Giochi (Olimpici) pericolosi, il 19/11 a Milano

Qualche settimana fa qui sul blog denotai come il vivere nel mezzo del territorio  nel quale si svolgeranno le prossime Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026 mi stia dando l’opportunità di vivere lo sviluppo dell’evento da dentro e non da spettatore forestiero come ad esempio avvenne per “Torino 2006”, e così di rendermi conto direttamente del perché altre importanti località alpine come Innsbruck, Sion, i Grigioni e Monaco di Baviera abbiano rifiutato la possibile candidatura a città ospitanti, ovvero di capacitarmi di cosa materialmente siano, oggi, un evento come le Olimpiadi: un buonissimo motivo regalato a amministratori locali ben poco illuminati per cementificare i territori montani in modi che senza la “giustificazione olimpica” non sarebbero stati possibili.

Ovviamente il problema non sarebbe l’Olimpiade in sé, non è l’evento e non il corpus di possibilità virtuose che potrebbe effettivamente offrire per i territori coinvolti ma è la gestione dell’evento, la competenza di chi ne sia responsabile e, ovviamente, le mire materiali che si intendono perseguire nonché la loro logica, la coerenza e la contestualità rispetto ai territori coinvolti. Le città e le regioni alpine sopra citate evidentemente hanno ritenuto che i giochi (invernali) non valessero la candela; Milano e Cortina invece sì.

Sabato 19, all’Università Statale di Milano, Off Topic Lab ha organizzato sul tema la giornata la cui locandina vedete lì sopra, con un parterre di relatori ampio e multidisciplinare, veramente interessante. Per chi potrà andarci, credo sarà un’ottima occasione per capire meglio la questione e formarsi un’opinione oggettiva e consapevole. Per saperne di più cliccate sull’immagine in testa al post mentre qui trovate l’elenco dettagliato degli interventi previsti.

Il «turismo selvaggio», ancora

Michele Comi, qualche giorno fa sulla sua pagina Facebook, ha dedicato un prezioso e necessario ricordo a Antonio Cederna – personaggio tanto grande quanto poco rimembrato dai più – riproducendo un suo articolo del 1975 che fin dal titolo pare scritto oggi in riferimento all’attualità. Già, «le strade inutili del turismo selvaggio»: siamo ancora fermi lì, a quei modelli di presunto “sviluppo” dei territori montani che, nel mezzo secolo passato da allora, si sono rivelati totalmente fallimentari (lo erano già al tempo, ma l’esperienza storica al riguardo rendeva meno visibile tale verità) e oltre modo rovinosi per quelle comunità alpine a cui sono stati imposti, ma che una politica altrettanto fallimentare sia nel pensiero e sia nell’azione ma non nella spregiudicata volontà di accaparrarsi interessi particolari continua a perseguire e imporre, costruendosi intorno le circostanze ideali – un tempo la “valorizzazione agricola” citata da Cederna, oggi le Olimpiadi invernali del 2026, ad esempio – per continuare il proprio assalto alla montagna – e di nuovo la Valtellina è un territorio del tutto emblematico al riguardo.

Dopo mezzo secolo, insomma, e nonostante nel frattempo il mondo sia radicalmente cambiato – a volte in peggio, come dal punto di vista climatico – regna ancora la «speculazione di pochi privati perpetrata con soldi pubblici» ovvero dominano e si impongono paradigmi politici la cui tragica obsolescenza non solo non sviluppa le montagne, come i loro promotori sostengono, ma ne deprime le reali potenzialità socioeconomiche e ne affossa il futuro, oltre a degradare inesorabilmente l’ambiente naturale. Non si è ascoltato nessuno di chi già decenni fa aveva capito come sarebbero andate le cose, non si è imparato nulla dai tanti, troppi errori commessi, non si vogliono aprire gli occhi, guardarsi intorno, comprendere la realtà dei fatti, vedere e pensare al futuro. Niente di tutto ciò.

[50 anni trascorsi e nulla è cambiato, appunto. Immagine tratta da qui.]
Ripeto la solita domanda: è questa la montagna che vogliamo? È giusto lasciare il suo destino nelle mani di certi amministratori pubblici, dei loro sodali, e in balìa dei loro progetti speculativi? Così facendo siamo proprio sicuri che il futuro dei territori di montagna e delle comunità che li abitano sarà il migliore più proficuo possibile?

Rispondiamoci, e senza perdere troppo tempo. Non ce ne resta tanto, ormai.

P.S.: uno dei pochi a essersi ricordato di Antonio Cederna, lo scorso anno in particolare, nei 25 anni dalla scomparsa, è stato Gian Antonio Stella con questo articolo sul “Corriere della Sera”. Ringrazio Giuseppe Mendicino che lo ha recuperato e pubblicato sui social.

Nel frattempo, in Valle Camonica…

[Tratto da sciaremag.com, 30/06/2022.]
EVVIVA! Stanziati altri tot milioni di Euro per nuovi impianti sciistici, per l’innevamento artificiale, per il turismo sciistico! Evitiamo lo spopolamento, sviluppiamo l’economia montana, aiutiamo i paesi delle valli alpine e i loro residenti! Salviamo le montagne, sììììììì!!!

[Tratto da “BresciaOggi”, 16 ottobre 2022.]
N.B.: si veda anche cosa scrivevo qui e anche qui, al riguardo.

Buon senso vs dissennatezza, a Sarnano-Sassotetto

[Immagine tratta da www.iluoghidelsilenzio.it.]
Già lo scorso 29 aprile vi avevo scritto le mie considerazioni nei riguardi del progetto di rilancio della località sciistica di Sarnano-Sassotetto, sul versante maceratese dei Monti Sibillini: un progetto talmente scriteriato da apparire quasi grottesco ma che d’altro canto dimostra che quella sconcertante incultura politica mirata alla gestione turistica dei territori montani di cui spesso tocca denunciare le dissennate iniziative non è confinata alle Alpi ma “deborda” pure verso il crinale appenninico. Stessa forma mentis (innanzi tutto politica, ribadisco) e identico modus operandi per danni inevitabilmente similari inflitti ai territori sottoposti a tali progetti, ai loro paesaggi e alle comunità che li vivono. Purtroppo l’involuzione turistica (e culturale) dell’industria dello sci non conosce confini montani, in Italia.

Riguardo il progetto di Sarnano-Sassotetto, e per tentare di bloccarne la realizzazione, si è formata un’Alleanza di varie associazioni marchigiane, non solo ambientaliste, che a maggio ha diffuso un comunicato stampa (qui accanto) con le ragioni in base alle quali si oppongono al progetto. In tale comunicato trovo molto interessante la parte dedicata alle reali esigenze di sviluppo delle comunità locali, un tema che praticamente mai viene toccato dai suddetti progetti turistici, i quali pedissequamente puntano tutto su iniziative monoculturali, con lo sci la fa da padrone e in base al consueto “mantra” per il quale lo sci e solo lo sci “salva la montagna”. Come se sui monti in questione non esistesse nessun altra economia, nessun altra potenzialità sfruttabile e possibilità di sviluppare forme di turismo alternative, come se le popolazioni che li abitano non sapessero fare altro e, come schiavi privi del diritto d’opinione, dovessero ineluttabilmente porsi al servizio dei promotori dei progetti suddetti che si comportano come padroni assoluti di quelle montagne. E come, ovviamente, se nevicasse allo stesso modo di decenni fa e i cambiamenti climatici non esistessero (ricordo che a Sarnano-Sassotetto si parla di un’area sciistica che non va oltre i 1600 m di quota). È del tutto evidente che la forma mentis alla base di questi progetti sia pericolosamente alienata, in primis rispetto alla realtà stessa dei monti sui quali vorrebbe intervenire, ovvero che persegua degli scopi che nulla hanno a che vedere con lo sviluppo socio-economico autentico e la valorizzazione ambientale effettiva di quei monti.

Per questo trovo quella parte del comunicato stampa su Sarnano-Sassotetto particolarmente significativa e esemplare, opponendosi alle bieche mire politiche presentate dal progetto e al contempo indicando come e dove poter intervenire se realmente si voglia sviluppare e valorizzare il territorio. Ve la propongo di seguito, mentre qui potete scaricare e leggere l’intero testo diffuso, nella speranza che il progetto in questione non vada in porto e parimenti che la politica locale possa finalmente recuperare il senno e comprendere le reali peculiarità, potenzialità, possibilità, esigenze e bisogni delle proprie montagne in ottica storica presente e futura.

[…] Se i progettisti e i politici si prendessero la briga di andare a studiare un po’ più approfonditamente la realtà del loro territorio e delle vere esigenze della popolazione, scoprirebbero almeno due cose: uno che la maggior parte della popolazione attiva dei loro comuni si dedica all’agricoltura, due che la popolazione attiva è andata negli ultimi decenni velocemente invecchiando, non a causa dell’abbandono a seguito del terremoto, ma per la brutale decurtazione dei servizi e delle infrastrutture necessarie per il vivere civile, che ha fatto fuggire specialmente i giovani. E tale situazione non è diversa se nel comune c’è l’industria dello sci, come a Sarnano, oppure no come ad esempio ad Amandola o a San Ginesio. Ciò significa che il turismo mordi e fuggi che si vuole potenziare, non è quello che fa la differenza, ma altri sono i fattori strutturali sui quali bisognerebbe rapidamente incidere. Siamo fermamente convinti, che i soldi che arriveranno, non incideranno minimamente sulle reali condizioni di sottosviluppo del territorio montano della nostra provincia, che per lo più andranno in gran parte a beneficiare i progettisti e le imprese che realizzeranno gli impianti, e ben poco rimarrà poi a beneficio futuro della popolazione locale. Sarà proprio un caso che per realizzare qualche tappeto di plastica, mettere qualche cavo sospeso tra due picchi, ristrutturare qualche skilift e qualche baita, fare qualche piazzola da campeggio, anche se pomposamente la vogliamo chiamare “glamping”, si siano mossi importanti progettisti dalle grandi città del nord? Il rischio che si intravede allora è che si tratti ancora una volta dell’ormai vetusto modello colonizzatore della montagna, aduso ad appropriarsi di ogni residua risorsa lì disponibile, lasciando poi sul territorio, finiti i soldi, i simulacri arrugginiti di tali realizzazioni, come quelle che già tristemente da molto tempo fanno mostra di sé, sui versanti e le creste dei Sibillini.

Il vero patrimonio che nessuno vede, ma che è presente in tutta la fascia pedemontana marchigiana dei Sibillini è invece il paesaggio rurale e i suoi centri abitati; l’agricoltura è la vera ricchezza che andrebbe potenziata e sulla quale bisognerebbe massicciamente investire per trasformare le poche aziende ormai invecchiate, in centri di produzione di eccellenza gestiti da giovani preparati, acculturati, profondamente motivati a vivere “bene” a casa loro. I tristi fatti di questi giorni hanno drammaticamente evidenziato come il nostro sistema agroalimentare sia fortemente dipendente, fragile ed inquinante. Le risorse come l’agricoltura e l’acqua che la montagna ancora custodisce, sono la vera ricchezza, oggi e sempre più nel futuro, e lì bisognerebbe volgere tutti gli sforzi e gli investimenti per un nuovo modello di produzione e di sviluppo integrato sociale e rispettoso dell’ambiente. E oggi agricoltura sostenibile significa anche turismo i cui proventi però, finirebbero direttamente nelle mani dei produttori, della gente del posto e non esportati fuori dal territorio nelle mani di speculatori e avventizi. […]

Osservare le Olimpiadi invernali “da dentro”

[Immagine tratta da questo articolo de “Il Dolomiti“.]
In fondo, da studioso di cose di montagna e “attivista” culturale al riguardo, devo ringraziare le istituzioni pubbliche – lombarde e venete, nello specifico – che hanno voluto e ottenuto l’assegnazione delle prossime Olimpiadi invernali, le “Milano-Cortina 2026”.

Sì, li ringrazio perché danno l’opportunità, a me e a chiunque altro viva nei territori coinvolti, di vivere lo sviluppo dell’evento da dentro e non da spettatore forestiero come ad esempio avvenne per “Torino 2006”, e così di rendermi conto direttamente del perché altre importanti località alpine come Innsbruck, Sion, i Grigioni e Monaco di Baviera abbiano rifiutato la possibile candidatura a città ospitanti, ovvero di capacitarmi di cosa materialmente siano, oggi, un evento come le Olimpiadi: un buonissimo motivo regalato a amministratori locali ben poco illuminati per cementificare i territori montani in modi che senza la “giustificazione olimpica” non sarebbero stati possibili.

D’altro canto numerosi amici piemontesi me ne avevano parlato spesso di quanto è accaduto sulle loro montagne per le Olimpiadi del 2006: poche cose utili e ben fatte, un sacco di altre opere inutili e impattanti, spesso già in stato di degrado, poco o nulla a favore delle comunità montane coinvolte pur a fronte della vagonata di soldi spesi, scarsissima ricaduta economica generale. Un disastro, insomma. Be’, in questi mesi, tra Milano e Cortina si sta ripetendo tutto quanto e, se possibile, con modalità anche più pesanti a discapito dei territori in questione e casi già divenuti tanto emblematici quanto inquietanti, come quello della nuova pista di bob di Cortina. Tutto giustificato, i politici vorrebbero far credere, da quei tre o quattro mantra ossessivamente ripetuti agli organi di informazione: «un palcoscenico mondiale per le nostre montagne!», «un’occasione di sviluppo/un treno da non perdere!», «verranno visitatori da tutto il mondo!» eccetera. Ma non solo non c’è alcuna traccia di sostenibilità nelle prossime Olimpiadi milanocortinesi, come ha già denunciato la Cipra; non solo tutte le edizioni dei giochi olimpici dal 1960 al 2020 hanno comportato uno sforamento del budget medio del 172 percento, come rilevato da Bent Flyvbjerg e Alexander Budzier della Oxford University, diventando cioè una causa inevitabile di pesanti debiti pubblici (e a Torino è andata anche peggio). La cosa forse più deplorevole (e irritante, per chi scrive) è la constatazione che realmente le Olimpiadi non portano alcun vantaggio ma solo danni ai territori e alle comunità coinvolte, non lasciano alcun retaggio proficuo, non generano alcun volano di ulteriore sviluppo socioeconomico. Lasciano solo cemento, in gran parte inutile e degradante. Nessuna opera (se non del tutto secondaria ovvero ipocritamente spacciata per “benefica”) a favore dei residenti dei monti olimpici, nessuna attivazione di autentiche economie circolari in grado di generare tornaconti locali, nessuna progettualità che esca fuori dal recinto mediatico olimpico e si protenda concretamente avanti nel tempo con un piano di sviluppo strutturato e coerente. E, a ben vedere, le Olimpiadi odierne non manifestano pure più alcun spirito olimpico nel senso originario della definizione, per come le competizioni stesse che dovrebbero rappresentare il fulcro dell’evento diventano un mero corollario funzionale a tutto il resto di pretenziosa matrice politico-imprenditoriale.

E pensare che mancano ancora più di tre anni all’inaugurazione dei giochi lombardo-veneti! Temo che ne vedremo delle “belle” da qui al 2026, ancor più di quanto ci è toccato di vedere finora. Mi auguro solo che questo timore non si trasformi in cupa disperazione, ecco.

P.S.: scrivo queste mie considerazioni, dopo averle da giorni a maturazione in mente, all’insaputa (dacché l’ho scoperto dopo) del fatto che, come riporta la stampa, anche il noto ex comico Beppe Grillo ha dichiarato che «Milano-Cortina sono Olimpiadi del cemento». Ripeto, non ne ero affatto a conoscenza e ci tengo a rimarcare che tale coincidenza tematica è del tutto casuale.