L’invenzione più rivoluzionaria

P.S. – Pre Scriptum: il racconto che potete leggere qui sotto lo scrissi anni fa come parte di una raccolta mooooolto particolare al momento ancora inedita. Forse prima o poi verrà pubblicata ma, ora, lo vorrei dedicare ai tanti amici e conoscenti che si impegnano con sincera passione e grande senso civico a migliorare e far evolvere la civiltà nella quale viviamo, anche attraverso il sostegno e la promozione di pratiche quotidiane molto più virtuose, benefiche e umane rispetto ai modi con i quali oggi viviamo le nostre città, sovente rendendole luoghi pericolosi e malsani.

Buona lettura.

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L’invenzione più rivoluzionaria

Di tutte le invenzioni mai concepite dall’avanzatissima tecnologia sviluppatasi sul pianeta, frutto di centinaia di secoli di progresso, sviluppo, avanzamento scientifico di una civiltà tra le più evolute dell’Universo, quella era di gran lunga la più strabiliante e incredibile. Eppure in principio non aveva destato un così gran clamore; certo, la notizia aveva riscosso un cospicuo interesse ma, come spesso succede per ogni novità quand’anche geniale e rivoluzionaria, molti si erano dichiarati increduli, diffidenti: troppo innovativa, troppo diversa dalla tecnologia corrente, così basata su un’idea totalmente inedita. Il mondo, insomma, sembrava non rendersene conto, proseguendo l’abituale modus vivendi: i traffici stellari continuavano, le astronavi da trasporto intergalattiche volavano come ogni giorno, quelle interdimensionali non sentivano di colpo superata la loro modernissima tecnologia, così come non pareva cambiata la vita dei loro equipaggi, delle rispettive famiglie o di alcun altro che, appunto, pensava fosse così inaudito un oggetto come quello – anche di fronte alle pur fantastiche astronavi superluminari di nuovissima generazione. Eppoi, a quel tempo in cui viaggi di miliardi di anni luce compiuti in pochi giorni erano eventi del tutto ordinari, com’erano concepibili spostamenti di, viceversa, pochi chilometri in tante ore? E senza nemmeno il supporto dei Megamputer planetari, o dei più recenti e potenti Sintocerebri?! Cose del tutto bizzarre, inopinate insomma.
Tuttavia, lentamente ma inesorabilmente, in ogni città, per i percorsi extraveicolari, nelle piazze e nei parchi all’ombra delle altissime sopraelevate fotoniche, uomini e donne a cavallo di quello strabiliante oggetto cominciarono a vedersi, probabilmente all’inizio per quel solito desiderio di esibizionismo, di mostrarsi “avanti” o “alla moda” – dacché molti, ovviamente, tuonarono dai media contro quell’invenzione tacciandola quale «frutto di tecnologia sfrenata», «spregiudicato orpello da bislacca fantascienza» o simili definizioni biasimevoli. Ma come detto, inesorabilmente, ove non regni la più bieca e folle ignoranza ogni genialità prima o poi emerge e viene compresa: così, ormai, quello strabiliante, fantastico oggetto, quelle due ruote gommate pilotabili con una semplice barra dotata di freni a leva e movibile tramite due bracci girevoli collegati ad una catena metallica mossi dai piedi (che infatti la gente ormai comunemente chiama pedali), trasporta chiunque qui e là sul pianeta con inaudita lentezza e svago supremo, sorvolati velocemente in cielo dalle grandi astronavi superluminari, gioielli tecnologici di colpo divenuti – nell’impressione della gente – obsoleti ferrivecchi per viaggi interstellari senza più alcun fascino rispetto a quei pochi chilometri così piacevolmente pedalati

Le priorità per la montagna

Ecco.

Due esempi tra i tanti possibili il cui raffronto è alquanto emblematico, a mio parere, riguardo la “visione” e l’atteggiamento che la politica riserva ai territori montani. Già.

P.S.: non c’è in questo post una critica diretta all’innevamento artificiale, pratica che comunque aborrisco anche per come gli impiantisti lo credano il loro salvagente e invece rappresenta il cappio al collo, ma – ribadisco, a scanso di equivoci – al modus operandi della politica verso la montagna.

Imparare a (con)vivere con il meteo estremo, anche in montagna

P.S. – Pre Scriptum: questo articolo l’ho scritto la scorsa settimana, prima che accadessero i più recenti fenomeni meteorologici che hanno colpito varie zone del nord Italia e che hanno drammaticamente dimostrato come a rischio non siano solo i territori naturalmente più delicati come quelli montani ma anche i più grandi e strutturati agglomerati urbani. In qualche modo, dunque, le mie considerazioni si possono ancora più ampiamente contestualizzare alla realtà climatica in corso.

I fenomeni meteorologici, in forza del cambiamento climatico in corso, si stanno facendo di anno in anno sempre più estremi. Nubifragi violentissimi, tempeste di fulmini mai registrate prima, grandinate con chicchi grossi come palle da tennis, trombe d’aria, fenomeni di downburst che in pochi istanti radono al suolo interi boschi sono sempre più frequenti e si manifestano anche in zone, come quelle alpine, che in passato rarissimamente li avevano registrati e con portate molto inferiori. A tali fenomeni si devono sommare quelli non cagionati direttamente dai fenomeni meteorici ma da altri fattori climatici in variazione, come ad esempio le frane dovute allo scioglimento del permafrost oppure i crolli di seracchi glaciali che in certi casi possono coinvolgere aree utilizzate dall’uomo.

Ora, al netto delle colossali stupidaggini di coloro i quali vogliono negare l’evidenza dei fatti (per inciso: sono ben contento che quelli proferiscano pubblicamente certe affermazioni, così possono dimostrare il livello di incompetenza e di insensatezza raggiunto senza lasciarci alcun dubbio al riguardo), tali fenomenologie così estreme e tanto frequenti devono necessariamente farci riflettere su come si possa generare un’adeguata e consona resilienza ad essi, che possa tutelare il più possibile il paesaggio e parimenti chiunque lo vive, da residente stanziale o da turista occasionale. La montagna, insieme al resto del nostro territorio, sta cambiando non solo dal punto di vista ambientale e paesaggistico – basti pensare alla fusione dei ghiacciai, che può mutare radicalmente l’aspetto e la riconoscibilità, dunque anche la coscienza del luogo, di una montagna – ma anche climatico e quindi ineluttabilmente pure antropico e culturale.

Se osserviamo e consideriamo la tristemente celebre Tempesta Vaia dal 2018 – anno del suo accadimento – verso il passato, la potremmo valutare come un evento eccezionale; se la osserviamo e consideriamo dal 2018 a oggi, ci sembra già un evento estremo d’una fenomenologia sempre più frequente e vieppiù ordinaria. Questo nel concreto non significa solo milioni di alberi abbattuti e danni paesaggistici ingentissimi nei territori montani colpiti, significa pure 2,8 miliardi di Euro di danni nelle sole regioni alpine italiane che hanno subìto la forza devastatrice della tempesta. Posta l’estremizzazione costante dei fattori climatici, soprattutto di quelli termici che sovraccaricano l’atmosfera di energia la quale prima o poi si scaricherà al suolo attraverso la proporzionale violenza dei fenomeni meteorologici, bisogna considerare l’ipotesi che, come detto, le casistiche al riguardo nel prossimo futuro saranno sempre più ricche e più ingenti le conseguenze non solo ambientali, anche economiche e sociali.

Tutto ciò, inutile affermarlo, non per fare del catastrofismo climatico gratuito ma per riflettere seriamente su questa realtà e sulla sua portata in relazione ai territori naturali e antropizzati al fine, come ribadisco, di poter sviluppare e strutturare un’adeguata capacità di prevenzione, se possibile, e di mitigazione dei danni. Credo che chiunque sano di mente – persino qualche negazionista dei meno oltranzisti – risulti sensibile alla bellezza e al valore culturale dei paesaggi montani (non solo di questi, ripeto, ma vi ci riferisco per visione e studio personali) e capisca l’importanza e la necessità di salvaguardarne l’ambiente e il paesaggio a partire dal suo aspetto, il primo fattore attraverso cui si origina e elabora la relazione culturale che formuliamo verso di essi. Dunque – l’ho già affermato altrove, lo ribadisco ora – è assolutamente importante sviluppare l’analisi delle cause all’origine di questi fenomeni e della loro estremizzazione per poter meglio comprendere e, appunto, magari prevederne gli effetti, ma dovremmo aumentare anche l’attenzione e il lavoro riguardo la resilienza diffusa e strutturata nel tempo, non mirata ai singoli episodi (per non restare nel solito deleterio ambito della “emergenza”) ma alla programmazione a lungo termine in forza delle evidenze scientifiche registrate.

Viceversa, rischieremmo di restare sempre lì a trottolare – con conseguenti polarizzazione delle opinioni e litigiosità crescenti – intorno alle cause, subendo inermi le conseguenze dei fenomeni più estremi e al contempo senza imparare a come poter mitigare, magari annullare ma nel caso anche convivere con i loro effetti. E se qualche spirito misero continuerà a negare pervicacemente ogni cosa, sarà probabilmente il primo a subire quegli effetti e nel modo più pesante, già.

[Nelle immagini dei giorni scorsi a corredo del post: downburst in Tirolo, Austria, e grandine in Nord Italia.]

C’era una volta lo sci estivo (e i suoi ghiacciai): Val Senales

Come spiego con maggior dovizia di particolari qui e qui, in questa serie voglio proporre delle immagini comparative di ghiacciai sui quali fino a qualche tempo fa si praticava lo sci estivo (o si pratica tutt’ora ma in un ambiente totalmente diverso e deteriorato rispetto a prima) che per molti versi ritengo ancor più emblematiche di altre “glaciali” riguardo ciò che sta accadendo sulle nostre montagne in forza del cambiamento climatico in corso. Perché c’è stato un tempo e un clima grazie al quale lassù c’erano piste, impianti, alloggi, migliaia di sciatori, divertimento, godimento – che ciò fosse plausibile o no: ora non c’è più nulla, anzi, c’è proprio un altro luogo rispetto ad allora. Un’altra montagna, un altro paesaggio, un mondo diverso, spesso irriconoscibile, in origine dominio dei ghiacci e del silenzio, poi conquistato e antropizzato dall’uomo il quale ora lo deve gioco forza abbandonare lasciando lassù non solo i segni della sua presenza, non di rado inquinanti, ma pure una visione della montagna e una relazione con le terre alte che non esistono più.

Il Ghiacciaio di Giogo Alto / Hochjochferner in Val Senales (Provincia di Bolzano), un altro ghiacciaio estremamente rinomato per lo sci estivo, con pochi impianti (3 skilift, uno dei quali poi sostituito da una seggiovia) ma belle piste in un ambiente d’alta montagna grandioso. Fu attivo da metà anni Settanta fino al 2013, quando le condizioni sempre peggiori del ghiacciaio, in fortissimo e rapido ritiro (con un “record” di ben 378 metri tra il 2020 e il 2021, a causa della frammentazione della fronte), misero la parola “fine” alla pratica estiva dello sci. Ma già da anni il Servizio Glaciologico dell’Alto Adige denunciava il degrado del Giogo Alto causato «dalle modifiche della superficie del ghiacciaio legate alla attività sciistica che hanno completamente stravolto la naturalità del manto nevoso» (qui potete leggere i report glaciologici degli ultimi anni, elaborati dallo stesso Servizio Glaciologico Altoatesino).

Nelle immagini in testa al post e qui sopra potete vedere il Ghiacciaio della Val Senales com’era negli anni migliori (nota bene: alcune sono foto recenti perché non ne ho trovate di datate, ma fanno capire come si potesse presentare il ghiacciaio negli anni dello sci estivo; nelle ultime due il degrado diventa già evidente), mentre qui sotto vedete come si è ridotto negli ultimi tempi (le foto più recenti, risalenti alla scorsa settimana, sono di Pierluigi D’Alfonso, che ringrazio molto per avermele concesse):

P.S.: altri ghiacciai ove si praticava lo sci estivo dei quali ho già scritto (in ordine di pubblicazione):

C’era una volta lo sci estivo (e i suoi ghiacciai): Les Deux Alpes

[Il ghiacciaio di Mont-de-Lans a Les Deux Alpes negli anni in cui era ancora in salute, con l’area sciabile estiva. Immagine tratta da https://jam.it.]
Durante la scorsa estate 2022 la combinazione di scarse nevicate invernali/primaverili e temperature estive parecchio elevate – due fenomeni conseguenti al cambiamento climatico in corso – aveva reso la situazione dei ghiacciai alpini drammatica come non mai. Per questo avevo dedicato, qui sul blog, alcuni articoli a questa realtà alpina in divenire intitolati “C’era una volta lo sci estivo” con l’intento di proporre delle immagini comparative di ghiacciai sui quali fino a qualche tempo fa si praticava lo sci estivo (o si pratica tutt’ora ma in un ambiente totalmente diverso e deteriorato rispetto a prima) che per molti versi ritengo ancor più emblematiche di altre “glaciali” riguardo ciò che sta accadendo sulle nostre montagne in forza del cambiamento climatico. Perché c’è stato un tempo e un clima grazie al quale lassù c’erano piste, impianti, alloggi, migliaia di sciatori, divertimento, godimento – che ciò fosse plausibile o no: ora non c’è più nulla, anzi, c’è proprio un altro luogo rispetto ad allora. Un’altra montagna, un altro paesaggio, un mondo diverso, spesso irriconoscibile, in origine dominio dei ghiacci e del silenzio, poi conquistato e antropizzato dall’uomo il quale ora lo deve gioco forza abbandonare lasciando lassù non solo i segni della sua presenza, non di rado inquinanti, ma pure una visione della montagna e una relazione con le terre alte che non esistono più.

In calce a questo post trovate gli articoli del 2022 e i relativi ghiacciai sui quali avevo scritto.

Anche l’inverno 2022/2023 è stato avaro di neve, ma una primavera particolarmente piovosa e nevosa alle alte quote aveva concesso ai ghiacciai alpini un apparente sollievo. Purtroppo l’estate in corso si sta caratterizzando, nuovamente, inesorabilmente, come caldissima – martedì 4 luglio è stato il giorno più caldo mai registrato a livello globale: come al solito i ghiacciai alpini sono i primi a soffrirne le conseguenze, essendo per giunta quella delle Alpi una regione che si scaldando ancora più della media mondiale. Per tutto ciò devo tristemente riprendere la serie di articoli “C’era una volta lo sci estivo”: il fine non è di muovere una critica alla presenza perdurante di infrastrutture sciistiche sui ghiacciai (questa semmai viene da sé) ma di registrare la trasformazione radicale e alienante di alcuni paesaggi di montagna che non potremo più vivere – e non vedremo più – come li abbiamo vissuti e visti fono a solo pochi anni fa: una metamorfosi così profonda che non può non far riflettere, e non solo dal punto di vista climatico.

Riprendo la serie con il ghiacciaio Mont-de-Lans, meglio conosciuto come il ghiacciaio di Les Deux Alpes, nella regione Alvernia-Rodano-Alpi, una delle stazioni sciistiche francesi più note in assoluto. Famoso per essere stato il più grande ghiacciaio sciabile d’Europa, regolarmente aperto per l’intera estate grazie all’altitudine elevata (gli impianti giungono a quasi 3600 m), è stato di contro tra i primi a subire pesantemente gli effetti del cambiamento climatico, anche in forza della sua esposizione a ovest, costringendo i gestori del comprensorio a chiudere la stagione sciistica estiva sempre prima. Se lo scorso anno, così nivologicamente problematico, gli impianti chiusero il 10 luglio, quest’anno, nonostante le nevicate primaverili, hanno già chiuso domenica scorsa 9 luglio. Non solo: la definizione «sci estivo» è scomparsa dalla comunicazione pubblicitaria della stazione, che ora si riferisce solo allo «sci primaverile» aperto in via prioritaria ai professionisti.

Nell’immagine in testa al post vedete il ghiacciaio quando era in salute; cliccando sull’immagine qui sotto lo potete vedere com’era in un video del 1981:

Qui sotto nell’agosto 2009 e nel luglio 2015, ancora relativamente ben messo (fonte qui e qui):

Qui sotto invece è il 2019, con la situazione che nel giro di pochi anni si presenta già drammatica (fonte qui):

Infine due immagini di lunedì 10 luglio scorso, intorno alle ore 17, dalle webcam del sito della località, la prima a 3200 m e la seconda a 3400 m:

Per molti versi è una dichiarazione di resa definitiva, di “addio” di Les Deux Alpes all’epoca dello sci estivo e dunque, ineluttabilmente, al suo grande e rinomato ghiacciaio, destinato a rimanere tale solo nei ricordi dei meno giovani.

P.S.: altri ghiacciai ove si praticava lo sci estivo dei quali ho già scritto (in ordine di pubblicazione):