Pedalare in montagna e in città, una questione di vita o di morte

[Una bike lane in mezzo al traffico a Milano: quanto di più pericoloso vi sia per i ciclisti. Immagine tratta da bikeitalia.it.]
Ancora in tema di ciclovie montane e non solo (è un tema caldo, senza dubbio, e non solo per le temperature estive) sulle quali qualche giorno fa si è espresso con ottime considerazioni Michele Comi (ne ho scritto qui). Mentre «Lungo tutte le Alpi, la rincorsa alle “ciclovie” per le bici elettriche sembra essere il nuovo Eldorado. Ma nobili propositi, volti anche a intercettare nuovi turisti, si accompagnano spesso con interventi sul territorio totalmente dissonanti e fuori misura.» (Comi, appunto), nelle città e nelle zone più urbanizzate ci si guarda bene dall’incrementare in maniera autentica la rete cicloviaria, con il risultato che di incidenti che coinvolgono ciclisti ce ne sono a iosa, non di rado tragici. Una situazione stridente nelle sue opposte realtà e profondamente sconcertante, come misi in evidenza già qui. Prima la politica – e nello specifico il Ministero per le Infrastrutture – ha pensato di azzerare del tutto, nella Legge di Bilancio 2023, le risorse atte alla realizzazione di percorsi cicloviari nelle zone urbane, poi, tra le proteste di molti, ha ripristinato un miserrimo contributo: una vera e propria presa in giro, sotto tutti i punti di vista. Peraltro, tale politica menefreghista, spalleggiata da certa classe dirigente che si permette sparate del tipo “Pnrr: riforme, non piste ciclabili» che sono tanto insulse quanto infondate, perché vorrebbero far credere che, ai fondi del Pnrr, per fare nuove piste ciclabili si sottrarrebbero un sacco di soldi quando è evidente che ne basterebbe una percentuale risibile per aumentare in maniera ingente la rete cicloviaria nazionale.

Solo qualche giorno fa il Politecnico di Milano ha redatto il primo Atlante dei morti e feriti gravi in bicicletta, con lo scopo di «costituire un osservatorio dell’incidentalità ciclistica in grado non solo di svolgere attività di monitoraggio sugli incidenti avvenuti, ma anche di costruire conoscenza prefigurativa, così da poter fornire un contributo proattivo mirato a individuare preventivamente i luoghi di maggior pericolosità potenziale per chi intende muoversi in bicicletta». Lavoro assolutamente importante e di sicura efficacia per quanto prospettato, ma… un “ma” viene inesorabile, nella situazione in cui versa la questione: ma serve veramente uno studio così titolato per conoscere sapere quali siano le strade più pericolose per i ciclisti, quando basta guardare intorno per sapere che lo sono tutte salvo rarissime eccezioni? Non è che uno studio del genere lascia ancora ferma la questione alle parole (importanti, ribadisco di nuovo) quando da tempo si dovrebbero sollecitare con vigore i fatti indispensabili affinché i ciclisti non debbano più rischiare la vita ogni volta che percorrono una strada o una via cittadina italiana, come dovrebbe accadere in ogni paese realmente civile e veramente attento alla salvaguardia dei propri cittadini, soprattutto in un’epoca come la nostra nella quale tutti parlano e spesso blaterano di “mobilità sostenibile”?

Infine, una provocazione (?): di recente a Milano – città che ha il drammatico record nazionale di ciclisti morti in incidenti stradali – si è discusso di istituire un’ampia “Zona 30” anche, se non soprattutto, per incrementare la sicurezza di pedoni e ciclisti. Ma una città realmente protesa al futuro come così spesso Milano si vanta di essere, le autovetture non dovrebbe eliminarle totalmente dalle proprie vie, con solo rarisssssssime eccezioni, portando di contro a un livello di eccellenza assoluta la rete urbana dei trasporti pubblici? Una “città”, per poter essere considerata tale nella contemporaneità, non dovrebbe essere completamente a disposizione di chi va a piedi o in bicicletta? Vi pare logico che le nostre città, (definizione: «Centro abitato fornito di servizî pubblici e di quanto altro sia necessario per offrire condizioni favorevoli alla vita sociale» e ribadisco: condizioni favorevoli alla vita sociale) siano in mano ai mezzi motorizzati, al loro caos, all’inquinamento che provocano e ai pericoli che la loro circolazione sovrabbondante generano?

Secondo me, tutte queste sono domande retoriche. Ma forse sono solo un visionario talmente ingenuo da non voler capire chi comanda, nelle nostre città, e come e perché.

Domenica prossima in Valle Soana, per “La Montagna Sacra”

Domenica prossima, 11 giugno 2023, si svolgerà per il secondo anno in Valle Soana una manifestazione di sostegno al progetto “Una Montagna Sacra per il Gran Paradiso. Chi aderisce al progetto si impegna a non salire più sul Monveso di Forzo, montagna di 3300 metri collocata sul crinale fra la Valle Soana e la Valle di Cogne, fra Piemonte e Valle d’Aosta. In sostanza, gli aderenti si pongono per scelta personale un “limite”, simbolicamente identificato con la rinuncia meditata alla salita di almeno una delle tante vette alpine, per porre la maggior attenzione possibile alla necessità di limitare, per molti aspetti finalmente, l’invasività umana sulle nostre montagne.

Si tratta dunque di un progetto culturale che non prevede alcuna regola o divieto e che ha nella sensibilizzazione sulla necessità di limiti all’agire umano il suo elemento fondante: la presenza antropica sulle montagne è millenaria, sovente è stata ed è equilibrata ma, quando la relazione culturale con le Terre Alte viene messa da parte per fare spazio ad altri interessi ben poco contestuali alla realtà delle montagne, quella presenza diventa invasività, appunto. Da equilibrata e spesso armonica al territorio e al paesaggio diventa sbilanciata, asimmetrica, per molti versi impattante e degradante: una condizione che, nella realtà ambientale (nel senso più ampio del termine) che stiamo vivendo e vivremo sempre in futuro, non può più essere ammessa. Ne va del buon futuro delle montagne, delle comunità che le abitano e di noi tutti che le frequentiamo assiduamente oppure occasionalmente: perché le montagne sono patrimonio di tutti e il loro futuro è il nostro futuro. Al cui corso virtuoso è bene riallinearci, anche attraverso piccole e simboliche tanto quanto emblematiche rinunce, per poter continuare a godere di tutte le altre montagne in modi altrettanto virtuosi per lungo tempo.

Chiunque voglia e possa esserci, domenica in Valle Soana, porterà una presenza e un sostegno importante e prezioso al progetto e alle sue finalità. Ovvero una solidarietà a tutte le montagne, per la cui realtà futura il Monveso di Forzo si “incarica” di essere un simbolo di ritrovata e essenziale armonia tra uomini e montagne: l’unica condizione, questa, che non potrà mai prevedere limiti.

Trovate i dettagli della manifestazione di domenica nella locandina sopra pubblicata; per ulteriori informazioni: https://www.facebook.com/montagnasacramontagnasacra22@gmail.com

Qui invece trovate tutti gli articoli che ho scritto sul progetto, mentre qui potete sottoscriverlo e aderire.

La “Montagna Sacra”, un tabù per allargare lo sguardo (e la mente)

Sul numero 4 di “Q CODE”, «trimestrale di geopoetica», è uscito un bell’articolo dedicato al progetto “Una Montagna Sacra per il Gran Paradiso” – meglio conosciuto come «La Montagna Sacra» -, firmato da Marzia Bona con gli interventi sul tema di Toni Farina e Duccio Canestrini, tra i promotori del progetto. È un testo succinto ma già in grado di fornire qualche buon dettaglio sull’iniziativa a chi ancora non la conosca; lo potete leggere in pdf cliccando sull’immagine in testa al post.

Nel frattempo il comitato promotore del progetto, del quale ho la fortuna di fare parte, sta lavorando alle nuove iniziative che a breve torneranno a elaborare concretamente, con alcuni eventi dedicati proprio ai piedi del Monveso di Forzo, l‘idea alla base della “Montagna Sacra”, forte dei continui apprezzamenti, spesso prestigiosi che sta raccogliendo e nel rispetto di chi ancora lo critica, forse – mia mera opinione – fermandosi troppo al contenitore del progetto e non approfondendo l’analisi del contenuto. Ma va bene così, ove il dibattito intorno ai temi del senso del limite e dell’invadenza umana in montagna sia franco e costruttivo: è uno degli obiettivi principali del progetto, questo (e no, non è il non voler proibire agli alpinisti di salire sulla vetta del Monveso di Forzo, come ancora qualcuno insiste nel sostenere), insieme alla proposta di uno sviluppo turistico-culturale della Valle Soana innovativo, sostenibile, consapevole, benefico per l’intero territorio e per i suoi abitanti.

«Open To» il piatto tipico del Lago di Como!

Intanto, dalle mie parti ovvero a BellagioLake Como, Lombardy», esatto), già qualche turista straniero in visita chiede di poter gustare il più tipico piatto lariano in assoluto: la pizza!

D’altro canto l’ha vista su “Open To Meraviglia”, la campagna del Ministero del Turismo e dell’Enit, mica di gente a caso, eh! Vai ora a dirgli che no, non è proprio così… e che poi non vada a Napoli a chiedere di poter mangiare il Toc!

Per la serie: Open to qualche buon libro sull’Italia e sulla sua cultura che mi pare indispensabile un approfondito ripasso al riguardo, eh, fin dalle nozioni basilari. Ecco.

Open to me…diocrità!

Mi sembra di capire che la campagna di promozione turistica dell’Italia “Open To Meraviglia” venga unanimemente considerata un mezzo disastro (ma “mezzo” lo aggiungo io per personale magnanimità). Ciò per innumerevoli motivi messi bene in evidenza da tanti commentatori titolati sulla stampa e sul web – tra di essi scelgo l’analisi di Pier Luigi Sacco, sempre ottimo e illuminante su tali tematiche, pubblicata su “Il Sole 24 Ore”, la potete leggere cliccando sull’immagine dell’articolo lì sotto e ingrandendola.

Se da un lato sconcerta il constatare nella campagna certe manchevolezze quasi ridicole per tanto siano grossolane, dall’altro a me tale vicenda rinfresca la memoria sul similare caso di “Italia.it”, la pretesa “vetrina” del paese sul web per la quale nel 2004 si spesero venti milioni di Euro – di soldi pubblici, ovviamente – per ottenerne una beneamata (web)cippa. Poi, alla fine, come anche osserva Pier Luigi Sacco nel suo articolo, c’è sempre chi obietta che intanto la “venerea” (nel senso della Venere botticelliana, mica altro eh) campagna sta facendo parlare di sé, in base al solito principio del «bene o male l’importante è che se ne parli». Ok, ma fossero sei contro quattro a darvi contro ci starebbe pure, qui invece nove su dieci (conteggio in difetto) ne parlano sì e invariabilmente male, dunque è inevitabile ritenere che elaborata nel migliore dei modi la campagna non lo sia affatto.

D’altronde, per tornare a tempi più recenti, mi vengono pure in mente molti progetti ipotizzati e tante iniziative e opere turistiche realizzate la cui sostanza è talmente sconcertante, insensata, decontestuale, impattante e sconclusionata rispetto ai luoghi per i quali vengono pensate che, temo, le loro idee di fondo si ispirano agli stessi princìpi delle campagne citate: cose pensate male, realizzate peggio, sprecanti denaro pubblico e destinate ad un pressoché certo fallimento ovvero, quando va bene, a provocare tanto fumo e ben poco arrosto.

Proprio non ce la fanno – verrebbe da pensare – quelli che a svariato titolo nel corso degli anni si ritrovano a gestire l’immagine turistica dell’Italia. Ma perché? Per incompetenza, suprema superficialità, cialtronaggine, menefreghismo in puro stile tiriamo-la-fine-del-mese-che-tanto-lo-stipendio-ce-lo-pagano-comunque? Un bell’enigma, senza dubbio.

E se invece quest’ennesima campagna disgraziata, visti i pregressi (“Italia.it”, cui si riferisce l’immagine qui sopra,Open è solo uno dei tanti), non fosse “sbagliata” ma, a suo modo, fosse ciò che non potrebbe che essere? Ovvero, se pure “Open to meraviglia” rappresentasse per certi ambiti, nelle forme e nelle sostanze con le quali si palesa, la realtà di fatto istituzionale italiana e ne fosse del tutto coerente per come faccia concretamente pensare al termine “cialtroneria”? Il quale è quello che trovo più significativo al riguardo, appunto, e mi scuso verso chi ritenga di trovarlo irrispettoso ma veramente non riesco a evitarlo.

La mediocrità come normalità e come medietà italica, in buona sostanza, al punto da diventare ispirazione inesorabile quando si debba presentare, in modi vari ma al fondo similari, l’Italia al di fuori dei suoi confini. Un paese che, è ormai assodato, vive ancora troppo di e su conformismi, stereotipi, tradizionalismi oltre i quali non sa andare e forse non vuole andare, dei quali spesso si lamenta ma nei quali in fondo si crogiola. Nel frattempo però il mondo, il tempo e la vita vanno oltre, e chissà se si riuscirà ancora a riprenderli.