Ma la Val Viola è veramente “viola”?

[Una bellissima immagine della Val Cantone di Dosdé, laterale della Val Viola. Foto di Francesco Dondi su Unsplash.]

Alle sette e quindici scendiamo le gande verso Val Dosdé. Qua e là appaiono le corolle dorate del papavero alpino. Sopra di noi il Corno di Dosdé, si rizza in una nuovissima forma che ricorda uno degli aspetti del Cervino. Alla Baita del Pastore entriamo in uno splendore di pascoli e fiori; in una musica di campanelle di vacche. Davanti a noi si profila sul cielo di un azzurro intenso, la cima di Foscagno. Passate le baite di Dosdé, valichiamo il Viola su di un ponticello di legno e facciamo il nostro primo title in mezzo alla valle, in un boschetto di larici. Da questo punto, lo sfondo della valle di Dosdé sarebbe degno del pennello di un Segantini: sopra i pascoli di una calda tinta verde e giallo d’oro, si eleva la vedretta di Dosdé luccicante sotto i raggi del sole, incorniciata dalle eleganti punte che vanno dal Pizzo di Dosdé alle Cime di Viola. Nessun panorama delle Alpi è più artistico di questo. Sulla nostra destra, il panorama è completato dall’imponente parete nera del Corno di Dosdé e dalle Cime di Campo. Passiamo là quaranta minuti, sognando, come direbbe Flaubert, le innumerevoli esistenze sparse intorno a noi, gli insetti che ronzano, le sorgenti nascoste sotto l’erba, la linfa che scorre nelle piante, gli uccelli nei loro nidi, tutta la natura, senza cercare di scoprirne i misteri, sedotti dalla sua forza, perduti nella sua grandezza.

Così, nel 1906, Bruno Galli Valerio nel suo Cols et Sommets. Ascensions et traversées dans les Alpes de la Valtine, des Grisons et du Tyrol (uscito nel 1912; l’edizione italiana è Punte e passi, pubblicata da Bettini Editore di Sondrio nel 1998 a cura di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci), descrive in maniera mirabile la Val Viola[1], una delle più belle e celebrate valli delle Alpi lombarde (e non solo), che sicuramente molti frequentatori delle montagne avranno visitato almeno una volta restando incantati dal grandioso fascino alpestre del suo territorio.

Ma perché si chiama così, la Val Viola? Per una particolare presenza di infiorescenze violacee? Perché come le Dolomiti al tramonto si tingono di rosa, le vette della valle si colorano di viola? O forse perché è dedicata a Viola, uno dei personaggi della commedia La dodicesima notte di Shakespeare?

Be’, niente di tutto ciò nonché di attinente al colore viola. Semmai è un altro il “colore” che c’entra con la valle.

[La Val Viola vista dai prati della località Stagimel. Immagine tratta da www.valdidentroturismo.it.]
Infatti Val Viola significherebbe «valle bianca» in forza di una possibile interpretazione dell’antica grafia del toponimo, Albiola, che deriverebbe dall’aggettivo latino albus, «bianco», con riferimento assai probabile e intuibile ai vasti ghiacciai che un tempo caratterizzavano la testata della valle e soprattutto il ramo che prende il nome di Val Cantone di Dosdé. A tal proposito così scrive nel 1540 il famoso artista fiorentino Benvenuto Cellini, in viaggio dall’Italia verso Parigi: «Presi il cammino per terra di Grigioni, perché altro cammino non era sicuro rispetto alle guerre. Passammo le montagne dell’Alba e della Berlina. Era agli otto di Maggio ed era neve grandissima». Le «montagne dell’Alba» non hanno nulla a che vedere con il sorgere del Sole ma sono proprio quelle della “Valle Albiola”, la Val Viola, mentre ovviamente con «Berlina» Cellini intende il Passo del Bernina. Peraltro quelle di Val Viola sarebbero semmai “montagne del tramonto”, dato che la valle è rivolta verso ovest-sud ovest e dunque vede per buona parte dell’anno il Sole non sorgere ma scendere oltre la sua articolata testata.

Un’altra ipotesi farebbe invece derivare il toponimo Albiola da alveolus, «piccolo alveo», con possibile riferimento ad alcuni inghiottitoi del torrente Viola Bormina. Tuttavia resta all’apparenza più logica, oltre che sicuramente più suggestiva, l’ipotesi legata al colore bianco della neve e dei ghiacci.

Ghiacciai di Val Viola che con la crisi climatica in corso sono purtroppo in rapido svanimento, cambiando in maniera evidente l’aspetto geografico e paesaggistico della valle, dunque anche la percezione culturale che il visitatore può elaborare del suo territorio (e la conseguente relazione antropologica). Il confronto tra la raffigurazione della cartografia svizzera di esattamente un secolo fa (1925) e lo stato più o meno attuale rilevato nelle immagini satellitari di Google Maps è significativo e desolante:

Gli apparati glaciali della valle stanno diventando sempre più piccoli e grigi, anche perché sovente ricoperti da detrito, i cordoni morenici ormai vuoti si fanno evidenti testimoniando l’estensione delle ultime avanzate delle fronti, altri ghiacciai minori si rintanano sui versanti sommitali ombrosi delle vette nel tentativo di sopravvivere mentre a valle si scorgono facilmente i rock glacier che si ampliano viepiù. La Val Viola da Albiola, la «valle bianca», diventa sempre più verde e grigia: a breve rimarrà solo il toponimo a raccontare una storia che ci sta letteralmente svanendo da sotto i piedi ma la cui memoria resterà referenziale e identitaria riguardo la grande bellezza e le straordinarie valenze naturali e paesaggistiche della valle. «Finché ci saranno i nomi ci saranno i luoghi», ha scritto Paolo Rumiz ne La leggenda dei monti naviganti, e a ragione: il “luogo-Val Viola” resta e resterà sempre in tutta la sua mirabile bellezza, tale soprattutto per chi avrà l’attenzione e la sensibilità di coglierla pienamente “ascoltando” le storie che il suo paesaggio è in grado di narrare a chiunque lo visiterà per chissà ancora quanto tempo, avendone la massima cura.

N.B.: per saperne di più sulla Val Viola, dovete assolutamente leggere la pagina ad essa dedicata nel sito www.paesidivaltellina.eu, vera e propria enciclopedia sulla Valtellina e la Valchiavenna curata da Massimo Dei Cas al quale va un imperituro applauso per il lavoro svolto al riguardo.

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[1] Per la precisione, la valle così abitualmente conosciuta e frequentata dai gitanti italiani è la Val Viola Bormina, il cui toponimo ne denota la vicinanza alla conca di Bormio; anche quella che discende oltre il Pass da Val Viola il confine in territorio svizzero si chiama allo stesso modo, ma è meno sviluppata dal momento che poco dopo si configura come una diramazione laterale della Val da Camp, il solco principale che poi sbocca nella Val Poschiavo.

Anche a Brescia da domani si vedrà bene il Vallone delle Cime Bianche in tutta la sua bellezza!

[Veduta del Vallone delle Cime Bianche. Immagine tratta da https://www.facebook.com/varasc.%5D
Mi rende sempre felice leggere di nuove serate dedicate al Vallone delle Cime Bianche, l’«ultimo vallone selvaggio» delle Alpi valdostane, e alla battaglia in sua difesa rispetto ai progetti funiviari e sciistici che lo devasterebbero, degradando un luogo tra i più straordinari delle Alpi occidentali assoggettandolo al business dell’industria dello sci – come se già non ce ne fossero a sufficienza di grandi comprensori sciistici a fronte di un mercato che da anni è considerato “maturo” e non cresce, mentre aumenta sempre più la richiesta dei vacanzieri montani di un turismo lento e sostenibile grazie al quale godere ben più profondamente della bellezza alpina e di luoghi più unici che rari come il Vallone.

Questa volta saranno gli amici del CAI di Brescia a poter scoprire e conoscere il mirabile fascino alpestre del Vallone delle Cime Bianche e ad approfondire le informazioni sul pericolo che sta correndo, grazie ai cari amici Annamaria Gremmo, Marco Soggetto e Francesco Sisti, infaticabili promotori del comitato “Insieme per Cime Bianche” e fautori del progetto fotografico indipendente “L’Ultimo Vallone Selvaggio. In difesa delle Cime Bianche” dal quale è nata la battaglia in corso.

L’ingresso e la partecipazione saranno, come sempre, liberi e assolutamente gratuiti. Nonché importantissimi, aggiungo.

Si tratterà della ventisettesima serata del progetto: tante, ma in realtà ancora poche, perché il Vallone delle Cime Bianche merita la conoscenza più ampia e diffusa nonché l’appoggio alla sua difesa di sempre più amici della montagna. Dunque, cento e più ancora di queste serate, e lunga vita al Vallone!

Per contribuire sempre e comunque alla difesa del Vallone:

Soprattutto le Alpi hanno bisogno di rispetto

[Foto di Mihály Köles su Unsplash.]

Contrariamente a quanto si pensi e sembra per la loro altezza, estensione e imponenza, le Alpi sono un territorio fragile, continuamente assediato dalle pianure circostanti per carpirne le ricchezze. Le Alpi hanno da secoli subito la rapina di legname, minerali, acqua, energia, sono state solcate da strade, ferrovie, funivie, gallerie, gasdotti, elettrodotti, sono state invase da stazioni turistiche che riproducono il peggio delle città, e da un turismo fracassone e inquinante.
Ora hanno bisogno di un nuovo turismo, di una nuova agricoltura più umana e aiutata dall’intervento pubblico, di servizi e trasporti pubblici, scuole, uffici postali, biblioteche, centri di ricerca sulla loro cultura, sovvenzioni per costruire nel rispetto della tradizione e anche per abbattere quanto è stato costruito male.
Soprattutto le Alpi hanno bisogno di rispetto.

[Alberto Paleari, L’attraversamento invernale delle Alpi. Dal lago Maggiore al lago dei Quattro Cantoni, MonteRosa Edizioni, 2017, pagg.80-81.]

Ciò che sulle Alpi scrive qui Paleari – che la catena alpina la conosce e l’ha vissuta (e vive) con intensità e sensibilità rare anche tra i più assidui frequentatori – è d’altro canto quello che pure il visitatore meno abituale ormai coglie della realtà delle nostre montagne, alpine ma pure appenniniche: basta che egli mantenga attivo il più semplice, ordinario, umano buon senso. Dal quale guarda caso scaturisce anche una delle forme più alte di rispetto, per chiunque e qualsiasi cosa.

Ci stavo pensando giusto di recente: io studio i paesaggi montani, il frutto dell’interazione tra elementi naturali e presenze antropiche mediato dai bagagli culturali specifici, e in tale categoria fondamentali i paesaggi possono essere definiti diversamente, in base alle peculiarità più identificative che li caratterizzano. Ma c’è una categoria altrettanto fondamentale, solo apparentemente immateriale, con la quale mi viene di definirli nel caso in cui l’interazione suddetta risulti considerabilmente equilibrata: paesaggi di buon senso. La quale categoria definisce in automatico anche l’opposta, i paesaggi senza senso, quelli dove l’uomo rompe ogni equilibrio generando danni d’ogni sorta materiali e immateriali, sovente irreparabili, dimostrando così non solo scarsa o nulla sensatezza ma pure assenza sostanziale di relazione con i territori montani, nei quali a volte abita pure.

Una condizione che è inevitabile generi qualche disastro, prima o poi, il quale ricadrà presto contro chi l’ha cagionato. È ciò che succede quando non si usa il buon senso, d’altronde.

Evviva Poschiavo, “premiata” città dall’anima profondamente alpina!

[Veduta di Poschiavo e della sua valle verso la Valtellina. Foto di Franciop, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Il Premio Wakker viene conferito ogni anno da “Patrimonio Svizzero” a un Comune politico o, in via eccezionale, a organizzazioni, associazioni ed enti simili che si impegnano nel favorire, con accortezza, uno sviluppo dell’abitato, degli insediamenti e la promozione della qualità architettonica delle nuove costruzioni, ma anche un approccio rispettoso della sostanza edilizia storica, come pure una pianificazione esemplare, attenta alle esigenze ambientali.

Per il 2025 il Premio è stato assegnato al comune di Poschiavo (Canton Grigioni) per aver saputo combinare tradizione e progresso diventando un modello per il futuro delle regioni di montagna. Il comune del Grigioni italiano sta lavorando per contrastare il calo demografico e garantire un’elevata qualità di vita coordinando gestione consapevole del patrimonio architettonico, autonomia locale, agricoltura sostenibile e impegno civico. Qui trovate il comunicato stampa ufficiale sul conferimento del premio, la cui cerimonia ufficiale di premiazione si terrà il 23 agosto 2025 nell’ambito di una celebrazione pubblica.

«Abbiamo valutato diversi Comuni con profili simili e abbiamo analizzato chi offre opportunità che possono avere un futuro e fungere da esempio per altre regioni», ha argomentato la presidente della commissione del Premio Wakker, Brigitte Moser. Secondo il direttore generale David Vuillaume il Comune di Poschiavo rappresenta la definizione di tutela del patrimonio. «È un posto dove si vive, si lavora e ci si incontra volentieri. Per me questi tre elementi danno vita al sentimento di sentirsi a casa», ha spiegato Vuillaume.

[La Piazza del Comune. Foto di Böhringer Friedrich, opera propria, CC BY-SA 2.5, fonte commons.wikimedia.org.]
Sono molto contento di leggere del conferimento del Premio Wakker a Poschiavo: per quanto mi riguarda, è un riconoscimento assolutamente meritato. Oltre a essere una cittadina dalla natura profondamente alpina di bellezza e fascino notevoli, da tempo Poschiavo si contraddistingue nel portare avanti pratiche di sviluppo territoriale economiche, sociali e culturali di grande valore e notevole efficacia, esemplari per molte altre località alpine, che fanno del luogo e della sua comunità un modello vitale e in grado di rinnovarsi costantemente pur tra le molte criticità che la realtà contemporanea nei territori montani presenta – anche nell’apparentemente florida Svizzera.

[Veduta aerea della Valle di Poschiavo con il Massiccio del Bernina sullo sfondo, risalente all’ottobre 1954. Foto di Werner Friedli, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
D’altro canto proprio da una di queste criticità, la posizione periferica nel mezzo tra l’industriosa (ma straniera) Valtellina e l’Engadina mecca del turismo di lusso che apparentemente poneva la città al margine di entrambe, il Comune di Poschiavo è riuscito a ricavarne un’efficace risorsa, facendo della propria indipendenza una ricetta di successo. Una vasta gamma di servizi sono a disposizione degli abitanti, tra cui un ospedale, scuole e una biblioteca. L’offerta culturale è ampia e spazia dai concerti alle proiezioni cinematografiche. «Questa autonomia è un elemento cruciale per contrastare lo spopolamento, una sfida comune a molte regioni di montagna», precisa il Comune al riguardo. Secondo il podestà Giovanni Jochum, anche se il numero degli abitanti è stabile e la popolazione tende a invecchiare, «Ci sono giovani che ritornano, anche con le loro famiglie. Essi lanciano nuove iniziative e creano nuove attività che non c’erano finora, il che è molto positivo».

[Foto tratta da www.poschiavo.ch.]
Poschiavo è l’esempio di una montagna alpina che non solo sa elaborare una resilienza peculiare nei confronti della realtà contemporanea e delle sue varie criticità, ma riesce anche a essere attrattiva fornendo una dimensione di vita e professionale che da un lato garantisce i servizi necessari ai residenti e dall’altra li armonizza a un territorio e a un paesaggio verso i quali riserva una particolare cura, garantendone le valenze estetiche e le prerogative ecosistemiche.

[Immagine tratta da www.valposchiavo.ch.]
Grandi applausi dunque al Comune di Poschiavo e a tutta la comunità Poschiavina, per il premio vinto e per quanto da tempo sanno fare a beneficio del proprio territorio e del futuro di chiunque è parte del suo paesaggio. Un modello da conoscere e imitare quanto più possibile, ribadisco.

Non scrivete più dei bei luoghi di montagna sui social!

[La Capanna Piansecco, in val Bedretto (Cantone Ticino). Foto tratta da Facebook.]

Le montagne sono il luogo perfetto per noi umani per creare un legame forte con la natura. Secondo il principio «se lo conosci vorrai anche proteggerlo», sfruttiamo numerosi approcci diversi per avvicinare gli appassionati di sport di montagna alla protezione dell’ambiente.
Al contrario delle città e dell’Altopiano, la natura e il paesaggio delle Alpi sono ancora intatti. Ci sono luoghi in cui il turismo è intensivo e in cui le montagne vengono banalizzate. Ma se ci si sposta con le proprie gambe in montagna, non si può fare a meno di realizzare quanto siamo piccoli e deboli in confronto. Proprio grazie a queste esperienze ho deciso anch’io di battermi per la protezione della natura e dell’ambiente.
Fondamentalmente bisogna essere umili lungo il percorso, non lasciare tracce del proprio passaggio, non essere arroganti e al contempo divertirsi. Inoltre: in qualità di visitatore, contribuire alla valorizzazione delle montagne acquistando prodotti locali. Oh, e non rivelate i segreti sui posti più belli sui social media!

[Philippe Wäger, geografo, responsabile del settore Ambiente presso il segretariato centrale del Club Alpino Svizzero, intervistato da “Tio.ch” il 10 gennaio 2025.]

Messa lì così sembra una mera battuta, in verità quello degli influencer che sul web postano foto e commenti riguardanti luoghi di montagna che poi vengono invasi dai loro followers è un problema oggettivo e comune a tutti i territori turistici (non solo montani, ovviamente) che in Svizzera viene spesso analizzato dai media. Ad esempio, un articolo del luglio 2024 pubblicato su “Swissinfo.ch” dal titolo Turismo di massa improvviso: le strategie svizzere contro “l’effetto influencer”, dopo aver citato alcuni casi di “influencer” i cui contenuti social hanno generato sovraffollamenti turistici nei luoghi interessati propone tra gli altri questo possibile “rimedio”:

I diversi uffici turistici elvetici cercano di limitare i disagi con tecniche che potremmo definire “chiodo scaccia chiodo”: ingaggiando, cioè, influencer che promuovano regioni meno conosciute e che potrebbero trarre numerosi vantaggi dal turismo, riducendo così la pressione sui “best seller”, che ormai non hanno nemmeno più bisogno di pubblicità.

Una buona idea innanzi tutto per togliere pressione turistica a zone già troppo affollate e permettere la scoperta di altre località parimenti belle ma per vari motivi poco o nulla considerate dal marketing del turismo? Oppure un boomerang che rischia soltanto di ritorcersi contro chi lo “lancia” e di spostare se non moltiplicare il problema generando disagi e danni da overtourism anche in luoghi che fino a oggi ne erano rimasti pressoché immuni?