I grandi sanatori alpini, un patrimonio culturale prezioso che sta andando alla rovina

[L’ex sanatorio di Piotta, nella Svizzera italiana. Foto ©CdT/Chiara Zocchetti.]
La notizia data dalla stampa della Svizzera italiana, lunedì 24 novembre, della messa all’asta del grande ex Sanatorio di Piotta, posto a 1150 metri in alta Valle Leventina (Canton Ticino) e chiuso da anni, in forza del fallimento della società anonima che lo voleva ristrutturare al fine di realizzarvi un campus per sportivi d’élite, mi riporta alla mente la presenza, sulle Alpi anche italiane, di numerosi di questi grandi edifici, nati a cavallo tra Ottocento e Novecento per la cura delle malattie polmonari come la tubercolosi, e oggi spesso abbandonati e cadenti.

Penso ad esempio a quelli presenti in Valtellina a Prasomaso, a Borno in Val Camonica, entrambi in serio degrado, oppure a Cuasso al Monte, sulle Prealpi Varesine, quest’ultimo in parziale ristrutturazione. Il complesso sanatoriale di Prasomaso in particolar modo, vista la particolarità delle sue strutture, la grandezza e lo stato di rovina ormai avanzato, induce a una riflessione sulla sorte che tali grandi edifici potrebbero subire o dovrebbero godere. Considerando poi che non vi sono solo i complessi ex sanatoriali ma pure altri stabili che in passato ebbero comunque un uso pubblico: alberghi, colonie, alloggi industriali, edifici militari, eccetera.

Se da un lato queste strutture rappresentano un patrimonio edilizio di grande valore nonché di notevole pregio architettonico – il periodo nel quale vennero costruiti ha reso molte di esse dei capolavori del Liberty – che offrirebbe numerose potenzialità di riutilizzo, dall’altro le difficoltà di recupero evidenziate dalla vicenda dell’ex Sanatorio di Piotta, date innanzi tutto dalla grandezza degli stabili e dalla loro vetustà, rende per molti aspetti alquanto buio il loro futuro. Tuttavia, posto quanto sopra rimarcato, assistere indifferenti alla loro decadenza non mi sembra un atteggiamento così apprezzabile, soprattutto da parte delle istituzioni e in considerazione di quante risorse pubbliche si spendono e spesso si sprecano per opere e progetti montani sostanzialmente inutili, anche in supporto a iniziative private.

Credo che si potrebbe almeno provare a immaginare quali potenzialità latenti gli ex sanatori sarebbero in grado di concretizzare e, dunque, i possibili riutilizzi delle loro strutture anche per capire l’entità economica degli interventi necessari e la loro relativa sostenibilità. Altrimenti mi viene da pensare che, rispetto alla noncuranza assoluta circa la loro inesorabile rovina e alla pericolosità conseguente per chi vi si trovasse nei pressi (lecitamente o meno), se proprio per tali strutture non si sapesse elaborare alcuna ipotesi di futuro tanto vale procedere all’abbattimento e alla successiva rinaturalizzazione dei luoghi. Sarebbe una fine parecchio triste ma non così tanto come quella data dalla visione del loro possibile futuro crollo e del cumulo di macerie risultante, in mezzo a boschi bellissimi e nel meraviglioso paesaggio montano d’intorno.

Breve e suggestiva storia del Vernagtferner, uno dei ghiacciai più raffigurati e temuti delle Alpi

Nell’immagine qui sopra potete vedere quella che è la prima raffigurazione in assoluto di un ghiacciaio delle Alpi. È datata 9 luglio 1601 e mostra il Rofener Eissee, un bacino che si formò quando la lingua glaciale del Vernagtferner, uno dei più grandi ghiacciai delle Alpi Venoste in Tirolo a poca distanza dal confine italiano, nella Piccola Era Glaciale (cioè dalla metà del XIV alla metà del XIX secolo) avanzò fino al fondovalle della Rofental, a una quota di circa 2100 m, e la sbarrò completamente. Si formò così un grande lago, lungo 1,5 km e con un volume di acqua di 11 milioni di m3 sulla cui superficie navigavano numerosi iceberg di ogni taglia.

Tale circostanza, nel luglio 1601, indusse le autorità tirolesi a inviare una missione di indagine e sorveglianza del fenomeno «affinché la valle Ötztal e soprattutto la valle dell’Inn non subissero alcun danno». La raffigurazione del ghiacciaio e del lago proglaciale, attribuita a Abraham Jäger e custodita presso il Tiroler Landesmuseum di Innsbruck, correda i resoconti di quella missione “glaciologica” primigenia, che tuttavia non poté fare nulla contro le numerose esondazioni del Rofener Eissee che si susseguirono fino a metà dell’Ottocento, spesso in modi catastrofici e con ondate di piena che giunsero persino a Innsburck, a più di 100 km di distanza.

[Un panorama recente del Vernagtferner. Immagine tratta da http://vernagtferner.de/.]
La storia così drammatica del Vernagtferner l’ha reso uno dei ghiacciai più osservati e studiati delle Alpi, cosa che contribuì qui più che altrove a gettare le basi della moderna scienza glaciologica. Le frequenti avanzate e ritirate della fronte destavano tanto interesse negli scienziati quanta preoccupazione negli alpigiani, che sovente e in pochi anni vedevano sparire i loro pascoli sotto il ghiaccio avanzante generando fervide suggestioni e alimentando quelle tipiche superstizioni che immaginavano i ghiacciai come dei mostri ciclopici dal corpo di ghiaccio che periodicamente scendevano dalle montagne più alte per distruggere e/o “castigare divinamente” i poveri valligiani sottostanti. Al riguardo ho trovato una bellissima illustrazione (la vedete qui sotto), una sorta di graphic novel ante litteram del disegnatore Rudolf Reschreiter datata 1911, che raffigura il geografo e naturalista tedesco Sebastian Finsterwalder, il padre della fotogrammetria glaciale (la tecnica che utilizza la fotografia per ricostruire superfici tridimensionali a partire da foto bidimensionali), il quale viene aggredito, ingoiato e poi sputato dalla mostruosa fronte del Vernagtferner durante una delle ultime avanzate del ghiacciaio.

Ancora oggi il Vernagtferner è uno dei più estesi apparati glaciali delle Alpi Orientali nonostante la fortissima perdita di massa e di superficie che ha causato la scissione del ghiacciaio in due parti, occidentale e orientale, non più collegate: rispetto al fondovalle della Rofental che aveva “tappato” e che raggiungeva fino a metà Ottocento, oggi la fronte del Vernagtferner si trova a più di 4 km di distanza e a una quota superiore di quasi 700 metri.

[Foto di Whgler, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Particolarmente emblematiche – e inquietanti – sono le immagini che mostrano la vallata glaciale ad un secolo di distanza nei pressi del Rifugio Vernagthütte, a 2755 m di quota. L’immagine superiore è del 1915 e mostra una lingua glaciale ancora ben gonfia e imponente a poca distanza dal rifugio e quasi alla stessa altezza. Quella inferiore è invece del 2020: il ghiacciaio è scomparso e la Vernagthütte (nel circolo giallo) si trova a più di 150 metri sopra al fondovalle ove scorre il torrente di ablazione. Secondo le previsioni basate sull’attuale andamento climatico, entro pochi decenni il Vernagtferner, un tempo così enorme e minaccioso, si frammenterà in tanti piccoli apparati i quali, posta anche l’esposizione meridionale del loro versante e nonostante l’altitudine superiore ai 3500 m, finiranno per fondere e sparire completamente.

Ghiacciai che fondono e cervelli già fusi

Resto sempre (più) basito nel leggere i commenti alle notizie sui fatti climatici che gli organi di informazione pubblicano – ultima della serie (la vedete lì sopra) quella della testata svizzera “Tio.chsulla sparizione ormai imminente del Ghiacciaio del Basòdino, un tempo tra i più vasti del Cantone Ticino. Non resto basito tanto per il solito negazionismo, così forzato di fronte alla realtà delle cose da risultare ormai grottesco, o per l’ancora più ridicolo antiscientismo, quanto per la superficialità estrema con la quale, a quanto sembra, molte persone considerano la crisi climatica.

I ghiacciai delle Alpi spariscono? «Ce ne faremo una ragione», «Se si scioglie un po`di ghiaccio sarà per una giusta causa», «Prima o poi torneranno», e via di questo passo. Un atteggiamento che mi ricorda quella nota storiella del tizio che precipita da un grattacielo alto cinquanta piani e, giunto a dieci piani da terra, dice «Be’, dai, fin qui tutto bene!»

Non solo costoro non capiscono/non vogliono capire ciò che sta accadendo, ma evidentemente non capiscono nemmeno loro stessi e che ci stanno a fare al mondo.

Cos’è? Immane ignoranza della realtà? Stupidità spinta all’eccesso? Forse è il frutto di autentiche carenze cognitive, o si tratta già di conclamata demenza?

Un momento… forse ho capito. Siccome è evidente che queste persone non usano il proprio cervello, e dato che il cervello umano è composto da ben il 75-85% di acqua – una percentuale fondamentale per il suo corretto funzionamento – a loro non interessa se a breve verrà a mancare l’acqua immagazzinata nei ghiacciai scomparsi. Non gli serve, appunto.

Il negazionismo è una forma di pazzia e con i pazzi non si ragiona. Si può persuadere chi nega la realtà che la realtà è differente? Molto difficilmente.

[Umberto Galimberti]

P.S.: le immagini del Ghiacciaio del Basòdino sono tratte dal sito web della Repubblica e Cantone Ticino; quella sopra è del 1991, qualla sotto del 2022.

L’inevitabile fine dello sci, anche per chi non ci vuol credere

P.S. – Pre Scriptum: dissertare di sci e neve anche in piena estate? Certamente! Perché la crisi climatica e le dinamiche socio economiche che condizionano il turismo sciistico non fanno le ferie estive, e perché quanto accade sulle montagne ha bisogno di costante attenzione e visione lunga nel tempo: qualcosa che sovente manca, nella gestione del turismo invernale – e le conseguenze negative di ciò si vedono, purtroppo.

[Le piste di Nara, stazione sciistica in Valle di Blenio, Canton Ticino, senza neve nel febbraio 2023.]

Il cambiamento climatico sta trasformando la Svizzera e questo è particolarmente evidente nelle regioni turistiche. “L’aumento delle temperature è fatale per le attività turistiche sugli sci”, afferma Monika Bandi, direttrice del Centro di ricerca sul turismo dell’Università di Berna. “A ciò si aggiungono precipitazioni intense più frequenti in estate, inverni con meno pioggia e lo scioglimento del permafrost, che può rendere instabili i pendii”.
Il problema maggiore legato all’aumento delle temperature riguarda però le località di sport invernali. “Garantire 100 giorni all’anno con un manto nevoso di 30-50 cm sta diventando sempre più irrealistico”, afferma Bandi. Secondo una scheda informativa di Funivie Svizzere, l’isoterma di zero gradi salirà di altri 300 metri entro il 2050. In futuro, le precipitazioni cadranno più sotto forma di pioggia che di neve, soprattutto all’inizio e alla fine dell’inverno. La stagione sciistica sarà quindi più corta. I cannoni da neve non potranno compensare questa mancanza, poiché funzionano solo nei giorni con temperature inferiori a 0 °C.
Quanto saranno profonde le trasformazioni per le stazioni sciistiche svizzere è difficile da prevedere. “Oggi non sono più molti i bambini che imparano a sciare”, osserva Monika Bandi. Tra 10 o 20 anni, s’interroga la ricercatrice, ci sarà ancora il desiderio di spendere 80 o 100 franchi per una giornata sugli sci?
Anche l’associazione Funivie Svizzere prevede un calo della domanda nella sua strategia di adattamento. Già oggi, oltre 60 impianti di risalita sono all’abbandono e con l’aumento delle temperature il loro numero è destinato a crescere.

[Brani tratti dall’articolo Come il cambiamento climatico mette sotto pressione il turismo in Svizzera, pubblicato su “Swissinfo.ch” il 15 luglio 2025.]

C’è poco da commentare e molto da riflettere, a fronte di tali evidenze. In Svizzera da tempo lo stanno facendo, in Italia molto meno. Certo li posso capire, i gestori dei comprensori sciistici, messi ormai con le spalle al muro dalla crisi climatica, dalla situazione economica, dal cambio dei costumi e delle abitudini di chi frequenta le montagne in inverno.

[Immagine tratta da www.radiocittafujiko.it.]
Ma a fronte della comprensione delle loro difficoltà, quei gestori (e i loro sodali, soprattutto in politica) devono a loro volta comprendere che in molte località l’attività sciistica è ormai al capolinea (se non già oltre) e che la loro perseveranza nel continuare a mantenerla e a rifiutare la transizione a forme di frequentazione turistica invernale più consone ai tempi non è affatto una forma di resilienza ma un’imposizione di sofferenza alle montagne e alle loro comunità, tenute in ostaggio di quel loro business ormai esaurito e per ciò incapaci – ovvero privati degli strumenti al riguardo – di sviluppare ogni altra forma di economia ecosistemica locale. Realtà ancora più grave nel caso in cui i finanziamenti pubblici, invece di sostenere lo sviluppo socioeconomico locale, vengano impiegati per realizzare nuovi impianti e piste di discesa a quote dove ormai lo sci è ormai qualcosa di utopico.

È difficile cambiare, certamente, ma è altrettanto ineludibile: altrimenti non saranno solo gli impianti e le società che li gestiscono a fallire e chiudere ma l’intero territorio che li ospita. Un’eventualità che non è possibile accettare, in nessun modo.

Una delle montagne più celebri delle Alpi è pure una delle più basse… ma contribuì a “inventare” il panorama

(Articolo originariamente pubblicato su “L’AltraMontagna” il 23 maggio 2025.)

[Il Monte San Salvatore visto dal lungolago di Lugano. Foto di Walter Kärcher da Pixabay]
Una delle montagne più famose delle Alpi, e della Svizzera in particolar modo, è anche una… delle più basse! È il Monte San Salvatore, in Canton Ticino, alto solo 912 metri ma la cui vicinanza con la città di Lugano, fin dai tempi del Grand Tour meta di viaggiatori e turisti ante litteram, nonché l’imponenza nel paesaggio luganese e del Ceresio, l’ha reso celeberrimo. Soprannominato il “Pan di Zucchero” di Lugano, stante la sua somiglianza con la nota montagna di Rio de Janeiro, e sempre più visitato dai turisti che giungono in Ticino (nel 2024 con la funicolare sono saliti sul monte 255mila persone e nel 2022 ha viaggiato il 19milionesimo passeggero della sua storia, senza contare chi vi giunga a piedi lungo uno dei tanti sentieri) il San Salvatore oggi è compreso nell’Inventario federale dei paesaggi, siti e monumenti naturali d’importanza nazionale della Svizzera anche in forza del suo peculiare paesaggio culturale: «Malgrado la chiara vocazione turistica e la città che avanza ai suoi piedi, il Monte San Salvatore conserva un carattere prevalentemente naturale e i pochi elementi culturali risultano isolati e spesso celati dal fitto manto boschivo», come segnala la giustificazione del titolo di “Sito di importanza nazionale”.

Proprio in tema di paesaggio culturale, il Monte San Salvatore possiede anche una grande importanza storica nello sviluppo del turismo: l’apertura nel 1890 della funicolare che raggiunge la vetta, uno dei primi impianti del genere nelle Alpi, ha contribuito a sviluppare un fenomeno fondamentale per la frequentazione turistica delle montagne, che oggi viene dato per scontato e ovvio ma che un tempo non lo era affatto: la panoramicizzazione del paesaggio. Un fenomeno che ha cambiato radicalmente la prospettiva non solo visiva ma pure culturale del turismo montano, determinandone profondamente l’immaginario collettivo.

In effetti sulle montagne, anche prima dell’avvento dell’alpinismo e al netto di leggende superstizioni varie che sulle vette piazzavano draghi e demoni, ci si è sempre saliti. Il Monte San Salvatore è stato meta di pellegrinaggi fin dal Duecento: dalla stessa epoca è attestata la presenza di una cappella votiva sulla vetta, dove ora sorge la caratteristica chiesetta dedicata al santo che ha dato il nome al monte. Certamente chi giungeva sulle vette alpine si soffermava a guardarsi intorno e a osservare cosa vi fosse al di sotto, ma probabilmente non elaborava la sua visione attraverso il concetto di “panorama”, che derivò da quello di “paesaggio” nato solo nel Cinquecento grazie alle opere dei pittori fiamminghi – detti poi paesaggisti, appunto. D’altro canto anche il “panorama” inteso come rappresentazione pittorica del paesaggio solitamente posta su una superficie circolare, che a sua volta contribuì a elaborare il concetto, nacque a fine Settecento e su diffuse nel corso del secolo successivo, guarda caso in contemporanea con la nascita dell’alpinismo come attività ludica. Qualche decennio dopo, grazie al progresso tecnologico, si cominciarono a costruire le prime funicolari: quella del Vesuvio, aperta nel 1882, fu la più antica tra quelle ascendenti un monte, ma l’impianto del San Salvatore avrebbe potuto precederla se la sottoscrizione aperta nel 1870 (per giunta da un intraprendente locandiere fiorentino, tale Stefano Siccoli, che gestiva la modesta osteria esistente in vetta) al fine di raccogliere fondi per la sua realizzazione avesse avuto successo. Così non fu, e la funicolare si poté aprire solo vent’anni dopo.

[La vetta del Monte San Salvatore con la città di Lugano e il ramo orientale del lago in versione diurna e crepuscolare.]
In ogni caso, proprio grazie a questi impianti all’epoca futuristici che consentirono a chiunque di raggiungere le vette di un numero crescente di montagne, il “panorama” divenne non più solo una nuova modalità di visione del paesaggio ma pure un’attrazione turistica, un buon motivo per raggiungere le sommità montane per scopi ricreativi… [continua su “L’AltraMontagna”, cliccate qui sotto:]


(Tutte le immagini presenti nell’articolo, ove non diversamente indicato, sono tratte dal sito web www.montesansalvatore.ch e dalla pagina Facebook “Monte San Salvatore SA“.]