di quarant’anni e non è affatto così risaputo, ancora), l’intuizione chiara della relazione culturale tra uomini, territori abitati e luoghi nonché del relativo valore identitario di essa, degli accenni a quella che oggi chiamiamo psicogeografia, la visione ecostorica (altra disciplina di recente teorizzazione) e quella geopoetica, così ben sviluppata dall’amico Davide Sapienza, ad esempio.
Insomma, in tal senso è quasi impareggiabile, Carl Spitteler. Tenetene conto, visto quanto sconosciuto o quasi sia, al di qua del Gottardo e a sud di Lugano.
Nonno ogni tanto trascorre qualche giorno da una delle figlie, a San Moritz da Ottilia o a Sent da Hermina. Quando viene da noi si porta sempre anche la falce per dare una mano sui prati. Solo che ormai fa fatica, si stanca da morire, sparisce nell’erba alta e non va avanti. «Riposati un po’», gli dice mamma; lui si siede ai bordi del prato e si asciuga il sudore. Una volta arriva anche a San Moritz con la falce e la famiglia si mette a ridere. Lui sembra completamente perso: non ha pensato che là non c’è praticamente niente da tagliare. San Moritz, sebbene sia nella stessa vallata, è un altro mondo. Già i grandi alberghi come palazzi, il traffico, le fisionomie straniere. Per la strada la gente non si saluta, non si vedono mucche né capre, ma cavalli e vetturini, si sente lo scampanellio delle slitte. Ogni tanto lui si ferma e le guarda passare.
(Oscar Peer, Il rumore del fiume, Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult, pag.107. Cliccate sull’immagine qui sopra per leggere la mia “recensione” e, se non conoscete Peer, leggete qualche suo libro: è uno scrittore sublime, quanto le montagne che ha raccontato nelle sue storie.)