La mortalità alle costole

«Non credo che valga la pena per lei fare testamento» mi disse l’avvocatessa. «Dovrà pagarmi per stilarlo, e pagare per depositarlo. Sinceramente… la sua roba non vale praticamente niente.» Il sudore le incollava la camicetta al reggiseno bianco.
«Non mi piace l’idea che lo Stato si appropri delle mie cose. Di nessuna di esse.»
Sul tavolo, un ventilatore frusciava avanti e indietro, spaginando i destini di uomini e donne.
«Capisco.»
Il distributore d’acqua fece un suono di bolle, forse stava andando in ebollizione?
«Sarei dannato per l’eternità al pensiero che anche un solo mio vecchio libro o calzino spaiato contribuisca con la propria essenza materiale al potere dello Stato.»
«Capisco» l’avvocatessa mi guardava via via più sospettosa. «E mi dica, c’è qualche ragione in particolare che la spinge a fare testamento proprio ora?»
«No, assolutamente no. La mortalità, però, ce l’abbiamo tutti alle costole, non crede?»

(Will Self, Dr Mukti e altre sventure, Mondadori, Piccola Biblioteca Oscar, 2009, pagg.244-245.)

Ci sono più banche che panettieri

Be’, a proposito di Finlandia felix e per “par condicio”, citando il suo più celebre scrittore (almeno qui da noi) e uno dei maggiori del panorama letterario scandinavo contemporaneo:

In Finlandia ci sono più filiali di banca che negozi alimentari. Sarà perché le banche hanno i mezzi per costruirsi le loro sedi, e i lattai e i panettieri invece no. O forse perché i soldi sono più importanti delle sane abitudini alimentari.

(Arto Paasilinna, Il liberatore dei popoli oppressi, Iperborea, 2015, pag.19. Fate clic sull’immagine qui sopra, poi.)

La stupidità alla fine genera la follia

Tra gli uomini, l’incapacità di percepire correttamente la realtà è spesso responsabile di comportamenti anomali. Ogni volta che alla parola capace di descrivere accuratamente un’emozione o una situazione si sostituisce un termine gergale, sciatto e multiuso, si pregiudica il proprio orientamento nella realtà e ci si spinge sempre più lontano dalla riva sulle acque caliginose dell’alienazione e della confusione.
La parola “forte”, per esempio, ha una connotazione ben precisa. “Forte” significa “gagliardo, robusto, resistente”. Come parola, è uno strumento prezioso per descrivere una persona, un attrezzo, un tessuto. Quando però viene applicata in modo generico e inappropriato, come nell’uso gergale, non fa che oscurare la vera natura della cosa o della sensazione che dovrebbe rappresentare. Si trasforma in una parola-spugna, dalla quale si possono strizzare significati a secchiate, senza mai sapere quali sono quelli giusti. Quando una persona dice che un film è “forte”, non ti dà il minimo elemento per capire se la storia è divertente, tragica, avvincente o romantica; se la fotografia è splendida, la recitazione sentita, la sceneggiatura intelligente, la regia magistrale, o se piuttosto la protagonista aveva una scollatura per la quale varrebbe la pena di morire. Il gergo possiede un’economia e un’immediatezza che possono senz’altro avere le loro attrattive, ma svalutano l’esperienza standardizzandola e offuscandola, frapponendosi tra l’umanità e il mondo reale come un… un velo. Il gergo non fa altro che istupidire la gente, punto e basta, e la stupidità alla fine genera la follia.

[Immagine tratta da greatmystery.org, fonte qui.]
(Tom Robbins, Coscine di Pollo, B.C.Dalai Editore 2010, traduzione di Bernardo Draghi, pag.82-83.)

Un’impressione

Ci sono certe volte che sono lì a casa a fare cose e mi si avvicina Loki, il mio segretario personale a forma di cane, si siede di fronte a me e mi guarda fisso, come se da un momento all’altro – mi viene da pensare – debba mettersi a parlare e dire qualcosa del tipo:

«Anche quel senso della verità, che in fondo è il senso della sicurezza, voi uomini l’avete in comune con noi animali: non ci si vuol lasciar ingannare, non si vuol esser tratti in errore da noi stessi, si presta un diffidente ascolto all’esortazione delle proprie passioni, ci si domina e si rimane in agguato contro se stessi; tutto questo l’animale come me lo comprende parimenti all’uomo, anche in noi il dominio di sé si sviluppa dal senso del reale, dalla saggezza. Parimenti l’animale osserva gli effetti che esercita sulla rappresentazione di altri animali, e da lì noi impariamo a rivolgere il nostro sguardo indietro su noi stessi, a considerarci «oggettivamente»; così abbiamo il nostro grado di autocoscienza. Noi animali giudichiamo i movimenti dei nostri nemici e amici, impariamo a memoria le loro peculiarità, su queste ci regoliamo: verso individui di una determinata specie rinunziamo una volta per tutte alla lotta e così, nell’avvicinare alcuni tipi di animali, indoviniamo l’intenzione di pace e di accordo. Gli inizi della giustizia, come quelli della saggezza, della moderazione, del coraggio, – in breve tutto ciò che voi definite virtù socratiche, è di carattere animale: una conseguenza di quegli istinti che insegnano a cercare il cibo e a sfuggire ai nemici.»*

Ecco, ho proprio quest’impressione, che Loki mi possa fare un discorso del genere, quando mi guarda in quel modo così fisso e (io penso) profondo.

Invece no, se ne resta lì a osservarmi in silenzio e per tale motivo a me il dubbio su quello che vorrebbe o potrebbe dirmi, peraltro condito da un certo vago imbarazzo, rimane.
Già.

Consigli buoni per tutta la vita

In queste pagine faccio dell’ironia sui miei genitori, ma ciascuno di loro mi ha insegnato cose che mi sono state utili per tutta la vita. Mio padre: quando compri un giornale all’edicola, non prendere mai quello in cima. Mia madre: l’etichetta dei vestiti va sempre dietro.

(Woody Allen, A proposito di niente. AutobiografiaLa Nave di Teseo, 2020, traduzione di Alberto Pezzotta, pag.29.)