Sabato 8 novembre, a Milano per il “Premio Meroni” a Giovanni Baccolo

Sarà veramente un enorme piacere per me ritornare a Milano, sabato 8 novembre prossimo, per la premiazione dei vincitori della XVII edizione del Premio Marcello Meroni, e di farlo da proponente, insieme alla cara amica Annamaria Gremmo (già vincitrice nel 2023), del candidato nominato vincitore del premio per la sezione “cultura”: Giovanni Baccolo. Scienziato, docente e ricercatore con notevoli esperienze nello studio dei ghiacciai, dell’ambiente e dei climi alpini e montani, autore di due libri e di decine di pubblicazioni su riviste internazionali nonostante l’ancora giovane età, ma pure in quanto grande appassionato di montagne e natura, Giovanni possiede la rara dote di rendere comprensibili e avvincenti a chiunque temi scientifici sovente complessi, in ciò rappresentando un divulgatore culturale di eccezionale valore nonché un prezioso educatore alla conoscenza e alla sensibilità verso i territori montani e i loro ambienti meravigliosi e fragili. Doti la cui importanza diffusa – non solo tra i frequentatori delle montagne – è inutile rimarcare, posta la complessità della crisi climatica in divenire e di contro la consapevolezza per molti versi ancora carente nei riguardi di un tema così fondamentale per il nostro futuro.

[Giovanni in missione nel nord della Groenlandia, agosto 2022.]
Anche per questi motivi sono felice che la giuria del Premio Meroni abbia deciso di accettare la candidatura mia e di Annamaria Gremmo decretando Giovanni Baccolo vincitore. È un premio quanto mai meritato e assolutamente significativo che riconosce tanto il valore scientifico e culturale quanto quello umano di Giovanni. E per “induzione” anche il valore ambientale (e non di meno culturale, a loro volta) dei ghiacciai delle nostre montagne, così messi a dura prova dal riscaldamento globale.

Il Premio Marcello Meroni, a ricordo e testimonianza dello stile, delle passioni e degli interessi di Marcello Meroni, è organizzato dalla Scuola di Alpinismo e Scialpinismo “Silvio Saglio” della Sezione SEM del CAI e dalla Scuola Regionale Lombarda di Alpinismo ed è dedicato a persone “eccezionalmente normali” che si sono contraddistinte per aver portato a termine iniziative di puro volontariato legate alla montagna e caratterizzate da originalità, valenza sociale, dedizione e meriti etici e culturali.

Il premio ha il patrocinio del Club Alpino Italiano, del Comune di Milano, di ARCUS dell’Università Statale di Milano e dell’Università della Montagna UNIMONT.

Dunque siete tutti invitati a Milano, sabato 8 novembre dalle ore 9,15 presso la Sala Alessi di Palazzo Marino, in Piazza della Scala, per la presentazione aperta al pubblico e gratuita che sarà condotta da Luca Calvi, altra figura assai nota del mondo della montagna italiana. Ogni altra informazione utile sull’evento la potete trovare nella locandina lì sopra pubblicata.

Ovviamente, se sarete presenti, fatevi riconoscere!

Un unico comprensorio sciistico tra Bormio, Livigno e la Valfurva? Ok, parliamone un po’…

P.S. – Pre Scriptum: vi avviso, è un post parecchio lungo, ma anche necessariamente lungo. Se lo leggerete capirete perché lo sia.

[Veduta della conca di Bormio verso nord, in pratica verso la zona di Livigno, da Cima Bianca, punto più elevato degli impianti bormini. Immagine tratta da www.travellingwithvalentina.com.]
Il 29 settembre scorso è stato presentato lo “Studio Strategico Territoriale” riguardante l’area del Lario, della Valtellina e della Valchiavenna, realizzato dalla European House Ambrosetti e richiesto da Confindustria Lecco e Sondrio e Confindustria Como; ne vedete la copertina qui sotto. Uno studio, molto interessante e ricco di passaggi apprezzabili, che presenta lo stato di fatto dell’area in questione – tra le più significative delle Alpi italiane – sotto diversi punti di vista nonché le azioni prioritarie e i progetti-guida per realizzare scenari strategici innovativi, anche alla luce degli imminenti Giochi Olimpici invernali di Milano-Cortina 2026.

[Cliccate sull’immagine per leggere e scaricare lo Studio in formato pdf.]
Detto ciò, nel leggere i resoconti della presentazione sulla stampa (questo, ad esempio), un passaggio ha subitamente e inevitabilmente attirato la mia attenzione più di altri: quello relativo alla proposta di realizzare «un unico comprensorio sciistico in Valtellina interconnesso e di livello internazionale». Ho dunque recuperato lo Studio Strategico Territoriale: la proposta in questione è la 5B (a pagina 179), il cui titolo è “Portare alla piena realizzazione del progetto di integrare gli impianti sciistici dell’Alta Valtellina in un unico comprensorio sciistico interconnesso e di livello internazionale”. Di seguito il testo della proposta:

L’Alta Valtellina, già meta turistica di prestigio, necessita di rafforzare la propria competitività rispetto ai grandi comprensori alpini europei attraverso un progetto di integrazione degli impianti sciistici. L’obiettivo è creare un unico comprensorio interconnesso che colleghi Livigno, Bormio, Santa Caterina Valfurva e Cima Piazzi – San Colombano, ampliando l’area sciabile dagli attuali 200 km a circa 315 km di piste, grazie alla realizzazione di 10 nuovi impianti. Questo intervento consentirebbe di attrarre un turismo internazionale di fascia medio-alta, aumentare la permanenza media dei visitatori e destagionalizzare l’offerta con attività estive come escursionismo e mountain bike.
Il progetto, che potrebbe essere lanciato in occasione delle Olimpiadi Invernali 2026 e consolidato per i Giochi Olimpici Giovanili 2028, rappresenterebbe una legacy duratura per il territorio. Oltre a migliorare la mobilità interna e favorire l’uso sostenibile degli impianti tutto l’anno, l’iniziativa rafforzerebbe la resilienza del turismo locale rispetto al cambiamento climatico, grazie alle quote elevate delle stazioni sciistiche valtellinesi. A medio-lungo termine, sono previste ulteriori opportunità di collegamento con aree svizzere (Saint Moritz e Splügen) e investimenti in ricettività, soprattutto in Valdidentro, per accogliere i flussi turistici attesi e consolidare l’Alta Valtellina come polo internazionale dello sport e del turismo alpino.

La proposta viene poi sviluppata in diverse altre parti dello Studio, che ho analizzato. In buona sostanza, rilancia l’idea già ventilata da tempo di creare il suddetto comprensorio sciistico unico, che qualcuno vorrebbe addirittura ampliare alla Valle Camonica con il collegamento agli impianti del comprensorio “Adamello Ski” attraverso il Passo del Gavia. Nello Studio la proposta è sì sviluppata seppur in chiave ipotetica, ma comunque contiene numerosi passaggi che trovo discutibili se non del tutto errati, il che la rende piuttosto significativa della visione di sviluppo dei territori montani che sovente viene presentata da soggetti di natura economica: una visione parecchio superficiale, decontestuale e a volte alienata (e alienante) rispetto ai territori stessi.

[Veduta del comprensorio sciistico di Bormio, tratta da facebook.com/bormioski.]
Analizzo di seguito alcuni dei passaggi più “interessanti” dello Studio.

A pagina 180: «L’iniziativa per integrare gli impianti sciistici dell’Alta Valtellina si propone di raggiungere obiettivi di ampio respiro, quali: lo sviluppo economico integrato, mirato non solo a incrementare il turismo invernale ma anche a destagionalizzare l’offerta turistica, generando così maggiori ricadute economiche per le imprese locali. L’aumento della competitività, attraverso la creazione di un comprensorio sciistico di rilevanza nazionale e internazionale, in grado di attrarre un pubblico più ampio grazie a un’offerta coordinata e di alto livello.» Al netto della bontà o meno delle motivazioni qui addotte per sostenere la proposta, si tratta della riproposizione delle solite cose che in tali circostanze vengono citate, compresi alcune locuzioni ormai di moda come «destagionalizzare l’offerta turistica», che ancora nessuno ha capito cosa voglia veramente dire se non, tempo, semplicemente il riproporre il modello turistico massivo invernale anche nel resto dell’anno. Inoltre è evidente che tale proposta mantenga preponderante l’offerta turistica sciistica – anche perché è ovvio che non tutti gli impianti di risalita al servizio dei comprensori sciistici invernali possono garantire una fruibilità anche quando la neve non c’è più – e quindi non è per nulla chiaro come si possa parlare di «obiettivi di ampio respiro» e «sviluppo economico integrato»: integrando ogni cosa locale con l’economia prettamente sciistica, forse, ma così rendendo il territorio ancor più “ostaggio” di essa e delle sue dinamiche. E, visto che si parla di “sviluppo economico integrato”, un reale «aumento della competitività» territoriale è conseguibile solo con un progetto organico rispetto a ogni economia locale, non soltanto di quella legata al turismo che ovviamente godrà di «maggiori ricadute economiche»: già, ma le altre attività? Che fine faranno?

Sempre a pagina 180: «La promozione della sostenibilità, che si traduce nella possibilità di ottimizzare l’uso delle risorse naturali e migliorare la gestione del territorio attraverso un approccio integrato.» Eccola qui l’altrettanto immancabile parolina magica, “sostenibilità”! Che l’infrastrutturazione sciistica possa «ottimizzare l’uso delle risorse naturali e migliorare la gestione del territorio attraverso un approccio integrato» è ormai qualcosa a cui non crede più nessuno che non sia coinvolto per propri interessi nell’industria dello sci – il che non significa che non sia possibile, ma che non c’è (a parte rari casi) l’interesse nei gestori dei comprensori a perseguire tale fine, sovente in contrasto con gli scopi di efficienza turistico-commerciale dei comprensori stessi. Come rimarco spesso, ormai per rendere “sostenibili” certi progetti basta scrivere da qualche parte nella loro presentazione che sono sostenibili. Se lo siano veramente e come facciano a esserlo veramente, al solito, non è dato sapersi.

A pagina 181: «L’obiettivo è quello di completare i collegamenti degli impianti sciistici dell’Alta Valtellina, riunendo in un unico comprensorio territoriale le ski aree di Bormio, Santa Caterina Valfurva, Cima Piazzi – San Colombano e Livigno. Tale intervento, oltre a generare un ampliamento significativo dell’area sciabile, renderebbe la zona competitiva rispetto ad altre destinazioni del Nord Italia o del Centro Europa, promuovendo al contempo un utilizzo della valle per tutto l’anno. In inverno, l’offerta si concentrerebbe su sci e sport outdoor, mentre in estate verrebbero incentivate attività quali mountain bike ed escursionismo. Inoltre, gli impianti di risalita non solo faciliterebbero lo spostamento di turisti e residenti tra le diverse aree, anche su terreni complessi, ma rappresenterebbero uno strumento di mobilità sostenibile durante tutto l’anno.» Tutte cose interessanti tanto quanto piuttosto aleatorie ovvero discutibili. Sulla competitività effettiva di un tale comprensorio ci torno più avanti; inquieta invece da subito l’idea esposta che i nuovi impianti di risalita incentiverebbero l’attività escursionistica: ma questa non si fa camminando, piuttosto di fruire di seggiovie e funivie? Tuttavia, inutile rimarcarlo, è vero che un certo tipo di turismo massificato che alla montagna autentica è molto poco interessato fruisce volentieri degli impianti di risalita, con le conseguenze che già da tempo si registrano un po’ ovunque sulle montagne, non ultima quella dell’iperturismo. Ma che visione del turismo montano è, questa? Inoltre mi sembra altrettanto fantasioso che «gli impianti di risalita non solo faciliterebbero lo spostamento di turisti e residenti tra le diverse aree, anche su terreni complessi, ma rappresenterebbero uno strumento di mobilità sostenibile durante tutto l’anno»: cosa potenzialmente vera ma già smentita dall’esempio delle Dolomiti, eppoi quanto impiegherebbe un turista per andare da Bormio a Livigno usufruendo degli impianti invece che della propria auto? Il doppio del tempo, o il triplo? Certo non avrebbe il problema di trovare parcheggio, ma resterebbe vincolato all’orario di apertura degli impianti e/o al loro esercizio: se piove? Se c’è vento forte? Se c’è nebbia, chi ci va in funivia ad ammirare il nulla? Insomma: l’idea è bella, ribadisco, ma ad oggi sostanzialmente astratta. Altra cosa critica è il collegamento tra Bormio e Santa Caterina Valfurva, che avverrebbe quasi totalmente negli ambiti territoriali protetti del Parco Nazionale dello Stelvio e dalle conseguenti normative vigenti: come la mettiamo al riguardo? Probabilmente è il caso di ricordare che proprio a Santa Caterina per i Mondiali di sci del 2005 venne realizzata una nuova pista in area tutelata del Parco, dunque dove non si poteva fare nulla di ciò, e per questo l’Italia è stata messa in mora dall’UE per la distruzione di un sito di importanza comunitaria, oltre ad aver subito numerosi esposti e ricorsi alla giustizia penale e amministrativa. Detto francamente, chi ha redatto lo Studio o ha la memoria corta oppure dimostra di non aver imparato nulla dagli errori del passato.

Ancora a pagina 181: «Guardando al medio-lungo termine, il progetto apre la strada a ulteriori sviluppi sul fronte infrastrutturale e ricettivo, tra cui: l’eventuale connessione in Valmalenco degli impianti del Valmalenco Bernina Ski Resort a Chiesa in Valmalenco con la ski area di Saint Moritz,

attraversando il ghiacciaio dello Scerscen e arrivando ai piedi del Piz Corvatsch e a Sils Maria; l’eventuale collegamento tra le aree sciabili di Splugen (Svizzera) e Madesimo, con l’obiettivo di arricchire l’offerta turistica e incrementare gli scambi tra la Regione Viamala elvetica e la Valle Spluga italiana.» Qui lo Studio, pur serioso e ben articolato, francamente si fa fantascientifico se non grottesco. Gli “ulteriori sviluppi” indicati, altrettante idee vecchie come il cucco e già cassate da tempo salvo che da certi soggetti un po’ confusi (ovvero parecchio ipocriti), sono semplicemente impossibili: per ragioni tecniche, geografiche e geologiche, ambientali, paesaggistiche, economiche, finanziarie. Il loro inserimento nello Studio, spiace dirlo, gli fa perdere un po’ di credibilità.

[La valle di Livigno e i suoi versanti sciistici. Immagine tratta da facebook.com/Livigno.]
A pagina 182: «Si prevede la creazione di un grande comprensorio sciistico nell’Alta Valtellina, in grado di competere con comprensori di eccellenza come la Via Lattea-Sestriere e Cervinia-Zermatt in Italia, Les 3 Vallèes in Francia o Ski Alberg in Austria. In particolare, si prevede la realizzazione di 10 nuovi impianti che permetterebbero di collegare tutte le stazioni dell’Alta Valle, ampliando l’area sciabile di ulteriori 115 km, da sommare ai 200 km già esistenti, per trasformarsi in un comprensorio sciistico dotato di una ski area di 315 km.» Ecco, a proposito di competitività del previsto nuovo comprensorio: certo 315 km di piste sono tanti, ma la Via Lattea ha già oggi un totale di 400 km di piste e, con il recente ampliamento che include Bardonecchia, l’offerta si avvicina a 500 km di piste totali; Cervinia Zermatt ne hanno 360 km; Les 3 Vallèes ben 600 km e il comprensorio dell’Arlberg 305 km. A parte quest’ultimo, il nuovo comprensorio valtellinese sarebbe comunque più piccolo degli altri citati e di ulteriori presenti sulle Alpi: ad esempio il comprensorio franco-svizzero Le Portes du Soleil che ha 650 km di piste – ma non si può non citare pure il Dolomiti Superski con i suoi 1200 km di piste accessibili con un unico skipass. In ogni caso, al netto dei meri dati numerici – che sembrano quelli di una competizione a chi ce l’ha più grosso (il comprensorio sciistico) buona per il marketing più spregiudicato ma non per tutto il resto – il nuovo comprensorio, pur di estensione importante, non sembra dunque così tanto concorrenziale rispetto agli altri. Inoltre, si dovrebbero realizzare ben 10 nuovi impianti, quindi con un costo di svariate decine di milioni di Euro dovendo essere tutti di dimensioni e portate medio-alte (non dei semplici skilift, insomma): quanto ciò si riverbererà sul costo finale dello skipass per gli utenti del comprensorio? Quando dovranno sborsare per sciarci? Ne Les 3 Vallèes ad esempio il costo dello skipass giornaliero è di 74 Euro a persona, 60 per i bambini: sono cifre sostenibili anche nel comprensorio valtellinese? In quanti potranno permettersi di sciarci più di una o due volte a stagione? Oppure nella proposta è sottintesa la volontà di rendere il comprensorio parte di un’offerta turistica di lusso destinata solo a sciatori particolarmente benestanti (per la gran parte stranieri), con tutte le numerose conseguenze assai discutibili di una tale circostanza per la pratica “popolare” dello sci e per le sue ricadute concrete e benefiche per le comunità dei territori interessati?

Pagine 182/183: «Tale integrazione non solo aumenterebbe l’attrattività del comprensorio per sciatori internazionali, ma ridurrebbe anche l’esposizione agli impatti del cambiamento climatico, considerando che gli stabilimenti dell’Alta Valtellina si situano a quote superiori rispetto ad altri comprensori del Nord Italia (Livigno a 1.800 metri, Santa Caterina a 1.700 metri e Bormio oltre 3.000 metri). Inoltre, i collegamenti tra gli impianti favorirebbero la creazione di nuove piste, ad esempio dal Mottolino alla Valdidentro, con benefici anche per la fruizione delle aree durante i mesi estivi.» Qui ci sono informazioni palesemente errate. Livigno e Santa Caterina hanno buona parte delle loro piste oltre i 2000 metri, la quota ormai considerata il limite al di sotto del quale nel prossimo futuro la pratica dello sci non potrà più essere garantita in forza della crisi climatica in corso, il resto del comprensorio tra Bormio e Valdidentro invece no, anzi. A Bormio si scende a 1200 metri e già da tempo sulle piste basse del comprensorio si fatica ad assicurare pure la copertura della neve artificiale; tutta questa parte del comprensorio sarebbe posta sotto i fatidici 2000 metri di quota, dunque come si crede di poter realmente «ridurre l’esposizione agli impatti del cambiamento climatico»? Il rischio concreto è quello di avere un comprensorio unico a parole ma diviso nei fatti: un po’ che sciano sul lato Valfurva, un po’ su quello di Livigno e in mezzo assenza di neve e/o di condizioni accettabili per sciare. Nemmeno sparando neve artificiale a spron battuto si potrebbe assicurare la continuità sciistica se non per una manciata di giorni a stagione, ma se poi così fosse la decantata «promozione della sostenibilità, che si traduce nella possibilità di ottimizzare l’uso delle risorse naturali» (vedi il brano di pagina 180 precedentemente analizzato) che fine farebbe?

[Gli impianti di Santa Caterina Valfurva. Immagine tratta da facebook.com/SantaCaterinaValfurva.]
Insomma, capirete bene che, per quanto riguarda la proposta del comprensorio sciistico Livigno-Valdidentro-Bormio-Valfurva, lo “Studio Strategico Territoriale” appare piuttosto superficiale, forzato, a volte campato per aria e, come ribadisco, fin troppo legato a una visione turistica dei territori montani di matrice economico-consumistica, con obiettivi meramente commerciali. Una visione ormai obsoleta e del tutto inadeguata già alla realtà presente e ancor più a quella prossimo-futura delle nostre montagne: per molti aspetti insostenibile, in breve. Peraltro, è molto interessante rimarcare come un altro soggetto puramente economico – anzi, tale par excellence – come la Banca d’Italia, nel proprio report del dicembre 2022 dal titolo “Climate change and winter tourism: evidence from Italy” rimarcava che «Sulla base delle principali proiezioni metereologiche disponibili, nei prossimi anni il cambiamento climatico avrà effetti rilevanti sui passaggi ai comprensori sciistici e sui pernottamenti presso le località alpine, soprattutto alle altitudini più basse. L’innevamento artificiale non sarà sufficiente a sostenere i flussi turistici.» Considerazioni alquanto antitetiche, insomma, a quelle che si leggono tra le righe dello Studio della European House Ambrosetti qui da me sviscerato.

Anzi, giusto a proposito di ecologia, ambiente, clima – tutti fattori che qualsiasi studio strategico che analizzi la realtà presente e futura dei territori montani deve inevitabilmente affrontare e integrare nelle proprie disquisizioni -, ho provato a cercare nello Studio sull’area del Lario, della Valtellina e della Valchiavenna alcune parole e locuzioni di uso comune e necessario al riguardo, per verificarne la presenza:

  • “Crisi climatica”: mai citata.
  • “Cambiamento climatico: citata 4 volte (un po’ poche in 196 pagine!).
  • “Cambiamenti climatici”: citata 1 sola volta.
  • “Riscaldamento globale”: mai citata.
  • “Salvaguardia ambientale”, “tutela ambientale”, “difesa ambientale”: mai citate.
  • “Ecologia”: mai citata.
  • “Paesaggio”: citata solo 2 volte.
  • “Ambiente naturale”: citata 1 sola volta…

…eccetera. Non credo serva continuare ancora: avete capito la “affinità” dello Studio con le tematiche legate al clima e all’ambiente. Cosa estremamente emblematica, converrete.

[Ski-map complessiva della zona tra la Valfurva, Bormio e Livigno, con i quattro comprensori coinvolti nel progetto di unione. Cliccateci sopra per ingrandirla.]
Bene: mi pare che con questo studio si ricada per l’ennesima volta nella maledetta contrapposizione economia-ecologia, due parole dall’origine comune e dal significato complementare ma con la prima che puntualmente, nella nostra era moderna e contemporanea, soffoca la seconda negando qualsiasi possibile e opportuno equilibrio. Quando domina l’idea “economica” – nel senso materiale qui inteso – la montagna viene esclusivamente messa a rendita senza alcuna cura e attenzione verso il territorio, il suo ambiente e il paesaggio che lo contraddistingue, in un ottica prettamente consumistica (la montagna vale solo per quanto può rendere), mentre l’ecologia – attenzione, non il mero ambientalismo ma l’ecologia intesa nel suo significato più pieno e ampio – e gli aspetti ad essa affini sembrano rappresentare un fastidio, un impiccio, qualcosa verso cui bisogna fingere un po’ di interesse ma nel concreto da mettere da parte prima possibile.

Be’, io credo che, dal punto di vista dell’economia turistica, con tale visione che percepisco nello Studio – già accennata e “denunciata” all’inizio di questo mio testo – le nostre montagne non vadano molto lontano, anzi, rischino concretamente di ritrovarsi prima di nuovo illuse e poi concretamente defraudate delle proprie specificità, delle possibilità e del proprio futuro. Alle montagne serve una visione molto più ampia, obiettiva, strutturata, organica e consapevole, che faccia del loro sviluppo non solo uno strumento di progresso economico ma soprattutto ecologico, culturale, sociale, comunitario – la comunità al centro: ecco un’altra assenza fondamentale nello Studio! –, politico, civico, ambientale. Mi sembra che ancora cioè nemmeno questa volta ci siamo, purtroppo.

 

Conservare sempre la memoria del Lago Bianco

Ogni volta che ammiro un’immagine del Lago Bianco al Passo di Gavia* in tutta la sua bellezza potente e insieme delicata, primigenia, ancestrale, un brivido doppio mi scuote la mente e l’animo. L’uno, per quanta bellezza vi sia in certi luoghi, appunto, e per come siamo fortunati a poterne godere; l’altro, al pensiero che tutta questa meraviglia alpestre ha corso il rischio di essere distrutta con quello scellerato progetto di captazione delle acque del lago per alimentare i cannoni delle piste di Santa Caterina Valfurva. Un vero e proprio misfatto, fortunatamente sventato, ma della cui vicenda è fondamentale mantenere la memoria e l’esperienza conseguente.

Ma come è possibile, porca d’una miseria, che ci siano persone – alcuni montanari del posto, per giunta – che abbiano potuto accettare di danneggiare pesantemente un luogo così bello e di insuperabile valenza naturalistica solamente a scopo di lucro, per alimentare i propri affarismi senza nessuna attenzione e sensibilità verso il Lago e il suo paesaggio, un patrimonio di tutti trattato come una proprietà di pochi?

Come si può considerare un comportamento del genere, se non il frutto del più scriteriato egoismo ovvero di una devianza mentale parecchio grave? O viceversa dobbiamo ammettere di poterlo considerare un comportamento “normale”?

Mi auguro proprio di no, ed è anche per questo che custodire la memoria e conservare l’esperienza riguardo ciò che è accaduto al Lago Bianco è così importante, per qualsiasi autentico appassionato della montagna e per ogni persona di buon senso.

*: come quelle recenti che ha realizzato l’amico Fabio Sandrini, capace come sempre di cogliere e narrare con il proprio obiettivo fotografico la bellezza di questi luoghi e degli altri che immortala – l’immagine in testa al post lo dimostra bene.

L’angolo del buonumore (ovvero: a passi lunghi e ben distesi verso il disastro olimpico #5)

Ve lo assicuro, vorrei scrivere ben più spesso di cose belle che si fanno in montagna, e ce ne sarebbero molte da raccontare, ma come si può stare zitti di fronte ai tanti, troppi progetti palesemente sbagliati e per ciò distruttivi che così spesso vengono imposti alle nostre montagne?

Scusatemi ma io non ci riesco proprio.

Tuttavia, almeno per una volta, dedico un post a qualcosa che fa parecchio ridere. Ci vuole un po’ di buonumore, ogni tanto. Forse.

Da “La Provincia-Unica TV“:

Da “Milano Finanza“:

Ecco. 🤣😨😒

“Chi se ne importa delle montagne, l’importante è fare profitti!”

[Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo corrispondente.]
Ciò che inquieta maggiormente nelle vicende come quella del sequestro per illeciti vari del cantiere della pista di Livigno destinata a ospitare delle gare di Coppa del Mondo di sci il prossimo dicembre (ma pure il caso della cabinovia Apollonio-Socrepes a Cortina o quello del Lago Bianco al Passo di Gavia, delle gare di sci sul ghiacciaio tra Cervinia e Zermatt per non dire delle opere olimpiche, per citarne alcune altre tra le tante) non è solo e, per certi versi, nemmeno tanto l’opera o le opere in quanto tali, il loro impatto ambientale, le modalità con cui vengono eseguite, ma è la sconcertante superficialità e l’incuria, per non dire il menefreghismo, verso i luoghi e i paesaggi che emergono da tali vicende, così ben manifestata dai gravi illeciti amministrativi e ambientali riscontrati nel cantiere di Livigno.

«Chi se ne importa cosa facciamo alle montagne, l’importante è ricavarci dei bei tornaconti!» Ecco, sembra questo il principio fondamentale che guida la gestione dei cantieri suddetti. Le valutazioni sull’impatto ambientale? Bah, chi se ne frega! La gestione dei rifiuti di cantiere? Non abbiamo tempo da perdere! L’attenzione verso l’integrità paesaggistica e naturale delle zone coinvolte nelle opere? Stupidaggini, che sarà mai per “qualche” albero o prato in meno o per un po’ di cemento e asfalto in più?!

Avete presente il noto esempio dell’elefante nella cristalleria? Ecco, qui l’elefante è proprio il gestore della cristalleria che si arroga la libertà di fare ciò che vuole alla faccia del buon senso e, cosa anche più grave, delle leggi vigenti. Già.

Be’, a me pare che da tutto ciò traspaia un atteggiamento e una considerazione verso i territori montani e riguardo ciò che rappresentano – paesaggisticamente, culturalmente, ambientalmente, socialmente, identitariamente, eccetera – a dir poco pericolosi, una supponente predisposizione al profitto ad ogni costo nonché una palese alienazione nei confronti delle montagne abitate e, malauguratamente, amministrate. Chissà, forse pure una presunzione di intoccabilità, per come spesso dietro cantieri del genere si muovano e si intreccino interessi di varia natura e ben consolidati.

Ribadisco: qui è il problema non è più soltanto cosa si sta facendo e come lo si fa, ma pure con quale “diritto” in verità illegittimo lo si fa. Cioè con quale prepotenza e arroganza, nei riguardi delle montagne.

Poi spesso succede che le cose in qualche modo vengono “sistemate”, le opere ultimate, la distruzione dei versanti montani ben occultata, la gente se ne dimentica e la giostra può ricominciare a girare. Fino a che quelle montagne così pesantemente oltraggiate inevitabilmente presenteranno il conto in modi più o meno pesanti e tutti si chiederanno sgomenti come è stato possibile che sia successo. Ma è “catastrofismo” questo, certo.

Va bene così? È una situazione che possiamo accettare senza batter ciglio?

Chiedo, eh… ma non per un amico, per le nostre montagne!