Tiziana Apuani, Cristian Scapozza (a cura di), “Amalpi Trek. Dal Maloja al Gottardo”

Ci sono stati due grandi fenomeni naturali che, nello spazio e nel tempo, hanno modellato le nostre montagne, in particolar modo le Alpi, e “disegnato” la loro morfologia che poi nei secoli più recenti l’uomo ha cominciato ad abitare.

Il primo è legato alle grandi glaciazioni del Pleistocene, ultima delle quali è stata quella di Würm, avvenuta tra 110000 e 11700 anni fa, che hanno scavato la gran parte delle valli alpine. Il secondo, correlato al primo, è quello delle grandi grane, che in scala differente ma non meno modificante hanno cambiato i connotati di molte di quelle valli, con franamenti in certi casi talmente ciclopici da aver distrutto interi versanti montuosi, ricollocatisi altrove a valle (ne ho scritto al riguardo qui). Senza che oggi ce ne possiamo quasi rendere conto – salvo che per i fenomeni più recenti – molto probabilmente quando viaggiamo attraverso le Alpi o visitiamo le loro località, transitiamo e sostiamo sopra grandi accumuli di materiale franato, ormai rivegetati, e al contempo osserviamo un panorama d’intorno che facilmente secoli o millenni fa, prima che le frane lo modificassero, era differente.

L’intera catena alpina è ricca di questi fenomeni franosi; la zona tra il Passo del Maloja e quello del Gottardo, lungo le Alpi Lepontine e Retiche a cavallo tra Italia e Svizzera, lo è in modo particolare, presentando frane di ogni genere e taglia, tra le quali alcune delle più grandi in assoluto e altre divenute celebri per le conseguenze che hanno causato ai territori coinvolti. Non a caso, dunque, proprio a Chiavenna, località tra le principali della regione alpina appena descritta, ha sede il Centro Internazionale Grandi Frane Alpine, ente scientifico nato con l’obiettivo di studiare e documentare le grandi frane alpine, creando un polo scientifico-culturale transfrontaliero e promuovendo la cultura della prevenzione, con un ruolo formativo e museale legato ai disastri e ai paesaggi da essi creati. In tal senso, nel 2023 è stato inaugurato il percorso escursionistico Amalpi Trek (“Amalpi” è un nome nel quale si contrae la formula «Alpi in movimento, Movimento nelle Alpi»), la cui percorrenza – suddivisa in 10 tappe con alcune varianti possibili – illustra le vicende delle numerose grandi frane che hanno colpito i territori delle valli lepontine e retiche trasformandole in risorse culturali naturali. Il percorso è raccontato dal libro-guida Amalpi Trek. Dal Maloja al Gottardo, (Milano University Press, 2023), curato dai geologi e docenti Tiziana Apuani e Cristian Scapozza, che elenca percorsi e peculiarità di tutte le tappe con un focus, ovviamente, sulle frane visibili e visitabili – alcune veramente eccezionali e dalla storia affascinante, seppur in certi casi tragica – ma anche sulle rilevanze storiche, artistiche, culturali e antropologiche dei territori attraversati. Un libro veramente bello ed estremamente interessante, in grado di offrire una sorta di storia “alternativa” delle Alpi []

[Il paese di Piuro, nella Val Bregaglia italiana (provincia di Sondrio) prima e dopo la frana del 4 settembre 1618. Veduta tratta da “Itinerarium Italiae Nova Antiqua” di Martin Zeiller e Mattheus Merian, Francoforte, 1640.]
(Potete leggere la recensione completa di Amalpi Trek. Dal Maloja al Gottardo cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

E se gli abitanti delle coste italiane migrassero (per forza) sulle montagne?

[Immagine tratta da www.alanews.it.]
Secondo il XVII Rapporto “Paesaggi sommersi” curato dalla Società Geografica Italiana che lo ha presentato lo scorso 28 ottobre, il 20% delle spiagge sarà sommerso prima del 2050 e il 40% entro il 2100. La zona maggiormente esposta è l’alto Adriatico ma anche città come Cagliari e Venezia rischieranno di finire sott’acqua; ben 800mila persone saranno a rischio ricollocazione.

Perché ne scrivo, io che in questo blog mi occupo di cose non di mare ma di montagna? Be’, qualcuno lo intuirà: perché molte di quelle centinaia di migliaia di persone che dovranno ricollocarsi forse sceglieranno le montagne come nuova residenza più che le città di pianura, le quali tra qualche decennio e con il progredire della crisi climatica saranno ancora più torride e meno vivibili di quanto già non lo siano oggi, dunque meno preferibili da abitare. Per di più l’area più a rischio di sommersione è quella dell’alto Adriatico, prossima all’area alpina orientale la quale, come il resto delle montagne italiane, stanno attirando sempre più nuovi abitanti: ben 135mila persone tra il 2019 e il 2024 hanno spostato la residenza in montagna, rivela il recente “Rapporto Montagne Italia 2025” dell’UNCEM (si veda anche la mappa sotto pubblicata). Qualcuno penserà che sia una quantità ancora risibile, non a torto; ma se si considera che la Valle d’Aosta conta poco più di 122mila abitanti, è come se una regione pur piccola come quella valdostana fosse nata in forma sparsa sulle montagne italiane. Messa sotto questo punto di vista la questione è giù più significativa, ne converrete.

[Le aree dell’alto Adriatico a rischio sommersione. Immagine tratta da https://ecocentrica.it.]
Insomma: da una parte si dovrà prossimamente “fuggire” dalle coste in sommersione, dall’altra si sta già salendo sulle montagne per abitare, in una dinamica di neo-popolamento montano dettata da vari fattori, non ultimo quello di resilienza alla crisi climatica, e nonostante le molte criticità socioeconomiche e politiche dei territori montani italiani. Per ciò è ipotizzabile che, se la prima circostanza dovesse realmente realizzarsi, come rimarca il rapporto “Paesaggi sommersi”, facilmente molti fuggitivi costieri potrebbero salire sui monti: come registra l’UNCEM, le zone montane dell’Appennino Tosco-Emiliano e alcune delle Alpi e Prealpi venete, prossime all’alto Adriatico come detto, sono già tra quelle che più attirano nuovi abitanti.

Dunque, posto tutto ciò, sarebbe il caso di predisporre una ben articolata strategia politica preventiva con la quale regolare e gestire al meglio i fenomeni descritti se e quando cominciassero a manifestarsi ma pure, più in generale, per sostenere al meglio il neo-popolamento montano in corso, così da fare di necessità virtù ovvero trasformare un potenziale grosso problema in una straordinaria occasione di evoluzione e sviluppo per i territori montani italiani, in primis quelli che sono e saranno coinvolti dai flussi in ricollocamento. La recente “Legge sulla montagna”, approvata dal Parlamento tra luglio e settembre scorsi, al netto delle buone intenzioni contenute nel suo testo e valutata a mente fredda, viene ormai considerata l’ennesima occasione persa in primis perché nuovamente mancante di quella visione strategica organica di sviluppo dei territori montani che servirebbe a sostenere la loro riqualificazione e rinascita economica, sociale, demografica, culturale oltre che politica – senza contare quanto la Legge sia nata già depotenziata dalla scarsità di fondi a disposizione (200 milioni di Euro in tre anni per l’intero paese, meno di 10 milioni a regione) per l’attuazione dei suoi propositi.

[Veduta di Auronzo di Cadore, immagine tratta da www.veneto.info.]
Perché invece non lavorare allo sviluppo della montagne italiane, finalmente, non sul presente in riferimento al passato ma dal presente in ottica futura e con visione a lungo termine, ragionando su ciò che verrà, prevedendo quanto più possibile le dinamiche che caratterizzeranno i nostri territori montani, elaborando le conseguenti migliori strategie e fornendo ad essi gli strumenti di gestione più adatti per trovarsi pronti ad amministrare il futuro prossimo con tutto ciò che presenterà e imporrà di dover affrontare?

Questa sì che sarebbe un’autentica “rivoluzione” per le montagne italiane, che metterebbe concretamente in pratica quelle numerose potenzialità di territori-laboratorio per un nuovo abitare – non solo in ottica di resilienza climatica e ambientale – che tanti indicano e rimarcano per le nostre terre alte ma che ad oggi, purtroppo, rappresentano ancora una mera ipotesi affascinante nella forma ma evanescente nella sostanza. E se ad oggi manca la volontà e la visione politica per dare copro e attuare questa “rivoluzione”, forse saranno fattori ben più intransigenti come quelli previsti dal Rapporto “Paesaggi sommersi” della Società Geografica Italiana a renderla presto necessaria, anzi, inevitabile.

Preoccupazioni e diffidenze inevitabili

Lo so, si rischia di risultare noiosi a riferire di cosa sta accadendo con le Olimpiadi di Milano Cortina. Tuttavia, obiettivamente, a fronte di ciò che riferisce la stampa e pur formulando tutta la positività, la benevolenza, l’indulgenza verso l’evento olimpico, come si fa a non essere preoccupati o diffidenti al riguardo?

Di sicuro non per le gare olimpiche, quelle andranno come andranno ovverosia bene, soprattutto per chi le vincerà, e in fondo nemmeno per l’evento in sé – al netto di certe infrastrutture parecchio esecrabili, delle quali la nuova pista di bob di Cortina è forse la più nota (ma ve ne sono altre similmente emblematiche).

Semmai, si è preoccupati e diffidenti rispetto a chi sta gestendo le Olimpiadi e per come lo sta facendo. Aspetti sui quali è ormai pressoché inutile commentare, basta constatare la realtà effettiva delle cose – il contrasto di ciò che riferiscono i due articoli sopra riportati mette bene in evidenza lo stato dell’arte.

Le Olimpiadi per i territori coinvolti sarebbero potute essere una grande occasione di sviluppo sensato e sostenibile, stanno diventando sempre più un’occasione sprecata, rischiano seriamente di trasformarsi in un disastro epocale. Intanto mancano 125 giorni – alla fine di Olimpiadi e Paralimpiadi, quando i nodi cominceranno a venire al pettine. Già.

P.S.: per chi non lo sapesse, Fabio Saldini è il Commissario straordinario per le opere olimpiche e Amministratore Delegato di Simico S.p.A., la società che si occupa della progettazione e realizzazione delle opere necessarie per i Giochi Olimpici; la Corte dei Conti è l’organo costituzionale italiano con funzioni di controllo e giurisdizione in materia di contabilità pubblica e amministrazione nonché di garante della legalità e della correttezza nella gestione delle finanze statali.

In difesa del Monte San Primo, sempre (anche con un esorcista!)

A proposito di cose belle accadute qualche giorno fa alle quali ho avuto la fortuna e il privilegio di partecipare, quello scorso è stato un altro importante e partecipato weekend di eventi a sostegno della difesa del Monte San Primo dallo scellerato progetto di sviluppo sciistico presentato dal Comune di Bellagio e dalla Comunità Montana del Triangolo Lariano, del quale ormai anche i sassi hanno conoscenza e vi manifestano un dissenso netto.

[Immagine tratta da www.erbanotizie.com.]
Venerdì 7 novembre, a Erba, insieme al presidente di Mountain Wilderness Italia Luigi Casanova e a Roberto Fumagalli del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”, abbiamo discusso di ciò che sta accadendo per le prossime Olimpiadi invernali di Milano Cortina, partendo dal libro di Casanova “Ombre sulla neve” – e anticipando quello che uscirà a breve, “Oro colato”, scritto con il direttore di “AltræconomiaDuccio Facchini, per poi analizzare le molte analogie, di forma, sostanza e visione dei territori montani che accomunano – nonostante le diverse proporzioni – le Olimpiadi con il progetto “Oltrelario” sul Monte San Primo. Come sempre accade con Luigi Casanova, è stata una bella e illuminante conversazione alla quale ha partecipato anche il pubblico presente ponendo domande e considerazioni sulle realtà di fatto delle due questioni. Per conto mio ringrazio di cuore gli organizzatori dell’incontro e chi vi ha partecipato portando il proprio sostegno alla causa.

[Immagine tratta da www.erbanotizie.com.]
Domenica 9, invece, si è svolto il doppio evento dal titolo “Ascoltare la montagna: il San Primo tra sentieri e musica”, con al mattino una camminata lungo un tratto del “Sentiero Italia” che ha portato i partecipanti a scoprire la bellezza straordinaria dei versanti del San Primo con splendide visuali sul Lago di Como, mentre nel pomeriggio si è tenuto un momento di intrattenimento musicale con il gruppo Flûtes en vacances e il duo acustico Tou e la Vale. Un altro evento alquanto partecipato che ha mostrato l’attaccamento e la sensibilità degli appassionati di montagna nei riguardi del Monte San Primo e della causa in sua difesa.

Una difesa che, è bene ribadire, non è affatto giunta a compimento, nonostante alcuni titoli usciti sui quotidiani nazionali e locali, come quelle che vedete qui sotto del “Corriere della Sera” hanno fatto credere molti che dopo le audizioni del Coordinamento presso le Commissioni Ambiente e Territorio regionali in seduta congiunta e i pareri negativi da queste espressi, il progetto sciistico sia stato fermato.

No, purtroppo il progetto non è stato sospeso: il Comune di Bellagio, lo scorso 10 ottobre 2025 con la determina n.322, ha affidato l’incarico di sviluppare il progetto esecutivo ad uno studio di ingegneria, passaggio tecnico inequivocabile al fine di avviare i lavori. Dunque il Monte San Primo non è ancora salvo, la “battaglia” deve continuare fino a eliminare definitivamente la minaccia sciistica perpetrata dal progetto “Oltrelario”, la quale peraltro appare sempre più assurda e pericolosa visto anche ciò che ha già subìto il San Primo in passato, nei precedenti tentativi di rilanciarvi l’attività sciistica tutti inesorabilmente, miseramente falliti con conseguente spreco di risorse pubbliche. Potete vedere un emblematico video al riguardo cliccando sull’immagine qui sotto:

Dice quel noto proverbio che “Errare è umano, perseverare è diabolico”: che al Comune di Bellagio e in Comunità Montana del Triangolo Lariano occorra veramente la presenza di un esorcista?

Come sempre vi ricordo che per restare aggiornati sulla vicenda del Monte San Primo e sulle attività del Coordinamento in sua difesa potete visitare il sito web, qui, oppure la pagina Facebook “Per il Monte San Primo”.

Venti milioni di Euro per una telecabina a 800 metri di quota e altre “pubbliche acrobazie” per lo sci in Piemonte

[Qui sopra e nell’immagine sottostante un rendering della nuova telecabina Scopello-Mera. Tratte da www.valsesianotizie.it.]
Pur a fronte degli ormai innumerevoli report elaborati da diversi soggetti – scientifici, climatologici, economici, la platea è appunto assai ampia – che rimarcano l’ormai imminente fine della pratica sciistica al di sotto di certe quote – 1800/2000 metri, per le nostre montagne – l’industria dello sci pretende di continuare a svilupparsi, sostenuta dalla gran parte della politica locale. E se dalla prima ci si può aspettare una condotta del genere, dalla seconda assolutamente no, visto che di mezzo ci sono quasi sempre un sacco di soldi pubblici spesi per infrastrutture sciistiche destinate, vista la realtà dei fatti, a un inesorabile fallimento. Soldi sprecati ovvero sottratti a iniziative ben più utili e vantaggiose ai territori coinvolti e alle loro comunità, le quali sovente si ritrovano seggiovie nuove di zecca ferme per mncanza di neve e, ad esempio, fermate del trasporto pubblico soppresse per carenza di fondi.

Sia che i decisori politici si comportino così per mero menefreghismo ideologico nei riguardi della situazione climatica e dei dati scientifici che la assodano, o per effettiva incapacità di elaborare visioni di sviluppo territoriale, turistico e non, più razionali e consone ai luoghi amministrati, oppure per alimentare le proprie “consorterie” locali al fine di assicurarsene i favori elettorali, nel concreto la questione non cambia: da una parte c’è una politica alienata dalla realtà delle cose, dall’altra soldi pubblici spesi male senza che non portano alcun vantaggio concreto alle comunità. E nel mezzo la montagna deperisce sempre di più, privata di peculiarità, potenzialità, possibilità. Di futuro, in pratica.

Nelle ultime settimane anche la Regione Piemonte sembra voler partecipare con grande impegno alla gara per chi sulle Alpi italiane spenda peggio i soldi pubblici in montagna.

Ad esempio all’Alpe di Mera, in Valsesia, si vogliono spendere più di 20 milioni di Euro, tutti pubblici, per costruire una telecabina definita dalla stampa locale «faraonica» che partendo da Scopello, a soli 800 metri di quota, servirà un piccolo comprensorio sciistico che arriva al massimo a 1700 metri, dunque a un’altitudine che già oggi non garantisce più l’attività sciistica in modo economicamente sostenibile; tutto ciò con il grande comprensorio del Monterosa Ski a pochi chilometri. Un progetto talmente mastodontico rispetto al territorio coinvolto e alle sue caratteristiche da non sembrare giustificabile in nessun modo.

[Lo skilift di Pian Benot sopra Usseglio. Immagine tratta da www.giornalelavoce.it.]
A Usseglio invece, in Valle di Viù, le proporzioni economiche sono minori ma la sostanza è simile: 1,2 milioni di Euro finanziati dalla Regione Piemonte su un totale di 1 milione e mezzo per una nuova sciovia nel piccolo comprensorio di Pian Benot, in difficoltà da anni per motivi ben immaginabili. «In un periodo in cui gli inverni si accorciano e le temperature continuano a salire, scegliere di investire in una struttura sciistica è un gesto di resistenza e fiducia nel futuro» sostengono i promotori del progetto. Be’, a dire il vero sembra un po’ come sostenere che sia «un gesto di resistenza e fiducia» ridipingere lo scafo di una nave che sta affondando inesorabilmente!

[Un eloquente articolo del quotidiano on line “La Sentinella del Canavese” sulla situazione dell’Alpe Cialma.]
Tutto questo accade nonostante vi siano casi recenti che attestano chiaramente la realtà di quanto rimarcato all’inizio di questo articolo, cioè l’impossibilità ormai imminente di continuare l’attività sciistica, in certi contesti di media-bassa montagna, e di ritenerla economicamente sostenibile. Emblematico al riguardo è il caso dell’Alpe Cialma, sopra Locana in Valle Orco, località sciistica già da tempo in difficoltà, dove nel 2022 si sono spesi due milioni di Euro per una nuova seggiovia a 1400 metri di quota nonostante le considerazioni contrarie di molti soggetti. Un progetto che già l’anno successivo la stampa locale dava per fallimentare, come potete constatare dall’articolo qui sopra pubblicato, e che negli anni successivi ha consentito poche aperture proprio per la carenza di neve e di condizioni climatiche adatte allo sci in loco.

Insomma: la realtà al riguardo in Piemonte è parecchio imbarazzante e inquietante. Ovviamente è inutile rimarcare che si potrebbero fare altri esempi e citare ulteriori casi di simile sostanza, e poi moltiplicarli per le varie regioni italiane dotate di montagne e di comprensori sciistici più o meno in salute – o più o meno morenti, per dirla specularmente.

Posto che qui non si vuole criticare tout court l’intero sci su pista ma certamente quello che, come visto, appare ormai sotto ogni punto di vista insostenibile, ribadisco i dubbi e le conseguenti domande che sorgono, considerando la situazione sopra descritta: come può accadere tutto questo? Come si può giustificare un atteggiamento così insensato da parte della politica locale? È menefreghismo, incompetenza, insensibilità, affarismo, o che altro?

In ogni caso tutto ciò mette in evidenza l’importanza fondamentale dell’attivismo civico da parte tanto degli abitanti dei territori montani quanto di ogni frequentatore autenticamente appassionato ovvero di chiunque abbia a cuore il futuro delle nostre montagne. Consapevolezza, sorveglianza, sensibilizzazione, denuncia e ogni altra iniziativa di cittadinanza attiva è basilare per garantire un buon futuro alle nostre montagne, almeno fino a che certa politica non rinsavirà rispetto alle azioni così poco sensibili e sensate messe così ingiustificatamente in atto.