“Infodemia” (un altro virus assai pericoloso)

[Giacomo Borlone, “Danza Macabra”, Oratorio dei Disciplini a Clusone (Bergamo)1485. Fonte: https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=453474, CC BY-SA 3.0.]

Accanto alla possibile epidemia di Coronavirus ne esiste un’altra, infatti, che si è attivata e che si attiva ogniqualvolta si crea una crisi di fiducia dei cittadini nei confronti dell’informazione “ufficiale”, che proviene prima di tutto dalle istituzioni chiamate a gestire un’emergenza, ma che riguarda anche l’eterogenea galassia dei mezzi di informazione. Questa dinamica è definita infodemia, cioè la «circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili» (dai Neologismi del Vocabolario Treccani). In sintesi: i cittadini, attraverso i social media e ancor di più con strumenti di assai difficile tracciabilità esterna quali le piattaforme di instant messaging, come ad esempio WhatsApp, iniziano a scambiarsi informazioni che provengono dalle fonti più disparate. La sommatoria di tre dinamiche ‒ ossia 1) la sfiducia nei confronti delle istituzioni (Stato, Comuni, Regioni, Parlamento, politici in genere) e nei media, 2) la maggior fiducia nei confronti delle informazioni provenienti attraverso il passaparola, soprattutto se l’interlocutore è una persona all’interno delle proprie reti amicali e familiari; 3) la presenza di bias cognitivi nell’elaborazione dell’informazione da parte di qualsiasi essere umano, e in particolare quelli ‘di conferma’ (cioè la tendenza a fidarci maggiormente delle opinioni altrui quando assomigliano alle nostre o a ricordarci maggiormente le informazioni quando sono in linea con il nostro punto di vista) ‒ genera quell’impasto sostanzialmente inscalfibile che porta alle conseguenze a cui stiamo assistendo in questi giorni: mascherine introvabili, Amuchina in vendita a prezzi folli su Amazon, risse a sfondo xenofobo nei supermercati, solo per citare i casi più eclatanti. In una parola: il panico. […]

È un brano tratto da un ottimo articolo dello scorso 26 febbraio di “Atlante”, il magazine di Treccani, firmato da Dino Amenduni e intitolato L’infodemia e i tre conflitti che stanno favorendo l’ansia da Coronavirus, che vi invito caldamente a leggere per come metta in evidenza il livello di grande conflittualità culturale, con inevitabile ricaduta sociale (ovvero sociologica), che caratterizza il presente, particolarmente evidente proprio quando questioni di vasta portata e di intenso dibattito pubblico si palesano nella cronaca quotidiana. Una situazione tanto sconcertante quanto estremamente pericolosa che potrebbe essere mitigata e poi risolta attraverso «il lavoro sugli errori e sulle distorsioni di percezione, per quanto assolutamente fondamentale, richiede infatti anni e un massiccio investimento in educazione e media literacy» per citare nuovamente un passo dell’articolo. Ma esiste poi, nel nostro tempo e nelle nostre società, la volontà di operare efficacemente in tal senso? Oppure buona parte dell’influenza esercitata dai centri di potere contemporanei, di qualsiasi natura essi siano, deriva proprio dagli errori e dalle distorsioni di percezione sempre più funzionali ad essa?

È una domanda retorica, forse, ma che è indispensabile porsi e alla quale è necessario saper trovare una risposta buona e costruttiva. Per il bene di tutti, a prescindere da qualsivoglia virus – anzi, no, proprio per contrastare e annullare certi virus socioculturali, appunto, particolarmente pericolosi.

Per leggere l’articolo nella sua interezza cliccate sull’immagine in testa al post.

 

Consigli di lettura: Davide López, “Schegge di sapienza, frammenti di saggezza, e un po’ di follia”

Ovvero: di libri che non ho ancora letto ma so per certo – cioè per vari e giustificati motivi, anche senza averli ancora letti – che siano interessanti e importanti da conoscere subito. E che ovviamente leggerò presto.

Davide López, Schegge di sapienza, frammenti di saggezza, e un po’ di follia, Angelo Colla Editore, 2007.

Questa volta mi affido al consiglio di lettura di un amico di grande intelligenza, cultura e sensibilità, Giuseppe Ravera, che per questi tempi di epidemie più o meno virulente e più o meno deliranti suggerisce il libro di López, così scrivendone:

Psicoanalista talentuoso sino alla genialità definisce la società post-moderna “società di Gesù bambino”: il mondo in cui le diversità individuali sono annullate in modo nichilistico e distruttivo, e le responsabilità polverizzate sino all’annullamento. Una società dominata dalla gioia maligna di “tirare giù” chi aspira al cambiamento e alla propria realizzazione; una società nella quale gli individui sono prigionieri del circolo vizioso narcisismo-masochismo e concepiscono la volontà di potenza come prevaricazione.
Se vi sembra un giudizio eccessivo, pensate allo spettacolo di esibizionismo, di cialtroneria, di incompetenza non si sa se più arrogante o più presuntuosa ammannito in queste settimane da chi ha (avrebbe) la responsabilità di governo. Una ferita su cui giornali e televisioni in caccia di facile audience hanno versato ogni giorno il sale urticante della fine del mondo. Poteva andare diversamente nell’unico paese al mondo in cui il populismo sta sia al governo che all’opposizione?

Osservazione ineccepibile, insomma, che rende questo consiglio di lettura ancor più prezioso.
Cliccate sulla copertina del libro per saperne di più; qui invece potete leggere un’interessante intervista a Davide López riguardo il libro e i temi in esso trattati.

I vigliacchi

I vigliacchi devono avere il potere, altrimenti hanno paura.

[Foto di Jan Popłoński – tratta da “Ty i Ja monthly”, Warsaw May 1966, pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6586473.%5D
(Stanisław Jerzy Lec, Altri pensieri spettinati. Aforismi in margine a tovaglioli di carta, traduzione di Pietro Marchesani, Bompiani, Milano, 1999.)

Ecco condensata da Jerzy Lec, in una sola frase di poche ma perfette parole, buona parte della storia politica moderna e contemporanea. Già, perché è una storia che continua e, anzi, pare ancora più rafforzarsi nella sua sostanza – di circolo vizioso e tremendamente deleterio per la civiltà e per qualsiasi società che non vi si opponga in modo culturalmente fermo e solido.

L’infantilizzazione di massa

[Felice Casorati, “Tiro al bersaglio”, 1919.]

Il presente, questo presente, è spaventatissimo dall’idea che il futuro possa non essere identico a se stesso. E, quindi, esercita costantemente un controllo paternalistico su questo futuro, nella disperata speranza di addomesticarlo, di educarlo, di adattarlo a sé (attraverso gestionali e altri strumenti affini).
Questo presente tende a chiudersi preventivamente rispetto a – e a proteggersi da – l’imprevisto e l’imprevedibile.
A questo processo fa riscontro l’infantilizzazione di massa (ormai in atto da un quarantennio). Gli adulti vengono trasformati efficacemente – dalla politica, dallo spettacolo, dall’arte, dalla cultura, dalla moda, dal costume, dalla tecnologia – in “bambinoni”. Soggetti cioè la cui attenzione deve essere continuamente iperstimolata, privi di capacità di concentrazione, a cui vanno sottoposti messaggi sempre accuratamente semplificati e che sono preda di meraviglie e paure del tutto irrazionali, dunque soggetti che vanno sempre rassicurati, accuditi, protetti e controllati (per il loro bene, s’intende).

(Il sempre prezioso e illuminante – l’ho già detto di lui questo, e lo ribadisco convintamente – Christian Caliandro in Conquistando Luce, su “Artribune” il 11 novembre 2019 e su “Artribune Magazine” #51 di settembre/ottobre 2019; cliccate sull’immagine dell’opera di Casorati in testa al post per leggere l’articolo nella sua interezza. En passant, a proposito di “infantilizzazione di massa”, e dei suoi effetti tanto incompresi quanto deleteri, cliccate poi qui.)

E poi, i giorni della smemoratezza

[Foto di Monfocus da Pixabay.]
Comunque, passato anche per quest’anno il Giorno della Memoria, e passate tutte le commemorazioni nonché le strumentalizzazioni (in bene o in male) relative, resta forte in me l’impressione che a buona parte delle persone di questi pur fondamentali temi non interessi pressoché nulla. Tali giornate annuali di commemorazione “una tantum” vengono e passano in modo ormai automatico – e anch’io al riguardo, in senso generale, ho espresso più volte il mio scetticismo – ma i temi, le realtà della storia, le verità, la memoria restano sempre: se vengono trascurate o ignorate non è certo colpa di ciò che tramandano ma di chi non vuole tramandare, per scelta consapevole o per mera ignavia intellettuale.

Troppe persone di fonte a tali temi di valore imperituro fanno spallucce, non li sentono roba loro, li credono parte di un passato ormai lontano, si dicono «ok, ma io che c’entro?» girandosi dalla parte opposta, tutt’al più pubblicando il copia/incolla d’una bella frase al riguardo sui social (il che è già qualcosa, rispetto al menefreghismo assoluto di tanti, ma denota quanto sia deprimente la situazione) e così sentendosi sgravati dal dovere d’attenzione e di riflessione, agevolati in tutto ciò dal degrado culturale diffuso in una società sempre più incapace di fare i conti con la storia – passata e recente – e dalla virtualizzazione ormai totale (e totalitaria) che i media, web e no, fanno di quasi tutta la realtà, che fa svanire e cancella la memoria così come rapidamente svaniscono e si cancellano i post sui social, nascosti da nuovi contenuti – sovente ben più vacui e non di rado deliberatamente, temo – che a loro volta durano lo spazio d’una lettura superficiale e poi subiscono la stessa sorte. Tuttavia, ribadisco, la memoria storica è sempre lì, non si cancella: è la mente di chi non la coglie più a cancellarsi, inesorabilmente.

Fanno spallucce, in troppi, incapaci di comprendere che questo loro comportamento è perfettamente complice e funzionale al male che i temi di fondo di circostanze come il Giorno del Ricordo (a prescindere dalla sua mera cadenza annuale) cercano di mantenere vividi e comprensibili, che il loro sostanziale disinteresse è l’ambiente mentale ideale per consentire a quel male di potersi ripresentare, e di poterlo fare molto prima di quanto si possa credere.

Così, quelli che pensano e credono di non c’entrare nulla e che i cattivi sono sempre gli altri, in verità sono i primi ad esserlo, i primi a farsi complici di tutto ciò. E (quasi) nessuno, me compreso, può sentirsi esente da tale evidenza.