A Vilminore di Scalve, venerdì sera 3 gennaio, l’incontro pubblico per discutere del futuro turistico e non solo di questi significativi territori di montagna bergamaschi è stato di nuovo una cosa bellissima e per molti versi emozionante, come lo fu a fine novembre a Clusone.
Sala stipata ben oltre la capienza, pubblico immobile per quasi 3 ore, attento, sensibile, partecipativo nel dibattito successivo agli interventi, visibilmente consapevole di dover sapere come stanno le cose, sulle proprie montagne per capire come viverle al meglio oggi e domani.
Come ho detto da subito nel mio intervento (del quale alcune diapositive vedete lì sotto), una tale presenza così partecipata è il primo e fondamentale atto politico – nel senso più alto e nobile del termine – che fa “comunità” nei territori montani, cioè la cosa fondamentale che mantiene viva la montagna e può assicurarle un futuro vantaggioso per chiunque vi risieda tanto quanto per chi la frequenti turisticamente. Tra tentativi di perseverare con modelli turistici monoculturali (sciistici ma non solo) palesemente fuori contesto e ormai superati, e le tante, troppe criticità socio-economiche delle quali le valli montane italiane soffrono in maniera spesso cronica, causati da una politica troppo disattenta e deviata, le comunità di montagna hanno la necessità di ritornare ad avere tra le mani la propria sorte, un diritto fondamentale che di contro richiede il dovere di manifestare piena consapevolezza culturale di cosa significhi abitare in quota, tanto più con la realtà in divenire che stiamo affrontando così piena di variabili – a partire dalla crisi climatica, ma non solo – che inevitabilmente cambieranno la vita delle comunità e il loro rapporto con il territorio abitato.
Ma anche grazie a ciò proprio dalle montagne, dopo che per tanti decenni hanno subìto loro malgrado modelli economici, sociali e consumistici apparentemente vantaggiosi ma alla lunga devastanti (che tuttavia alcuni vorrebbero di nuovo perpetrare, come detto, per inseguire propri meri tornaconti), può “fluire” il miglior futuro possibile per il nostro paese e per i tempi prossimi che ci aspettano.
Di sicuro ieri sera a Vilminore, come la scorsa volta a Clusone, quel flusso di nuovo futuro sostenibile e vitale ha cominciato a alimentarsi.
Personalmente ringrazio di cuore gli organizzatori della serata, citati nella locandina, e tutti i presenti, anche per come queste occasioni mi diano la possibilità di imparare tanto e dare sempre più spessore e valore alla mia conoscenza e alla relazione con le montagne.
Alle prossime occasioni – che non mancheranno, statene certi!
(Le foto della sala gremita di gente mi sono state fornite dal collettivo “Terre Alt(R)e“, che ringrazio!)
Dopo il partecipatissimo e a detta di molti “epocale” incontro dello scorso 28 novembre a Clusone, il dibattito sul presente prossimo e il futuro dei territori montani dell’alta Val Seriana e della Valle di Scalve tornerà protagonista il prossimo venerdì 3 gennaio a Vilminore di Scalve, capoluogo della valle più orientale delle Prealpi Bergamasche, in un incontro pubblico incentrato sul progetto di collegamento tra i comprensori sciistici di Colere, in Val di Scalve, e Lizzola-Valbondione, in alta Valle Seriana, dal titolo “PATRIMONIO DI TUTTI O PARCO DIVERTIMENTI PER POCHI?”, al quale sarà di nuovo per me un grande onore e un notevole privilegio partecipare cercando di portare più dati oggettivi, argomenti, considerazioni fattuali e visioni al fine di strutturare il dibattito più ampio, compiuto e esaustivo possibile, insieme agli altri prestigiosi relatori e alle rispettive varie competenze che offriranno ai presenti.
Mi auguro vivamente che chiunque sia in zona o vi possa giungere scelga di partecipare: abitanti, residenti, villeggianti turisti, curiosi della zona o forestieri… tutti quanti, nel mentre che siamo/stiamo e interagiamo con un ambito così unico come sono le montagne, contribuiamo alla loro vita e partecipiamo alla comunità che le anima. È un impegno, una responsabilità, un dovere anche quando lo si colga solo come puro divertimento e godimento della bellezza montana, ma è allo stesso tempo un diritto, un privilegio, una straordinaria opportunità: dunque interessarsene, almeno un poco, rappresenta un elemento importante per pensare, comprendere, elaborare, sviluppare e assicurare il miglior presente e futuro possibili per le montagne che abitiamo e frequentiamo. «Tanta roba!», insomma, e un privilegio che, detto tra noi, quelli giù in città (con tutto il rispetto) se lo sognano!
Per saperne di più sull’incontro – oltre modo importante e emblematico, inutile affermarlo di nuovo – cliccate qui.
[Panorama della Valle di Scalve dalla vetta della Presolana. Foto di Ago76, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]Dopo il partecipatissimo e a detta di molti “epocale” incontro dello scorso 28 novembre a Clusone (sul quale trovate una rassegna stampa qui), il dibattito sul presente prossimo e il futuro dei territori montani dell’alta val Seriana e della Valle di Scalve tornerà protagonista il prossimo venerdì 3 gennaio 2025 a Vilminore di Scalve, capoluogo della valle più orientale delle Prealpi Bergamasche, in un incontro pubblico incentrato sul progetto di collegamento tra i comprensori sciistici di Colere, in Val di Scalve, e Lizzola-Valbondione, in alta Valle Seriana, dal titolo “Patrimonio di tutti o parco divertimenti per pochi?”, al quale sarà di nuovo per me un grande onore e un notevole privilegio partecipare cercando di portare più dati oggettivi, argomenti, considerazioni fattuali e visioni al fine di strutturare il dibattito più ampio, compiuto e esaustivo possibile, insieme agli altri prestigiosi relatori e alle rispettive varie competenze che offriranno ai presenti anche in qualità di referenti di alcune delle principali associazioni di montagna e di tutela ambientale locali.
Come ho cercato di fare – spero comprensibilmente e costruttivamente – a Clusone, anche venerdì 3 gennaio a Vilminore presenterò una trattazione, assolutamente calata sul territorio e contestuale alla realtà del luogo e della sua comunità, che da alcuni dati oggettivi inoppugnabili riguardanti lo stato dell’arte del comparto turistico montano, in special modo invernale, offra alcuni buoni strumenti necessari ai presenti non tanto e non già per stabilire cosa sia giusto e cosa sia sbagliato ma per riflettere, valutare, analizzare, ragionare circa ciò che i progetti turistici presentati per il territorio in questione ipotizzano e di contro le reali necessità sulle quali va strutturato il presente e poi sviluppato il futuro dei suoi abitanti, che sono e devono sempre restare il centro, il fulcro, il soggetto principale e inalienabile di qualsiasi iniziativa venga proposta e magari realizzata localmente.
Il territorio di Vilminore è coinvolto solo amministrativamente dal progetto di collegamento sciistico tra Colere e Lizzola (una porzione dei tracciati di impianti e piste rientra nella sua giurisdizione comunale), ma la contiguità ad esso sicuramente genererebbe numerose ricadute di natura economica, ambientale, politica, sociale, culturale, eccetera. Ma è fuor di dubbio che un progetto che prevedere di spendere ben 70 milioni di Euro, dei quali 50 pubblici e ciò al netto di eventuali aumenti di spesa (che sarà pressoché inevitabile registrare) su un solo modello turistico-economico, in un territorio che, inutile dirlo, soffre come molti altri simili sulle nostre montagne di notevoli carenze nei servizi di base e ecosistemici, nel sistema viario e nei trasporti pubblici, nella manutenzione idrogeologica, nel sostegno diretto ai bisogni quotidiani dei residenti nonché di carenze nel supporto alle economie circolari locali, all’imprenditoria giovanile, alle famiglie e a chiunque decide di volersi stabilire lassù assumendo un preciso impegno e una determinata responsabilità di diventare parte attiva e integrante della comunità locale, non può essere elaborato, deciso e imposto senza la più ampia interlocuzione con la comunità stessa e in base alla proposizione di ben precise domande alle quali devono essere inevitabilmente trovare delle buone risposte, dalle quali siano ricavabili azioni che apportino vantaggi a tutta la comunità e non solo a una parte – sovente assai limitata. Molto spesso invece, e soprattutto quando si abbia a che fare con interventi e investimenti di valore ingente nei quali siano di conseguenza coinvolti notevoli interessi e tornaconti particolari che mirano totalmente al risultato finale e poco o nulla all’ambito territoriale al quale vengono imposti, l’impressione vivida è che chi «faccia cose» in montagna si dia le risposte senza prima porsi nemmeno una domanda. Ma in questo modo le presunte «risposte» non avranno alcun valore effettivo, non risponderanno concretamente a nulla e a nessuno se non al mero volere di chi se le formula da sé senza che alcun altro possa intervenire.
Ciò che invece io chiederò, tra molte altre domande, ai presenti a Vilminore il 3 gennaio sarà: Quale montagna volete per voi stessi, qui in alta Valle di Scalve? Quale futuro volete e vorreste per le vostre montagne, e per i vostri figli e nipoti? Quando osservate le vostre montagne, cosa pensate di esse? Cosa pensate che siano per voi? E come vi sentite nel mentre che le osservate? Cosa volete essere voi, da qui al futuro, per le vostre montagne se vorrete continuare a viverle e abitarle? Cosa vorreste che pensasse e ricordasse chi viene e verrà in futuro a visitare le vostre montagne?
E molte altre, come detto. Senza necessità di rispondervi subito ma, innanzi tutto, di meditarle, rifletterci sopra, capirne il senso e il portato per se stessi, per il proprio paese, il proprio territorio, le sue montagne e i suoi paesaggi e il futuro di tutti. In ogni caso la mia sarà una dissertazione articolata seppure rapida e succinta, mi auguro niente affatto barbosa e anzi il più possibile coinvolgente oltre che, appunto, illuminante.
L’invito personale più che caloroso è dunque a partecipare all’incontro, i cui dettagli avrete già visto nella locandina lì sopra: che voi siate abitanti da generazioni o da poco tempo, residenti periodici, villeggianti abituali o turisti occasionali, magari in zona per passare le vacanze di fine anno, è importante che chiunque possa e voglia partecipare. Perché ognuno sta in un luogo montano, per poche ore o per una vita intera, a suo modo partecipa alla vita di quelle montagne, alimenta la loro comunità, interagisce con il paesaggio e, poco o tanto, può contribuire a rendere il luogo, Vilminore e la Val di Scalve in questo caso, un posto migliore dove vivere e dove passare una lieta vacanza.
Vi aspetto dunque, non mancate!
(Ove non diversamente indicato, le immagini fotografiche di Vilminore di Scalve sono tratte dalla pagina facebook.com/FARE.Vilminore.]
Per una strana coincidenza che forse strana non lo è affatto, in questo stesso periodo ma un anno fa (e nel corso di due giornate dalla meteo ugualmente favorevole), osservavo dall’alto il bacino lecchese del Lago di Como ma dal versante opposto rispetto a dove vagabondavo domenica scorsa – al riguardo ve ne ho scritto qui. L’anno scorso ero con il segretario personale (a forma di cane) Loki sul Monte San Primo e da là osservavo le pendici della Grigna Meridionale dalle quali domenica ammiravo il suddetto: nelle immagini sopra e sotto le posizioni di scatto delle rispettive fotografie sono individuate dalla stella gialla.
A osservarlo da lì, il San Primo, cioè da una posizione già elevata che permette di considerarne la massa sia nell’estensione verticale che in profondità, risulta del tutto evidente la sua eccezionalità geografica: quella di un monte relativamente basso (1.682 m la quota massima) e dalla morfologia che lo rende più simile a una enorme, docile collinona più che a un rilievo tipicamente e scoscesamente alpino, che tuttavia appare dominante sul suo territorio come pochi altri, ovvero come molte montagne ben più elevate e morfologicamente imponenti non riescono a essere. In buona sostanza, l’impressione dell’osservatore è di avere di fronte un rilievo più maestoso di quelle tante sommità prettamente alpine ben maggiori ciò nonostante – ripeto – risulti evidente la sua scarsa altitudine.
Questa impressione, a me parecchio vivida, credo derivi da due (delle tante) peculiarità specifiche del Monte San Primo. Innanzi tutto il suo isolamento, dato che non vi sono sommità più elevate se non a quasi 15 chilometri di distanza in linea d’aria (e sono proprio le Grigne; più vicini a nord ci sono i “gemelli” Monte di Tremezzo e Monte Galbiga, ma la loro quota è solo di qualche metro maggiore), un isolamento che lo rende da un lato assolutamente referenziale per la zona in cui si eleva, della quale è come se rappresentasse il fulcro geografico e paesaggistico, e dall’altro distintamente identificabile da diverse direzioni.
Inoltre, peculiarità conseguente alla prima, il pur basso San Primo domina solitario su una porzione parecchio estesa del territorio alto-lombardo, ben oltre il già ampio Triangolo Lariano di cui rappresenta la massima elevazione, una zona che, come detto, non possiede cima più elevate e dunque maggiormente imponenti. Il San Primo peraltro è la prima grande montagna che definisce l’orizzonte settentrionale di Milano e del suo hinterland: se dal centro del capoluogo lombardo si traccia una linea orientata a nord, si incrocia quasi perfettamente la cima del San Primo (per i geopignoli: c’è una differenza angolare di soli 1’11” verso est, pari a circa 1 chilometro: quasi nulla in pratica, considerando la distanza di oltre 50 chilometri – vedi l’immagine sottostante) e dunque in qualche modo da questa parte domina anche sulla città.
Infine, cosa risaputa da tutti ma mai scontata nel suo grande fascino geografico, la mole del San Primo spezza in due il bacino del Lago di Como (e millenni fa fendette il grande Ghiacciaio dell’Adda) in un modo così netto che nessun monte con rispettivo lago delle Alpi eguaglia.
Insomma, il San Primo è una “piccola” montagna che possiede innumerevoli specificità peculiari e tutti i crismi paesaggistici per poter essere considerata grande, il che ne accresce la bellezza, il fascino e la sua importanza culturale – nelle numerose accezioni del termine – per il territorio nel quale si eleva.
Ecco: osservandola così attentamente, domenica scorsa, per cercare di coglierne le doti il più possibile, una parte della mia mente non poteva tuttavia dimenticare che sul versante opposto, quello posto nel territorio di Bellagio, qualcuno osservi la montagna solo come una merce da mettere valore piazzandoci degli impianti sciistici a quote che non vedranno più la neve con un progetto che non è solo insensato nei termini appena esposti ma risulta pure svilente e degradante per la montagna e per tutto ciò che la rende così speciale, che la caratterizza, che la fa amare da tantissime persone. Basterebbe la più minima percezione della bellezza peculiare del San Primo, che ho appena cercato di evidenziare anche dal punto di vista geografico, per ritenere oggi assurdo qualsiasi progetto di infrastrutturazione turistico-commerciale dei suoi pendii: equivarrebbe a scarabocchiare rozzamente un capolavoro artistico di inestimabile pregio pensando, altrettanto rozzamente, che il danno sia minimo e trascurabile. Invece no, sarebbe uno sfregio palese, plateale, triviale, che farebbe violenza sul corpo della montagna e ancor più sulla sua bellezza e sull’immaginario conseguente. Un’eventualità inaccettabile, sotto ogni punto di vista.
L’alpestre e maestoso signore del Triangolo Lariano merita il rispetto che deriva dalla piena comprensione e consapevolezza della sua unicità, non il disprezzo di chi pretende di non riconoscerne la magnificenza ambientale e la naturale influenza sul paesaggio. Un paesaggio la cui presunta “valorizzazione”, se governata da menti e animi insensibili, diventa mero valore atto alla più bieca mercificazione: un cartellino con il prezzo per la vendita e per il tornaconto di chi si arroga il diritto di (s)vendere.
Una cosa inaccettabile, ribadisco, che il Monte San Primo e la sua bellezza così poliedrica e speciale non si meritano affatto.
(Articolo pubblicato in origine su “L’AltraMontagna” il 21 luglio 2024.)
Fin da quando i primi articoli sono apparsi sulla stampa locale, la vicenda del progetto di sviluppo turistico del Monte San Primo (in comune di Bellagio, sul Lago di Como; per “L’AltraMontagna” me n’ero già occupato qui) per il quale si vorrebbero riattivare impianti di risalita, piste e innevamento artificiale a poco più di 1000 metri di quota, ha suscitato scalpore e subito innescato un dissenso sempre più ampio (il dibattito non c’è neanche stato vista l’assurdità del progetto), che ha portato la vicenda alla ribalta della stampa internazionale, peraltro mettendo a repentaglio l’immagine stessa del luogo.
Nonostante ciò, gli enti pubblici che sostengono il progetto – Comune di Bellagio e Comunità Montagna del Triangolo Lariano con Regione Lombardia – tirano dritto continuando a rifiutare qualsiasi confronto con chiunque, mentre di contro cresce sempre più la richiesta di tutelare la montagna e al contempo di rilanciarne la frequentazione turistica sostenibile, anche perché nemmeno una fantasmagorica stregoneria renderebbe fattibile e sostenibile lo sci a 1000 metri di quota!
Ho fatto il punto della situazione – senza dubbio una delle più emblematiche in corso sulle montagne italiane – con i referenti del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”.
Nella recente tornata elettorale Angelo Barindelli è stato confermato alla carica di sindaco del Comune di Bellagio, mentre nella Comunità Montana Triangolo Lariano è stata formata la Giunta in perfetta continuità con la precedente. Stiamo parlando degli Enti sostenitori del progetto “OltreLario. Triangolo Lariano meta dell’outdoor”, che di fatto hanno rilanciato la realizzazione delle infrastrutture sciistiche previste, continuando a ignorare completamente il dissenso ormai vastissimo al riguardo. Come si pone il Coordinamento “Salviano il Monte San Primo” di fronte a questa rinnovata e, se possibile, ancor più intransigente posizione del Comune di Bellagio e della Comunità Montana?
A sorprenderci non è tanto il risultato elettorale in sé – che possiamo ritenere per lo più indipendente dalla specificità del progetto San Primo – quanto l’insistenza delle Istituzioni nel riconfermare la consistenza del progetto, destinato per più della metà del finanziamento (ovvero più di 2 milioni e mezzo di euro, su un totale di 5 milioni di fondi pubblici) alle piste da sci e all’innevamento artificiale ad una quota di 1.100 metri. Stiamo parlando quindi di un progetto fuori luogo e fuori tempo, come ci hanno più volte ribadito sia gli esperti climatologi (a partire da Luca Mercalli, intervenuto direttamente sulla questione San Primo), sia la stampa internazionale, sia l’opinione pubblica che ha manifestato con noi il proprio dissenso al progetto.
Posto quanto sopra, e innanzi tutto l’irremovibilità degli enti pubblici che sostengono il progetto “Oltrelario”, come intende muoversi il Coordinamento?
Come Coordinamento intendiamo continuare a muoverci secondo le linee adottate finora, ovvero su azioni di informazione sui reali contenuti dell’assurdo progetto e sulla conseguente sensibilizzazione rivolta alla popolazione; oltre a ciò ci concentreremo nuovamente sull’elaborazione di controproposte per, anzitutto, tutelare la montagna dal punto di vista naturalistico e paesaggistico e, se possibile, del rilancio economico nel rispetto della piena sostenibilità ambientale. Lo faremo con le analoghe modalità già collaudate, come ad esempio: camminate di conoscenza del territorio, incontri con esperti dei territori montani, approfondimenti sulla geologia locale e sulla climatologia delle regioni alpine e prealpine. Oltre ad una continua azione di pressione su tutti gli attori politici coinvolti nel progetto: sindaci, amministratori locali e regionali. Nel caso in cui il progetto arrivasse ad una fase avanzata, valuteremo la possibilità di rivolgerci ad organismi sovraordinati o di controllo, come ad esempio l’Unione Europea o la Corte dei Conti.
Alcune associazioni facenti parte del Coordinamento hanno deciso di partecipare al bando “Montagne in transizione” di Fondazione Cariplo. Perché ritenete importante questa azione nell’ottica dello sviluppo turistico sostenibile del Monte San Primo e del Triangolo Lariano?
Lo riteniamo importante anzitutto per dimostrare che, prima di arrivare ad una progettualità, occorrono studi mirati sulle reali esigenze ecologiche, economiche e sociali del territorio, e questo lo faremo anche grazie alla collaborazione con l’Università dell’Insubria che è partner del progetto insieme a due comuni del territorio del Triangolo Lariano. Questo per poi giungere all’elaborazione di linee di intervento per il possibile ‘rilancio’ turistico in chiave di sostenibilità ambientale e sociale. Vogliamo pertanto agire in un’ottica esattamente contrapposta a quella entro cui si muovono le Istituzioni che, al contrario, sono partite da un cospicuo finanziamento pubblico (di oltre 5 milioni di euro, come detto) per poi strutturare in modo totalmente raffazzonato il progetto ‘OltreLario’, assolutamente fuori luogo e fuori tempo. […]
(L’intervista continua su “L’Altra Montagna”, cliccate sull’immagine qui sopra per leggerla.)