Maschere senz’anima

C’è un’altra faccia che mi suscita una strana impressione, per metà paura e per metà una specie di macabra fascinazione. Penso che si trattasse della moglie del capo di un campo di concentramento ad Auschwitz che aveva avuto un certo potere e approfittato di una terribile e perversa libertà: si era fatta costruire uno sgabello con ossa umane e un paralume di pelle umana con punti neri e marroni. Di questa donna si potevano vedere due fotografie: nella prima un viso indurito, divenuto una maschera senz’anima, di una bruttezza inumana. Accanto una fotografia di quando era giovane, all’epoca dei suoi diciotto anni: un bel visetto dolce e buono, con un sorriso un po’ malizioso, soave come un giorno di primavera.

(Oscar Peer, Il rumore del fiume, Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult, pagg.309-310. Cliccate sull’immagine qui sotto per leggerne la mia “recensione”.)

Ripensando a questo passaggio del libro di Peer, inevitabilmente mi tornano alla mente certi visi, certe espressioni, certe maschere che in questi giorni si vedono di frequente, sui media.

Sarà solo una mia suggestione, non lo metto in dubbio. Ma è inevitabile, appunto. Pensando ad altri momenti della storia recente me ne verrebbero in mente altre – la scelta purtroppo è assai varia e assortita, da qualsiasi parte la si contempli – tuttavia ora sono queste, a cui penso. Già.

Nel museo d’arte di Tallinn

[…] Due opere in particolare attraggono la mia attenzione, messe l’una accanto all’altra in un accostamento a dir poco drammatico – anzi, parecchio tragico! – le quali nuovamente finiscono per indagare non solo la storia politica nazionale ma pure il tribolato rapporto tra estoni e russi in chiave psicosociale. A destra, un classico ritratto di Iosif Stalin, colui che riportò l’Estonia sotto il controllo totalitario dell’URSS, dopo la Seconda Guerra Mondiale: in uniforme militare, il piglio fiero, lo sguardo rivolto verso l’infinito, lo sfondo scuro ad esaltarne la figura solenne, perentoria, conturbante nel bene (per i suoi sostenitori) e nel male (per tutti gli altri), con la tela racchiusa in una sottile cornice chiara. A sinistra, accanto pochi centimetri, un’opera di sapore impressionista raffigurante una donna apparentemente giovane, con indosso un abito blu, la capigliatura moderna, impiccata ad una finestra dalla quale si vede una città illuminata, un cielo stellato e, proprio in corrispondenza del capo della donna a mo’ di aureola, una luna giallo-ocra. Gli occhi riversi, la bocca aperta nell’ultimo disperato afflato vitale, le braccia inermi distese lungo i fianchi dell’esile corpo.
Terribile, appunto. Tragico all’ennesima potenza, con un messaggio primario, forse banale ma senza dubbio indotto da un tale accostamento, che pare sancire al visitatore: ecco, guarda, lui e tutto ciò che ha rappresentato ci ha portato a questo. La manifestazione di una disperazione assoluta al punto da dissolvere ogni buon motivo di vita, che ancora oggi, a venticinque anni di distanza dalla ritrovata indipendenza nazionale e a più di mezzo secolo da quel periodo, conserva intatta la sua tragicità […]

Questo è un brano – al quale m’è venuto da ripensare, in questi giorni – tratto dal mio libro

Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano
Historica Edizioni, 2020
Collana “Cahier di Viaggio”
Pagine 170 (con un’appendice fotografica dell’autore)
ISBN 978-88-33371-51-1
€ 13,00
In vendita in tutte le librerie e nei bookstores on line.

Potete scaricare la scheda di presentazione del libro qui, in pdf, e qui, in jpg, oppure cliccare sull’immagine del libro per saperne di più. Per la cronaca, il KuMu è questo; la foto in testa al post è mia.

Ufficio stampa, promozione, coordinamento:

8 marzo

[Foto di Emilio Morenatti/The Associated Press, fonte https://www.cbc.ca/, l’originale è qui.]
[Foto di Egor Lyfar da Unsplash.]
No, nessuna parola. Non serve.

L’Irlanda del Nord, una ferita europea che sanguina ancora

Probabilmente avrete letto o sentito dagli organi di informazione, nelle scorse settimane, del riacutizzarsi degli scontri tra cattolici e protestanti – ovvero tra nazionalisti-repubblicani e unionisti-lealisti – nell’Irlanda del Nord e in particolare a Belfast, ennesimo strascico di quella incredibile e per molti versi paradossale vicenda bellica che fu il conflitto nordirlandese, tra gli anni Settanta e Novanta del secolo scorso, una guerra a bassa intensità (ma nemmeno così tanto, a ben vedere) conosciuta come The Troubles, “I disordini”, quasi a rimarcare il basso profilo che si è sempre cercato di conferire ad essa e al suo retroscena storico-etnico-politico – in effetti il termine “trouble” indica anche un semplice guaio o un mero disturbo. Qui trovate un ottimo dossier sulla situazione attuale nordirlandese tratto da “Il Bo Live”, notiziario dell’Università di Padova.

Peraltro questo 2021 è un anno particolarmente significativo per l’Irlanda del Nord, dal momento che si “celebrano” due ricorrenze di segno geopolitico opposto: da una parte i cento anni dalla creazione della regione con la separazione dalla Repubblica d’Irlanda e la giunzione del Regno Unito, dall’altra i quarant’anni dalla scomparsa di Bobby Sands, attivista politico nordirlandese e figura di grande influenza a livello internazionale, che morì in carcere il 5 maggio 1981 a seguito di uno sciopero della fame condotto a oltranza come forma di protesta contro il regime carcerario a cui erano sottoposti i detenuti repubblicani, e per questo considerato un “martire” della lotta per l’indipendenza nordirlandese.

Ho sempre trovato estremamente emblematica, e sotto diversi aspetti inquietante mentre per altri inconcepibile, la storia dei Troubles: una guerra – anche se “a bassa intensità” ma pur sempre guerra – di matrice (anche) religiosa, combattuta in una delle terre più belle, nobili e avanzate d’Europa, parte integrante della formativa e identitaria cultura celtica alla base della storia europea, eppure capace di provocare più di 3.500 morti (con i paramilitari repubblicani cattolici che furono responsabili del 60% delle vittime, gli “unionisti lealisti protestanti” del 30% e le forze di sicurezza britanniche del 10% – sottolinea l’articolo di Wikipedia) e segnata da episodi a volte spaventosamente efferati, che oggi tendiamo a credere propri solo di certe forme di terrorismo integralista ma che, incredibilmente, trovano numerosi precedenti nei Troubles, tra stragi di civili anche ad opera dell’esercito britannico (non si può non citare la famigerata Bloody Sunday al riguardo), attentati in luoghi pubblici, assassinii efferati, vendette di pari abominio e altri episodi che verrebbe ben più facile correlare a situazioni da guerre civili in parti del mondo ben più problematiche rispetto all’Irlanda del Nord e alla sua nobile gente.

Ad oggi Belfast, capoluogo della regione e città per giunta molto bella, è ancora estremamente frammentata dal punto di vista etnico-politico e alcune zone urbane con la presenza ravvicinata di cattolici e protestanti sono divise da muri – già, muri: non è stato quello di Berlino l’ultimo muro “politico” europeo – i cui varchi vengono chiusi nelle ore notturne in forza di una sorta di coprifuoco permanente. Una delle vie centrali di Belfast, che anche nelle ultime settimane è stata citata nelle varie notizie sui recenti disordini, è Shankill Road, il cui nome rimanda all’omonimo quartiere circostante ma che, a chiunque abbia un minimo di conoscenza della storia dei Troubles, ricorda una delle vicende più spaventose ed efferate della guerra: quella degli Shankill Butchers, i “macellai di Shankill”, un ramo terroristico dell’Ulster Volunteer Force che si rese protagonista di almeno 23 omicidi di cittadini cattolici (ma non solo, ci furono anche protestanti tra le vittime) che rapiva, torturava e uccideva barbaramente tagliando loro la gola con un coltello da macellaio. Già, esattamente come i terroristi islamisti dell’ISIS, le cui immagini delle stragi compiute con tali modalità qualche anno fa hanno sconvolto il mondo, additate giustamente come esempli di barbarie e di fanatismo assoluti e insopportabili ma che nessuno o quasi dei vari cronisti ha rimarcato come fossero del tutto similari agli episodi degli Shankill Butchers, quasi che questi ne abbiano rappresentato un terrificante “modello” da imitare (peraltro non nuovo nella storia più cupa dell’umanità ma certamente non frequente negli ultimi decenni).

Dunque, è triste sapere quella meravigliosa terra nuovamente preda di disordini o, per meglio dire, mai affrancata da essi e dalle sconcertanti motivazioni di fondo, le quali temo resteranno vive fino a quando non vi sarà una reale spinta di matrice socioculturale e antropologica, ancor più che politica, al cambiamento della società nordirlandese verso un maggior equilibrio generale delle sue componenti, in verità ben più omogenee di quanto la storia regionale possa far credere. Di contro quella dei Troubles resta una vicenda costantemente emblematica e dalla conoscenza necessaria ovvero che non può essere omessa nella cognizione e comprensione dell’Europa recente e contemporanea. Al proposito, vi sono molte opere che nei vari media raccontano i Troubles, e da differenti punti di vista, ma poche in italiano: tra queste mi permetto di consigliarvene due, un film e un libro. Il film è Bloody Sunday, del 2002, che racconta proprio quella maledetta domenica di sangue a Derry, un’opera molto bella, tesa, visivamente potente e per certi versi straziante; il libro è Qui Belfast, di Silvia Calamati, un testo sicuramente schierato (dalla parte dei repubblicani) ma che offre una cronaca e una disamina complete della guerra nordirlandese forse come nessun altra opera in lingua italiana. Una guerra la cui storia, purtroppo, al momento resta una ferita aperta, profonda e assai dolorosa nel corpo della nostra Europa.

Gli intellettuali sono pericolosi

[Immagine tratta da beirut-today.com, fonte originale qui.]
Il brutale omicidio dell’intellettuale libanese Lokman Slim mette ancora una volta in luce come da sempre, nella storia dell’umanità, gli intellettuali siano considerati dal potere i nemici principali, ben più che quelli geopolitici con i quali si combattono le guerre e poi, una volta finite, si stringono alleanze. L’intellettuale, quando non abdichi al valore socioculturale della sua figura per “vendersi”, rimane un pericolo assoluto in forza della propria intelligenza critica, della consapevolezza civica e della libertà di pensiero che ne deriva: tutti elementi radicalmente avversi a qualsiasi forma di potere e di qualsivoglia segno, colore, matrice, che miri al costante rafforzamento della propria egemonia a scapito dei diritti e delle libertà della comunità ad esso sottoposta.

Anche per questo, ultimamente, il termine “intellettuale” viene sovente utilizzato con accezione quasi spregiativa da certi personaggi politici e dai media ad essi sodali, associandolo a raffigurazioni elitarie, snobistiche, egocentriche e così via. Ora, senza entrare nel dibattito al riguardo per non dilungarmi eccessivamente su altri temi (peraltro già trattati, qui sul blog: l’ultimo contributo è qui, altri in ordine sparso li trovate qui), se in certi casi quanto appena rimarcato è vero, non è sicuramente una questione di termine e di suo senso assoluto ma di persone, e di loro (scarsi) coerenza, onestà intellettuale, autentico civismo, dunque di bieco sovvertimento di quel senso: ovvero, sono i casi in cui accade quanto accennavo poco sopra, la rinuncia della figura in questione alle proprie prerogative socioculturali per inseguire mere mire di comodo, per motivi magari comprensibili ma non sempre (anzi, quasi mai) ammissibili, appunto.

Lokman Slim – scrittore, editore, promotore culturale e attivista politico – era scomodo a chi vuole dominare il suo paese perché intellettuale e intellettualmente libero: come riporta l’articolo di “Internazionale” che potete leggere cliccando sull’immagine in testa al post, Slim «sapeva di essere sconvolgente con le sue prese di posizione», ciò perché la libertà di pensiero è sempre sconvolgente per chiunque invece voglia regimentarla, ordinarla, conformarla funzionalmente ai propri interessi di potere. Accade da sempre, da millenni, è accaduto ancora – in Libano come in molti altri paesi, anche di quelli apparentemente più “avanzati”, accadrà di nuovo. E finché gli intellettuali, i veri, liberi, illuminanti, rivoluzionari intellettuali, verranno assassinati, questo mondo non potrà affatto dirsi civile, avanzato e progredito. Per nulla.