E adesso gli scienziati stanno delineando nuovi scenari orrorifici sulle conseguenze di un aumento dai tre ai cinque gradi della temperatura globale. La Terra ha abbandonato i ritmi della geologia e sta cambiando a ritmi antropologici, eppure le nostre reazioni si misurano ancora su scala geologica. Si organizzano convegni per decidere la sede del prossimo convegno. Forse questo aumento della temperatura implica dei cambiamenti troppo lenti per creare allarme, se paragonato all’esplosione di una bomba atomica e alla sua onda d’urto. Così ce ne stiamo qui tranquilli a guardare il lento avanzare della catastrofe. «Estate climatica›› ha un impatto ben diverso da quello di «inverno nucleare». Brucerà qualche bosco in più, farà un po’ più caldo qua e là e per qualche tempo staremo perfino meglio, finché di colpo un’inondazione millenaria si rovescerà nel mare innalzandone ancora il livello, mentre lentamente i deserti si espanderanno e gli uragani cresceranno d’intensità. E intanto, che questa o quella specie animale si estingua cesserà di fare notizia.
Quando Watt accese il motore a vapore la concentrazione di diossido di carbonio nell’atmosfera era di 280 ppm. Oggi è arrivata a 415 ppm, il valore più alto che sia mai stato registrato in tre milioni di anni. E allora le eruzioni? chiede qualcuno. Noi esseri umani non siamo forse nullità, paragonati all’attività vulcanica della Terra? Purtroppo no. Si stima che tutti i vulcani del pianeta liberino circa duecento milioni di tonnellate di CO2 all’anno, mentre gli esseri umani ne producono ogni anno trentacinque miliardi di tonnellate. Il falò che alimentiamo noi è quasi duecento volte quello alimentato dall’attività vulcanica terrestre complessiva. Eppure le nostre giornate procedono senza che vediamo fuoco né fumo; i vulcani li vediamo, e ne sentiamo il terribile rombo, e ci spaventano, ma non capiamo che i vulcani più distruttivi siamo noi.
[Andri Snær Magnason, Il tempo e l’acqua, Iperborea, 2020, traduzione di Silvia Cosimini, pagg.193-194. Per leggere la mia “recensione” al libro, cliccate qui.]
Lo si sa bene ormai che l’Homo Sapiens, autoproclamatosi tale in forza di non si sa bene quale pretesa superiorità e verso chi, ci metta invece un grande impegno a rendere del tutto ingiustificata e ingiustificabile quella altisonante definizione.
Prendete il momento storico attuale, ad esempio: è in corso una crisi climatica che va aggravandosi anno dopo anno e i cui effetti si fanno materialmente sempre più pesanti a livello globale e, nello specifico, sul continente europeo; una crisi riguardo la quale è sempre più indispensabile e urgente agire ma il Sapiens che fa, invece? Pensa bene di scatenare proprio in Europa una guerra che non solo provoca morti e distruzione ma genera un’emergenza energetica mai vista prima. Così, nell’estate più calda e siccitosa di sempre, per cercare di mitigare gli effetti di questa emergenza il Sapiens decide di attingere a fonti (il carbone, ad esempio) che non solo non la risolvono ma peggiorano inesorabilmente l’altra crisi, quella climatica. Ciò anche per non aver dato seguito, se non in minimissima parte, alle sue annose e pompose dichiarazioni sulla necessità di convertire il sistema alle energie alternative e rinnovabili – perché il Sapiens possiede pure una notevole capacità di proclamare intenzioni e volontà che poi quasi mai metterà in atto, a meno che non siano particolarmente deleterie (come quelle belliche, appunto).
Non solo: in alcune regioni del continente europeo abita un Sapiens che, se possibile, mette ancor più fervore nel perseguire l’impegno sopra evidenziato. In Italia, ad esempio, dove nell’estate appena trascorsa la carenza di risorse idriche si è fatta particolarmente grave ma il Sapiens locale, che nel frattempo ha preteso di organizzare i prossimi Giochi Olimpici invernali, finanzia a spron battuto innumerevoli impianti per la produzione di neve artificiale, per i quali serve una quantità immane di acqua che viene tolta alle scorte naturali – e non solo a quelle stagionali – destinate ai suoi simili.
Nel frattempo la crisi energetica si aggrava sempre più e dunque il Sapiens si organizza per razionare usi e consumi dell’energia, con tagli alle forniture e diminuzione delle temperature dei riscaldamenti domestici, dichiarando al riguardo di «sperare l’inverno non sia tanto freddo» (dichiarazione udita dallo scrivente alla radio qualche giorno fa da parte di un Sapiens politico – e non l’unica di questo genere intercettata, peraltro). Sperare che d’inverno non faccia freddo, già. Ma se non dovesse fare freddo sarebbe l’ennesimo segnale di un ulteriore peggioramento della crisi climatica, il che significherebbe che, a fronte del risparmio di una minima parte di risorse energetiche e di un po’ di soldi al riguardo, si manifesterebbe un probabile ulteriore aggravamento delle conseguenze del riscaldamento globale, sicuramente di portata ben più ampia e peggiore di quelle derivanti dall’emergenza energetica e che peraltro finirebbe per aggravare pure questa – come d’altro canto la storia recente ormai insegna. In parole povere il Sapiens, per tentare di salvarsi da un problema di una certa gravità, auspica a se stesso di subire un problema ancora più grave e pressoché irrisolvibile. Si sta scavando la fossa sotto i propri piedi ma, per non rovinare la pala, usa le sue stesse mani.
Ecco. Questa è la situazione del Sapiens contemporaneo, già.
P.S.: per giunta, se d’inverno non facesse freddo come certi Sapiens auspicano, la neve artificiale prodotta sottraendo risorse idriche ai territori pur in presenza di una grave siccità finirebbe per sciogliersi rapidamente, sprecando l’acqua, l’energia impiegata e ovviamente i soldi pubblici investiti al riguardo dai quegli stessi Sapiens. Autoproclamati tali, è bene rimarcarlo.
[Quando a fine Ottocento si pensava di poter arrivare in treno fino in vetta al Cervino… Immagine tratta dal sito web del Club Alpino Svizzero.]Si può identificare una sorta di particolare paradosso – se così lo si può definire – nella relazione tra l’uomo e l’ambiente naturale per come si è sviluppata in maniera crescente nell’era moderna, ovvero dall’industrializzazione in poi e fino ai giorni nostri.
Il paradosso è il seguente: fino a un certo punto l’uomo ha pensato che, con la tecnologia sviluppata grazie al galoppante progresso industriale, avrebbe potuto dominare in maniera concreta e (quasi) assoluta la Natura, soggiogandola ai propri bisogni come mai prima aveva potuto. Lo ha fatto, per certi versi, realizzando spesso opere notevoli e impressionanti ma, tutto sommato, in un modo francamente risibile rispetto alla presenza e alla potenza naturale con le quali si è rapportato. Anzi, a pensarci bene la sua sfida si è rivelata una bella illusione e un frequente sostanziale fallimento, con eccezioni assai rare che col senno di poi non possono certo giustificare qualsivoglia pretesa di “dominazione di successo” sulla Natura come l’uomo credeva e pretendeva in origine, quando pensava di poter giungere ovunque coi propri mezzi di trasporto (vedi l’immagine lì sopra), di colonizzare e costruire città in qualsiasi territorio, anche il più ostico, di controllare i fenomeni meteorologici e i cicli biologici adattandoli alle proprie esigenze, di poter sfruttare e industrializzare le risorse naturali a proprio piacimento e senza limite alcuno, né materiale e nemmeno morale… Be’, invece ecco che la Natura domina ancora e praticamente come secoli fa sulla civiltà umana e la sua tecnologia: basta un nubifragio in un territorio antropizzato/urbanizzato con modalità molto tecnologiche ma poco ecologiche, cioè tramite una forma mentis spadroneggiante e non conciliante, e la suddetta evidenza diventa palese, inutile rimarcarlo. Senza contare che se l’umanità s’è messa da sola nelle grane, climaticamente e non solo, in forza della propria impronta antropica sul pianeta e delle relative conseguenze, la Natura sa e saprà rinnovarsi sempre e come mai l’uomo riuscirà a fare, anche in condizioni che per il cosiddetto Sapiens risulterebbero consone a una potenziale estinzione del suo genere.
Oggi l’uomo contemporaneo, dotato d’una tecnologia ovviamente ben più avanzata che nel passato che parimenti lo potrebbe rendere più dominante d’un tempo, ha piuttosto l’opportunità di rimettersi in equilibrio con la comunque insuperabile dominanza dell’ambiente naturale, di (ri)armonizzarsi meglio che una volta con le sue potenti manifestazioni fenomeniche. Il vero successo odierno del progresso umano sarebbe proprio quello di adattarsi alla Natura senza più pensare di poterla soggiogare, tanto più che l’ambiente naturale di oggi presenta varie criticità ecologiche e climatiche che un tempo non c’erano, o non erano così evidenti, e verso le quali è evidente l’impreparazione umana sia tecnologica che culturale, almeno al momento. Invece, paradossalmente (appunto), l’uomo contemporaneo crede ancora di poter dominare la Natura, di poter vincere sui suoi fenomeni climatici, di poterne ignorare le manifestazioni e gli effetti come se nulla potessero, essi, contro la tecnologia umana, quando invece è del tutto palese che accade il contrario – e sarà ancor più palese, tale realtà, nei prossimi anni.
Se è progredito tecnologicamente, l’uomo, non altrettanto ha saputo fare culturalmente e intellettualmente, almeno in questo ambito. O forse sì, lo avrebbe saputo fare, lo ha fatto, ma non se ne rende conto e, nonostante il suddetto progresso, nei confronti del mondo naturale continua sostanzialmente a ragionare come faceva due o più secoli fa – paradossalmente, ribadisco – convinto di saper sfidare e poter vincere sulla Natura piuttosto di trovare con essa il più proficuo (per l’umanità in primis) e vitale equilibrio. E le conseguenze di questo regresso che l’uomo riesce assurdamente a coltivare nel suo “progresso” le stiamo già vedendo e le vedremo sempre più, nel futuro.
La storia di Alisa, la giovane donna ucraina che porta in spalla per diversi chilometri il proprio anziano cane Pulya il quale altrimenti non poteva reggere il passo nella fuga verso la Polonia per sopravvivere ai bombardamenti russi (una storia, che forse avrete intravisto in giro per il web, simile a molte altre simili riportate dai media in questi giorni di guerra), è l’ennesima dimostrazione che l’empatia verso gli animali è una delle poche cose che rende noi umani veramente umani. Perché altrimenti, quando restiamo “tra di noi” – noi “Sapiens”, quelli che chiamano “animali” le altre creature – non facciamo che combinare terribili disastri, inesorabilmente.
Su tale questione ci scrivevo giusto poco più di un anno fa questo post(uno dei diversi che ho vi dedicato nel tempo, peraltro); purtroppo l’uomo, riguardo a chi sia più umano tra se stesso e gli animali, non perde mai occasione per fornire cronache atte a formulare la risposta più giusta, ecco.