Il virus peggiore

[Fonte dell’immagine: Wikimedia Commons.]
Ad ennesima riprova del fatto che il peggior virus con relativa pandemia che attanaglia il genere umano sia (da sempre) l’idiozia, è tanto divertente quanto emblematico (ovvero inquietante) ammirare l’illustrazione qui sopra – cliccateci sopra per ingrandirla. È del 1802 e l’autore è il disegnatore satirico James Gillray, che così prendeva in giro gli antivaccinisti del tempo convinti che l’inoculazione del vaccino contro il vaiolo, una delle malattie più letali nella storia dell’umanità (si ritiene sia stata la causa di 300-500 milioni di decessi durante il solo XX secolo), trasformasse i vaccinati in mucche.

Per la cronaca, proprio in forza di una delle più grandi campagne di vaccinazione mai realizzate, il vaiolo è stata l’unica malattia eradicata nella storia umana fino al 2011, quando anche la peste bovina venne dichiarata tale: ma questo certamente non grazie ai no vax del tempo così come a quelli contemporanei per le malattie odierne, quando ancor più di una volta i veri “malati” sono loro, già.

Lock down intellettivo

[Immagine tratta da open.online, cliccateci sopra per leggere l’articolo dal quale è tratta.]
Evidentemente, posto che certe rimostranze (certe, non tutte) delle categorie in questione non possono che essere comprensibili e inevitabili, per alcuni individui più che di lock down emergenziale e relative restrizioni all’attività commerciale bisogna necessariamente parlare di lock down intellettivo e relative restrizioni all’attività mentale. Autoimposte, per giunta.

D’altro canto, è sempre preziosa e giammai inutile qualsiasi ennesima dimostrazione (come questa, appunto) di come il virus più grave e al momento invincibile che attanaglia l’umanità è l’idiozia, ecco. Per la quale di vaccini ne esistono da sempre: si chiamano cultura, buon senso, intelligenza, senso civico, sensatezza. Ma anche in tal caso di “no vax” ce ne sono fin troppi in circolazione, già.

Loki, quello vero

Loki, il mio segretario personale a forma di cane, posto che a breve uscirà una nuova serie tv della Marvel intitolata proprio “Loki” quale spin-off del ciclo degli Avengers, mi chiede con una certa sollecitudine (è da mezz’ora che abbaia!) di precisare al riguardo le seguenti cose:

  1. Nonostante quanto inventato e diffuso dalla Marvel, e per questo creduto dal pubblico delle loro serie e da buona parte delle persone (lo verifico ogni volta che mi chiedono come si chiama, il suddetto segretario personale a forma di cane), Loki non è figlio di Odino, né adottato e né di sangue ma, come narrano i miti norreni, è “amico di Odino” nel senso che è legato al dio da un patto di fratellanza di sangue.
  2. Nonostante eccetera eccetera, Loki non è fratello di Thor e nemmeno parente, semmai è suo compagno – nel bene e nel male – nel corso di numerose avventure.
  3. Sempre nonostante quanto sopra, Loki è sì un dio dal carattere ambiguo ma non è affatto il “dio del male assoluto”, come spesso viene creduto e sostenuto – anche nelle produzioni Marvel – per principale “colpa” di Snorri Sturluson, il poeta islandese autore dell’Edda che, interpretando i miti norreni più antichi dal suo punto di vista cristiano, lo descrisse come una sorta di simil-Satana definendolo «fabbro di mali». In verità, la prima raffigurazione riconosciuta di Loki è quella incisa su una pietra per il focolare ritrovata in Danimarca, un masso squadrato con un foro che veniva posta a protezione del soffietto che alimenta il fuoco. In base a ciò alcuni studiosi hanno identificato l’origine antica di Loki nello spirito domestico (Vätte) che abita nei pressi del focolare e che può portare grandi benefici alla casa ma anche tirare scherzi poco gradevoli a chiunque cerchi di violarla, in qualità di protettore di essa. Un’accezione ben più benigna che maligna, dunque, confermata peraltro anche dalla Loka Táttur, una ballata tardomedievale proveniente dalle isole Fær Øer nella quale Loki è una divinità benevola che con la sua astuzia aiuta il figlio di un contadino a salvarsi dalle grinfie di un potente gigante di nome Skrýmir.

Ecco.

Mi auguro che, con tali importanti e dettagliate delucidazioni, nessuno più si confonda sul tema.

E mi auguro pure che ora Loki la smetta di abbaiare per protestare al riguardo!

Enrico Vaime

[Immagine tratta da “Il Messaggero“, cliccateci sopra per leggere l’articolo dal quale è tratta.]

In questo paese di ignoranti uno che riesce a distinguere un condizionale da un congiuntivo rischia di passare per intellettuale.

La partenza per altri lidi ultraterreni di Enrico Vaime ci priva di una delle intelligenze umoristiche più brillanti in assoluto, mirabile rappresentante di quel club di grandi umoristi che ha vivacizzato la cultura italiana lungo tutto il Novecento, da Achille Campanile a Leo Longanesi, a Ennio Flaiano, Giovannino Guareschi e Giorgio Manganelli – per citarne solo alcuni, i primi che mi vengono in mente, di quelli che usavano la scrittura per elargire la loro illuminante ironia e senza contare tutti gli altri che hanno usato (anche) altri mezzi di comunicazione, sovente con collaborazioni mediatiche assai fruttuose – proprio come fece Vaime con la TV, nella celebre coppia autorale con Italo Terzoli da loro stessi definita “ditta”.

Leggere e ascoltare Enrico Vaime era un piacere assoluto: la sua capacità di essere serio e ironico al contempo, graffiante e sarcastico eppure illuminante e educativo, sempre elegante e garbato anche quando menava ceffoni umoristici di rara accuratezza, è uno dei modelli migliori di quella peculiare scuola umoristica italiana che, forse come nessun’altra cosa, ha saputo “spiegare” il paese ai suoi stessi abitanti mantenendolo – per così dire – coi piedi per terra, insegnandogli a ridere (grazie ad alcuni tra i più divertenti e innovativi programmi televisivi, di quando la TV italiana era bella e intelligente) e ancor più insegnandogli a ridersi addosso – si veda la citazione lì sopra. Una dote fondamentale per qualsiasi società veramente progredita, che troppo spesso viene trascurata: per questo figure di intelligente ironia come Vaime sono così importanti, ed è per lo stesso motivo che ora faremo un po’ più fatica a ridere con intelligenza e garbo.

Ultrasuoni #15: Casadei

No no, io non l’ho mai ascoltato Raoul Casadei con la sua orchestra.

Anzi, sì invece: io li ho ascoltati un sacco di volte, i Casadei, e come me quasi tutti voi che state leggendo questo articolo, immagino. Perché non c’è stata località di villeggiatura, di mare e non solo, non c’è stata vacanza soprattutto estiva, non c’è stata sagra di città o di paese, festa, serata danzante, mangiata tra amici nella quale non sia risuonata la melodia di uno dei brani composti dai Casadei, così come ci sono state centinaia di spot pubblicitari, spettacoli e programmi Tv, film più meno conosciuti che hanno utilizzato qualcuno dei più suoi celebri pezzi. Non solo: mi viene da immaginare che, forse anche più di Modugno, Battisti, Baglioni e di qualsiasi canzone che ha fatto la storia della canzone pop(olare) italiana, noi tutti, anche senza essere degli appassionati di ballo (e io men che meno) ci siamo ritrovati a canticchiare pezzi come Romagna Mia, Simpatia, Ciao Mare, La Mazurka di Periferia, Romagna e Sangiovese. Perché come pochi altri, forse come nessuno, i Casadei, guidati da Raoul, sono stati il gruppo musicale nazional-popolare italiano par excellence, geograficamente referenziato (Romagna über alles, appunto) eppure nazionalmente riconosciuto e apprezzato.

Insomma: il “Re del Liscio”, come veniva chiamato Raoul Casadei non senza una punta di ironia e di leggerezza, è invero da considerare un vate tra i principali della musica popolare italiana: vacanziera, banalotta, disimpegnata e casereccia quanto si vuole ma, io credo, comunque meno di quella proposta dai “Sanremi” d’ogni tempo, dai talent contemporanei e da quant’altri “fenomeni” musicali in circolazione, già.

Per tutto ciò, l’omaggio a Raoul Casadei è assolutamente doveroso. Anche se non li ho mai (consapevolmente) ascoltati, i Casadei: però riguardo loro e quanto hanno fatto «massimo rispetto!», come si usa dire.