Mario Merz, Hangar Bicocca, Milano

Comincio dalla fine, ovvero affermando una cosa che potrebbe benissimo chiudere il testo che state per leggere e che invece voglio affermare – anzi, ribadire fin da subito: l’Hangar Bicocca è uno dei luoghi per l’arte più belli e fondamentali d’Europa. Così bello da essere se stesso opera d’arte da visitare, e così fondamentale da rappresentare uno dei più esaltanti contenitori per l’arte contemporanea che ci siano – e intendo “esaltanti” anche nel senso di capaci di accrescere il fascino e il valore emozionale delle opere in esso esposte.

Dovevo dirlo, tutto questo, perché indubbiamente Igloos, la mostra di Mario Merz ospitata dall’Hangar Bicocca fino al prossimo 24 febbraio, dialoga a meraviglia con i vasti e meravigliosi spazi scuri delle “Navate”. Ammetto che non conoscevo granché bene i pur celeberrimi e iconici lavori dell’artista milanese (ma torinese d’adozione), e il vagare esplorativo tra di essi (ben 31 igloos sparsi negli spazi espositivi in modo solo apparentemente entropico, più un’installazione a parete), agevolato dalla preziosa ed esauriente guida a disposizione dei visitatori, mi ha profondamente affascinato.

Ben più complessi di quanto potrebbe sembrare, veri e propri oggetti superdimensionali sia in termini spaziali che temporali, gli igloos sono sorprendenti medium che come pochi altri lavori artistici sanno essere messaggio senza sfuggire dal loro naturale compito di messaggeri. Anzi, in qualche modo la potente materialità di essi, sempre diversa, sempre “filosofica” e speculativa ben oltre le apparenze, accresce la forza e la concretezza delle narrazioni trasmesse, aprendo di volta in volta ulteriori vasti spazi di riflessione. Definite dallo stesso Merz capanna, tenda, cupola, ventre, cranio, terra, danno al visitatore l’impressione di essere – aggiungo all’elenco un’ennesima definizione possibile – “biosfere artistiche” piantate nella superficie del luogo espositivo che al loro interno custodiscono leggi fisiche proprie, forse differenti da quelle all’esterno, certamente in grado di attivare costanti flussi energetici tra dentro e fuori, e tra chi fuori vi si avvicina, vi gira intorno, entra in contatto, ne percepisce la materialità e, ribadisco, può percepire quanta materia narrativa ne fuoriesce.

La notevole bellezza dell’allestimento all’Hangar Bicocca, poi, è data anche dal sentirsi, quando si visita la mostra, come in mezzo a una vera e propria città di igloos, un inopinato paesaggio “urbano” artificiale e al contempo ambientale i cui spazi tra le varie installazioni determinano, per così dire, un’ideale, aurea dimensione della/per la riflessione: il riflesso delle ombre dei vari igloos sul pavimento, della luminosità dei neon e delle altri fonti di luce che sovente fanno parte dei lavori, la relativa percezione delle forme e della materialità di essi, ma anche della riflessione intesa in senso intellettuale che i lavori sanno suscitare e che acquisisce a sua volta un’inopinata “materialità”, come se gli igloos fossero pure macchine amplificatrici del pensiero, delle sensazioni, delle visioni mentali, delle percezioni emozionali.

Il tutto a sua volta amplificato, lo ripeto, dalla potenza quasi sacrale degli spazi e delle forme del (neo)luogo-Hangar Bicocca, vera e propria cattedrale dell’arte e della cultura più alte e indispensabili che, sotto la guida del direttore Vicente Todolí (curatore anche della mostra di Mario Merz in collaborazione con la Fondazione Merz), sta elevando il proprio prestigio a vette sempre maggiori, sempre migliori.

Insomma: bellissima mostra di un artista tra gli italiani più grandi del Novecento in un bellissimo e necessario posto – nel quale, ovviamente, non ho mancato di andare in ennesimo pellegrinaggio ai Sette Palazzi Celesti di Anselm Kiefer, ogni volta come la prima volta una grande emozione. Credo non ci sia nemmeno bisogno di affermare quanto sia raccomandabile la visita, no?

La povertà come scuola per lo scrittore

Non mi rammarico della povertà che ho vissuto. Se si deve credere a Hemingway, la povertà è una scuola irrinunciabile per uno scrittore. La povertà rende una persona perspicace. Eccetera.
È curioso che Hemingway lo abbia capito solo dopo esser diventato ricco.

(Sergej DovlatovLa valigiaSellerio Editore, Palermo, 1999-2017, traduzione di Laura Salmon, pag.94. Cliccate sulla copertina del libro qui accanto per leggerne la mia “recensione” e, comunque, leggetelo senza remore, Dovlatov, che è sempre una delizia farlo anche se non siete poveri – e spero che non lo siate mai stati e non lo sarete mai. Se poi siete ricchi come Hemingway, tanto meglio!)

Il mondo di oggi nella matita appuntita (e pungente) di Quino

Joaquín Salvador Lavado Tejón, in arte Quino, è conosciuto ovunque e da tutti per essere il “padre” di Mafalda. Meno conosciute invece, proprio perché nascoste, per così dire, dalla grande popolarità della ragazzina terribile – e terribilmente sagace -, sono le tante altre sue tavole che in poche vignette, con pungentissimo humor e illuminante chiarezza (per di più senza nemmeno aver bisogno di dialoghi) riescono a illustrare alcune delle più controverse verità del mondo in cui viviamo.

Come la tavola qui sopra, dedicata al rapporto o, meglio, all’antinomia tra libertà e potere, o quella sottostante, che ancor meno abbisogna di commenti. Lavori, peraltro, anche di qualche lustro fa eppure sempre attualissimi. Drammaticamente attuali, per questo di gran valore e meritori di massima conoscenza, quella che nel mio piccolo sto cercando di agevolare ora, qui.

Salviamo il linguaggio! (Lo diceva Calvino, già 35 anni fa – parte III)

Vorrei aggiungere che non è soltanto il linguaggio che mi sembra colpito da questa peste. Anche le immagini, per esempio. Viviamo sotto una pioggia ininterrotta d’immagini; i più potenti media non fanno che trasformare il mondo in immagini e moltiplicarlo attraverso una fantasmagoria di giochi di specchi: immagini che in gran parte sono prive della necessità interna che dovrebbe caratterizzare ogni immagine, come forma e come significato, come forza d’imporsi all’attenzione, come ricchezza di significati possibili. Gran parte di questa nuvola d’immagini si dissolve immediatamente come i sogni che non lasciano traccia nella memoria; ma non si dissolve una sensazione d’estraneità e di disagio. Ma forse l’inconsistenza non è nelle immagini o nel linguaggio soltanto: è nel mondo. La peste colpisce anche la vita delle persone e la storia delle nazioni, rende tutte le storie informi, casuali, confuse, senza principio né fine.

(Italo Calvino, “Esattezza“, da Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, 1a ediz. 1988.)

Si dimostra “chiaroveggente” in modo incredibile, Calvino, in questo brano delle Lezioni Americane, che pare una descrizione degli attuali social media scritta oggi, non 35 anni fa. Ma anche più avanti il grande scrittore ci offre un’illustrazione sorprendentemente attuale della nostra civiltà, ove segnala che, in fondo, le immagini sono inconsistenti perché il mondo è inconsistente, perché lo è la vita di molte, troppe persone, per le quali le immagini diventano l’unica manifestazione paradossalmente possibile, invero del tutto virtuale e priva di autentica vitalità se non di vera umanità. D’altro canto cosa sono “le storie informi, casuali, confuse, senza principio né fine” se non, pure qui, una profetica definizione del presente che viviamo, del tutto correlabile al concetto baumaniano di società liquida ovvero della “forma” con cui spesso si manifestano le (non) relazioni sociali odierne?

Sono passati 35 anni, appunto. E non sono passati bene, ahinoi.

Samonios/Samhain

(Marie Jamieson, “Samhain Bonfire”, composizione digitale, 2011.)

Aria, Fuoco, Acqua, Terra,
Elementi di nascita astrale,
Vi chiamo ora, ascoltatemi!
Entro il Cerchio, esattamente formato,
Scevro da maledizione o rovina,
Vi chiamo ora, venite a me!
Dalla grotta e dal deserto, dal mare e dalla collina,
Con la bacchetta, la lama e il pentacolo,
Vi chiamo ora, siate al mio fianco!
Questa è la mia volontà, così sia!

(Invocazione rituale tradizionale agli Elementi nella notte di Samonios/Samhain. Perché ravvivare ogni tanto il proprio ancestrale spirito pagano è necessario. Anzi, fondamentale!)