Ciò che è accaduto martedì 8 dicembre scorso nella partita di calcio per la “Champions League” PSG-Basaksehir (cliccate sull’immagine per saperne di più) è tanto grave – l’episodio razzista – quanto ammirevole – la partita sospesa per decisione comune delle due squadre di uno sport, il calcio, che purtroppo resta ancora, con i suoi stadi, un covo per il razzismo più becero e schifoso, tale proprio perché manifestato in un momento ludico.
Non ci sono ne “se” e ne “ma” al riguardo: il razzismo non va semplicemente contrastato, va concretamente distrutto. E i razzisti non possono essere semplicemente messi al bando, vanno socialmente perseguitati e culturalmente annientati.
Loro che a fare i razzisti si credono i più forti, duri e puri, sono in verità la parte più debole, alterata e nociva della società. Quella parte che proprio loro stessi definirebbero “razza inferiore”, già.
Non è una questione di idee sostenute o di relative parti politiche: un’idea, in forma di opinione politica o altro di similare, anche quando discutibile resta un’espressione di libertà democratica; un atteggiamento come il razzismo è sempre e comunque un crimine e come tale va trattato, indiscutibilmente.
[Foto di Couleur da Pixabay.]In tema di restrizioni da Dpcm legate al periodo di pandemia in corso e di polemiche costanti e galoppanti al riguardo, mi sembra che il nocciolo “politico-morale” della questione non sia la limitazione della “libertà” personale, peraltro contestata più di frequente da chi in altre sue idee si permette di negare le libertà altrui (e poi, libertà come concetto: parliamone e definiamo di che cosa stiamo discutendo, prima di sproloquiare sul termine e sul suo significato!) ma sia invece la disuguaglianza di diritti che le restrizioni provocano: per certi aspetti inevitabile e dunque necessariamente ammissibile ma, per altri aspetti, temo troppo sottovalutata e trattata sbrigativamente ovvero superficialmente, piegata a meri diktat burocratici avulsi dalle consistenze sociali, al punto da apparire quasi incostituzionale oltre che, francamente, piuttosto illogica se non ridicola.
D’altro canto, le disquisizioni sul tema mi sembra che continuino a restare chiuse in “singolarismi” piuttosto netti e indiscutibili: lo fa la politica, normando la questione in modo formalista e pedissequo per mere ragioni di scarico delle responsabilità e di incapacità conscia o meno di agire diversamente (sia che ciò significhi più rigidamente oppure meno, non è questo il punto); e lo fa l’ambito privato, nel quale si pone reiteratamente l’accento sulla “libertà”, appunto, ma come mero diritto egoistico, di difesa del proprio orticello personale, nuovamente in un modo che scarica le implicazioni dei propri comportamenti civici sugli altri.
Credo ci vorrebbe più attenzione e accuratezza politica, da una parte, e più senso civico e di comunità dall’altra. Ribadisco: è ovvio che delle “restrizioni” applicate dall’alto alla sfera pubblica possano provocare situazioni di limitazioni e squilibri, lo segnala il termine stesso, e se devono necessariamente essere messe in atto vanno poi considerate e adempiute; ma se la loro attuazione è basata più su una volontà da “taglio della testa al toro” così ignorando altre possibili soluzioni o quanto meno senza provare a riflettere su eventuali alternative e sulle loro potenziali efficacie, il pericolo è che quelle restrizioni finiscano per soffocare ancor più lo sviluppo di un adeguato e imprescindibile senso civico nella società. Per di più in una società come quella italiana che certamente, in quanto a consapevolezza civica, di strada ne deve fare tantissima: una situazione che giustifica per certi versi quelle restrizioni ma, io credo, non educa la società al riguardo. Col pericolo che in futuro, se dovesse mai capitare una nuova emergenza come quella attuale, ci ritroveremo nella stessa situazione senza aver imparato un bel niente: non è semmai proprio questa, a ben vedere, una delle più tristi e perniciose autolimitazioni della libertà?
[Foto di Federico Bottos da Unsplash.]Be’, direi proprio che, riguardo quanto scrivevo qui in tema di condizioni meteoclimatiche favorevoli e lockdown, siamo di fronte a un’altra palese conferma di una potenziale nuova Legge di Murphy dell’era-Covid, ovvero di un suo corollario invernale che più o meno potrebbe suonare così:
Se si vuole che nevichi in montagna come raramente accade, si chiudano per decreto impianti e piste da sci.
Posto che il suo contrario – qualcosa come «Aprite i comprensori sciistici e non nevicherà per quasi tutto l’inverno» – è a sua volta una legge del tutto assodata, che rappresenta emblematicamente la realtà climatico-economica di tante stazioni sciistiche alpine. D’altro canto da qui al 6 gennaio, giorno in cui salvo nuovi decreti le piste da sci potranno riaprire, non è detto che un caldo inopinato non sciolga gran parte della neve caduta in queste ultime ore. Dacché i Dpcm cambiano quasi giornalmente ma pure l’andamento climatico degli ultimi anni non scherza affatto in quanto a cambiamenti fuori dall’ordinario!
Insomma: verrebbe quasi da chiedersi se non sia che, per ripristinare un clima più normale in montagna, si debba sul serio chiudere i comprensori sciistici e trasformarli in località nelle quali praticare tutte le altre attività alpine “non meccanizzate”. Bisognerebbe proprio chiederselo, già.
La vita d’alpeggio, al di là delle idealizzazioni che sempre trasfigurano gli scampoli dei ricordi, era vita dura. La responsabilità per l’integrità degli armenti era assai sentita dai pastori e i lunghi momenti di solitudine trascorsi seguendone gli spostamenti alimentavano talora profonde angosce. I confinati, anime che non meritano neppure l’inferno, erano il timore più vivo degli alpigiani. Dimoravano nelle pietraie deserte a ridosso degli alpeggi, sotto rupi corrucciate, e di notte il sordo rumore del loro dar di mazza maledetto per frantumare senza costrutto quel mare di pietre risuonava nelle orecchie dei pastori che dormivano in quei luoghi per curare gli armenti. Guai a voler essere troppo curiosi, guai a cercare fra le pietre scovando qualche mazza: si rischiava di essere condannati a condividere la loro miserevole sorte. E di giorno il pastore isolato poteva cadere preda di una paura ancora più profonda, il “solengo” o “solastro”, quel sentimento di panico smarrimento che prende chi si trovi da solo di fronte alla natura smisurata e potenzialmente ostile.
Trovo molto interessante questo bel brano di Massimo Dei Cas se messo in relazione a quanto invece ho scritto qui, qualche tempo fa, sul personale godimento della solitudine in montagna (e non solo lì).
D’altro canto «quel sentimento di panico smarrimento di fronte alla natura smisurata e potenzialmente ostile» lo riscontro tutt’oggi in modo molto diffuso, tra i “cittadini” sicuramente ma pure, ancora, tra i montanari: in altre forme rispetto al passato, certamente meno legate a suggestioni sovrannaturali eppure animate dallo stesso principio di ostilità e di soggiogamento verso il monte, che in qualche modo si tramuta in giustificazione per la sottomissione “violenta” della Natura montana e del suo territorio, da “controllare” e imbrigliare a tutti i costi attraverso opere di antropizzazione mal concepite nella teoria ed esasperate nella pratica ma d’altro canto atte a conformare il paesaggio ai relativi immaginari collettivi desiderati e ritenuti “normali” dagli uomini in tema di monti.
Sì, esiste ancora oggi la paura di restare preda del solengo sulle montagne, in ostaggio della loro potente, soverchiante Natura, lontani dalla “civiltà” e dai suoi agi, abbandonati dal progresso, dimenticati da tutti: ecco dunque che, pensando di poter contrastare questa situazione, si fanno e si lasciano fare ai monti cose che sarebbero fuori luogo in città, figuriamoci in ambienti tanto ostici e delicati. Alla fine questo è il modo contemporaneo, simile nel concetto pur inconscio a quello d’un tempo, per scacciare le entità maligne, i demoni e i draghi che popolano i monti il più lontano possibile dalla propria quotidianità, garantendosi il dominio più ampio possibile sul territorio e sulle forze della «Natura smisurata». È un tentare di dar misura e dunque valore, riconoscibilità, acquisire controllo alla/sulla montagna, appunto: un tentativo che, tuttavia, ad uno sguardo attento e sensibile, appare sempre e comunque come pletorico, tanto esagerato nella forma quanto vano nella sostanza.
Forse, come scrivevo in quell’articolo, si otterrebbe di più riuscendo ad accettare la nostra misura nella dimensione della relazione con la montagna e la Natura, armonizzandoci ad essa e semmai su di essa, e non su immaginari sovente artificiosi e falsanti, costruire concretamente lo sviluppo della nostra presenza sui monti, in questo modo non più meramente riferita a noi stessi (dunque assai biecamente autoreferenziale) ma, appunto, ai monti stessi e alla loro autentica realtà geoculturale: un mondo montano da vivere pienamente e consapevolmente, non più da sottomettere prepotentemente e comunque vanamente.
Altrimenti saremo sempre preda del più inconscio eppure pernicioso solengo, lassù sulle montagne, con tutto ciò che di inopportuno ne può conseguire.
Ma… (sapete, io non guardo la tivvù, dunque non so) dite che il tizio qui sopra avrà nuovamente il coraggio di andare in tivvù a sproloquiare scempiaggini oroscopare, ora che viene il periodo “consono” ad esse, nonostante la figura di me**a in quel video fissata a imperitura memoria? E dite pure che, malgrado la suddetta maleodorante figura (macroscopica ma in effetti una tra innumerevoli), ha continuato a trovare e ancora troverà persone pur (formalmente) dotate di intelletto che gli daranno credito, per di più così garantendogli laute entrate finanziarie? Cioè, in generale, dite che pur se ormai siamo quasi nell’anno 2021 – duemilaventuno – ancora c’è gente che crede agli oroscopi e, soprattutto, a tutta questa ridicola risma di astrologi-oroscopari del menga?
P.S.: ve l’avevo detto che sarebbero state domande assolutamente insensate! Eh!