MONTAG/NEWS #13: non solo Olimpiadi (per fortuna) nelle notizie dalle montagne dei giorni scorsi

Torna anche oggi la mini-rassegna stampa a cadenza domenicale di notizie relative a cose di montagna pubblicate in rete nella scorsa settimana parecchio interessanti da conoscere e leggere, con i link diretti alle fonti originarie così che ognuno possa approfondirle a piacimento.
Le Olimpiadi di Milano Cortina si avvicinano e le notizie relative, soprattutto quelle sui disastri che stanno caratterizzando l’organizzazione dei Giochi, si susseguono; ma le montagne non vivono di sole Olimpiadi (anzi!) e molto altro di interessante vi è accaduto nei giorni scorsi: questo è un tentativo di non perdere alcune delle notizie più significative. Durante la settimana le più recenti le trovate sulla home page del blog nella colonna di sinistra; qui invece trovate il loro archivio permanente.

Buone letture!


CORTINA È LA “GROENLANDIA” DEL TRENTINO-ALTO ADIGE?

Mentre gli USA minacciano sempre più di annettere con le buone o con le cattive la Groenlandia strappandola alla Danimarca, in Trentino-Alto Adige la Südtiroler VolksPartei, il principale e più potente partito del Sudtirolo, punta ad ampliare i confini regionali “annettendo” comuni oggi in Lombardia e Veneto tra i quali anche Cortina d’Ampezzo. «È la popolazione stessa a chiederlo» sostiene la SVP, che giustifica la proposta con la riunione dei territori di cultura ladina ora divisi tra Veneto e Trentino-Alto Adige, ma ovviamente il Veneto non l’ha presa affatto bene: «No secco» e «Stiamo attenti a giocare col fuoco» rispondono da Venezia. Come finirà?


LE TEMPERATURE NEL 2025, ANCHE SULLE ALPI

Copernicus, il programma europeo di osservazione scientifica della Terra, ha comunicato che il 2025 è stato il terzo anno più caldo mai registrato da quando esistono queste rilevazioni, dopo il 2023 e il 2024. E sulle Alpi? Secondo i rilievi di MeteoSvizzera per il versante sud delle Alpi, validi quindi anche per il territorio alpino italiano, l’anno 2025 è risultato il quarto più caldo dall’inizio delle misure nel 1864, con un’anomalia di +1,2 °C rispetto al periodo di riferimento 1991-2020 e per giunta in un contesto nel quale le temperature stanno già aumentando più della media globale. Insomma, la bollitura a fuoco lento di noi “rane alpine” continua inesorabile…


LA SVIZZERA CI RIPROVA CON LE OLIMPIADI

La Svizzera ci vuole riprovare a ottenere le Olimpiadi invernali nonostante negli anni passati vari referendum popolari hanno bocciato le candidature proposte. Ora si è costituito il comitato “Switzerland 2038” per ottenere i Giochi di quell’anno, promettendo gare diffuse in tutto il paese (un po’ come Milano Cortina ma in maniera ancora più ampia), utilizzo delle strutture esistenti, impatto ambientale minimo e un budget di 2,2 miliardi di CHF (pari a 2,36 miliardi di Euro), per oltre l’80% composto da capitali privati. Impegni in certi casi simili a quelli di Milano Cortina, ma in Italia ampiamente disattesi. Come andrà in Svizzera?


ANCHE LE FUNIVIE SONO STRESSATE!

Su “Montagna.tv” Michele Comi commenta da par suo i numerosi guasti che nei giorni scorsi hanno bloccato alcuni impianti di risalita un po’ ovunque sulle Alpi, come fossero anch’essi vittime di una sorta di stress da iperturismo. «Questi intoppi quasi quotidiani sugli impianti hanno qualcosa di poetico, quasi ribelle, dove trefoli, volani, motori e piloni sembrano prendersela con i chili e chili di sciatori, ossa e tendini, inermi trasportati verso l’alto. Torna alla mente Caterino, il robot che voleva dormire di Gianni Rodari […] Sembra che anche le seggiovie e le funivie abbiano il loro momento di ribellione, un piccolo sonno, un sospiro meccanico, e il tempo di riscoprire che la montagna non si lascia mai domare del tutto.»


CENTO LITRI D’ACQUA AL SECONDO PER LE OLIMPIADI, A CORTINA

Come riferisce “Il Gazzettino”, dal torrente Boite, che scorre nella conca di Cortina d’Ampezzo, verranno prelevati 100 litri d’acqua al secondo per innevare le piste della Tofana, sedi delle gare di Milano Cortina 2026. Ciò avverrà attraverso una presa idrica di nuova realizzazione per soddisfare il fabbisogno dei Giochi, «uno dei lavori eseguiti da Simico che rimarranno come lascito dei Giochi trascorso il grande evento sportivo». Dunque sarebbe “un lascito” un’opera che toglie acqua dal principale torrente ampezzano danneggiandone l’ecosistema e privando la comunità della proprie risorse idriche?


LA SINGOLARE GENEROSITÀ DI COLERE VERSO GLI SPIAZZI DI GROMO

L’Eco di Bergamo” ha dato notizia di una possibile partnership tra le società di gestione dei comprensori di Colere e Spiazzi di Gromo «per salvare la seggiovia del Vodala» (di Spiazzi, a fine vita tecnica) e «sbloccare i 6,5 milioni già stanziati dal ministero per rifare il collegamento con il rifugio». Ma la società che gestisce gli impianti di Colere è la stessa del famigerato e criticatissimo megaprogetto di collegamento sciistico con Lizzola: dunque è una collaborazione “disinteressata”, quella offerta da Colere, o c’è sotto l’idea di un’ulteriore ampliamento del comprensorio sciistico verso Spiazzi, ventilata da lustri ma a quote oggi ormai inadatte per lo sci?

Lo Chalet Mollino a Sauze d’Oulx è ancora così degradato o si è rimediato ai danni fatti?

[Stazione della Slittovia al Lago Nero nel suo aspetto originale, 1946-47. Photo E.P.T., tratta da qui.]
Nei mesi scorsi aveva fatto abbastanza scalpore, almeno tra le persone sensibili alle cose belle e a quelle brutte che avvengono in montagna, la trasformazione della ex slittovia al Lago Nero di Carlo Mollino a Sauze d’Oulx (Valle di Susa, Piemonte), una delle opere alpine più iconiche del grande architetto torinese, convertita in chalet-punto di ristoro sulle piste da sci con il bene placito del Comune locale. Una trasformazione da molti ritenuta orrenda, rozza, irrispettosa del valore storico e architettonico dell’edificio, denunciata con dettaglio dal “Giornale dell’Architettura” lo scorso marzo che l’ha definita un intervento

che tradisce l’edificio, vanifica i risultati di un attento restauro e anche delle moderate modifiche, finora rispettose, portate dalla nuova funzione […] Il fatto, inconfutabile, è che l’ex slittovia che oggi si presenta agli occhi di sciatori e appassionati di trekking è molto cambiata. La completa assenza di un progetto ne zavorra pesantemente a terra la leggerezza e lo slancio caratteristici delle architetture di Mollino, e lo fa compiendo poche scelte sbagliate, sciatte e di gusto discutibile, sebbene interne e reversibili.

Un’analisi che è stata approfondita più avanti da Luca Gibello storico e critico di architettura contemporanea, presidente dell’associazione “Cantieri d’alta quota”, che sulla “Rivista del Club Alpino Italiano” n°15 di luglio 2025 ha definito l’intervento

Un festival del posticcio, in omaggio a un “Pinterest alpino” che suona tanto kitsch.

Aggiungendo poi alcune considerazioni che trovo particolarmente interessanti:

Occorre comunque chiedersi perché si possa giungere a tanto, pur di mettere a reddito ogni centimetro quadro disponibile, in un comprensorio turistico già. affollato e inflazionato. Stupisce il laissez faire della pubblica amministrazione, che non poteva non sapere, e che sul suo sito web saluta lo Chalet Mollino come “una delle più importanti opere d’architettura moderna presenti in Italia”. Inoltre, si badi bene che la Soprintendenza è stata tenuta all’oscuro di tutta l’operazione, sebbene, in base al Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, gli edifici pubblici costruiti da più di 70 anni da autori non più viventi risultino automaticamente sottoposti a vincolo di tutela.

Quello appena descritto da Gibello è nella sostanza lo stesso atteggiamento che vedo assunto da molte amministrazioni di montagna nei confronti del proprio territorio naturale: un identico laissez faire pur di “valorizzare”, cioè mettere a valore e (s)vendere sul mercato turistico, le proprie montagne anche quando le infrastrutture relative risultano palesemente impattanti e degradanti in modi e con conseguenze che, parimenti, quelle amministrazioni non potevano non sapere.

[Ancora un’immagine della Slittovia originale, di nuovo tratta da qui.]
Un atteggiamento che rimarca non solo una carenza culturale nei confronti delle proprie montagne oltre che una notevole incompetenza riguardo il portato di ciò che vi si delibera e si realizza, ma pure una relazione degradata con i luoghi vissuti e amministrati, verso i quali non si dimostra la cura, l’attenzione e la sensibilità che il decisore politico per primo, e in modo esemplare, dovrebbe manifestare. Ancor più in territori così meravigliosi e al contempo delicati e fragili come quelli montani.

Al riguardo cito ancora Gibello:

Si auspica un pizzico di sensibilità in più, in grado di comprendere il valore del patrimonio costruito, compreso quello contemporaneo. Una sensibilità che consenta di porci qualche domanda, e magari fare qualche verifica, prima di avventarci sulle cose. In altre parole, imparare ad apprezzarle. Così come, durante la pausa tra una sciata e l’altra, magari riusciremo ad accorgerci del paesaggio che ci circonda se non verremo storditi dalla musica unz unz sparata a palla dallo chalet di turno incontrato lungo le piste.

Già, perché se si banalizza e degrada un’opera in origine così bella e sensata come l’ex slittovia di Mollino, inevitabilmente si degrada anche il modo con il quale viene vissuta e con essa il luogo in cui si trova, del quale si perde la facoltà di riconoscerne la bellezza, appunto, e il valore naturale peculiare, ostacolando di conseguenza qualsiasi buona relazione culturale che vi si possa e debba intrattenere. Un po’ come l’effetto “periferia degradata” nelle città: in un quartiere mal tenuto con palazzi brutti la relazione con il luogo e la qualità di vita di chi lo abita inevitabilmente decade.

[Carlo Mollino di fronte alla sua slittovia, in un fotomontaggio tratto dalla pagina Facebook “Rovine e rinascite“.]
Dunque ora, visto che a breve ripartirà la stagione sciistica e di conseguenza la fruizione turistica dello “Chalet Mollino” e siccome in molti hanno chiesto di eliminare quelle brutture applicate all’edificio ripristinandone il più possibile l’aspetto architettonico precedente, chiedo a chi magari scierà da quelle parti: sono stati sistemati i danni perpetrati, oppure tutto è rimasto come prima?

Perché, se fosse così, se tutto fosse rimasto inalterato dalla scorsa stagione, sarebbe veramente il caso di chiederne giuridicamente conto agli amministratori di Sauze d’Oulx (che già in passato hanno deliberato attrazioni turistiche altrettanto discutibili) e di metterli di fronte alle loro evidenti responsabilità al riguardo nonché alla mancanza di sensibilità nei confronti delle loro montagne.

N.B.: le foto qui pubblicate sono ©Cristiana Chiorino e le ho tratte da “Il Giornale dell’Architettura“.

Gli skidome sono la soluzione alla crisi dello sci in molte località montane?

[Immagine tratta da www.montagna.tv; fonte originaria Wikimedia Commons, @Snowticias.com.]
Per quanto mi riguarda, trovo l’idea degli skidome, le piste da sci indoor realizzate in grandi capannoni nei quali riprodurre il clima invernale per tutto l’anno, assolutamente idiota se pensata per la montagna.

La si sta ipotizzando a Cesana Torinese per sostituire la pista di bob delle Olimpiadi di Torino 2006 abbandonata e in degrado (la stessa fine che farà quella di Cortina, sia chiaro) che sarà smantellata. Costo previsto per tale skidome: 50 milioni di Euro, più 9 milioni per lo smantellamento della vecchia pista di bob. Cinquantanove milioni per sciare in una enorme scatola di cemento su una pista ridicola con un meraviglioso paesaggio montano al di fuori che, seppur ormai privo delle condizioni per praticare lo sci, riserva bellezze naturali e potenzialità turistiche a iosa. Ditemi voi se non è un’idiozia, questa.

[Due rendering dello skidome progettato a Cesana Torinese. Immagini tratte da www.valsusaoggi.it.]
A questo punto, se proprio si vogliono realizzare, perché gli skidome non si fanno in città? Lo sostenevo già più di due anni fa che nel caso ci sarebbero solo vantaggi: migliaia e migliaia di sciatori, che se sono disposti a sciare in uno skidome non saranno granché interessati al paesaggio montano, non dovrebbero fare centinaia di chilometri in auto – inquinando e generando traffico sulle strade in quota – per salire fino alle località montane e parimenti gli atleti, che in città avrebbero a disposizione altre strutture di allenamento migliori. Il paesaggio montano non verrebbe interessato da una struttura inevitabilmente impattante, anzi: gli skidome in città potrebbero rappresentare un buon motivo per smantellare molti impianti sciistici in montagna ormai prossimi alla chiusura, sia per ragioni climatiche che economiche; di contro le località di montagna, sgravate dall’ormai insostenibile eredità sciistica, potrebbero finalmente sviluppare una frequentazione turistica consona ai loro territori, alla realtà climatica e ambientale e alle reali potenzialità che offrono, così realmente rivitalizzando il tessuto socio-economico locale legato al turismo (e non solo quello) senza più essere soggetti alle traversie climatiche in divenire a tutto vantaggio del territorio e della sua comunità.

[La pista di bob abbandonata di Cesana Torinese. Immagine tratta da www.torinotoday.it.]
Insomma: tra idiozia e buon senso la distanza è breve solo se si sceglie di non pensare, vaneggiando “soluzioni” che inevitabilmente peggiorano i problemi che pretendono di risolvere. La montagna non abbisogna certo di capannoni refrigerati per sciare – sarebbe come andare in una città d’arte e ammirare i suoi monumenti sui maxischermi di uno spazio al chiuso – ma di essere frequentata, goduta e vissuta in tutto ciò che di meraviglioso sa offrire in ogni stagione, tanto più nella realtà climatica in divenire. Se non lo si capisce, be’, è un motivo ulteriore per restarsene in città; al sindaco di Cesana, invece, che dice cose a sostegno dello skidome francamente grottesche, consiglio di uscire dal proprio municipio, osservare il paesaggio intorno e pensare. Come una montagna (cit.), se ne è capace.

Una proposta “provocatoria” per il futuro dei comprensori sciistici

[Veduta di Sestriere, in Piemonte, località totalmente vocata allo sci. Fonte dell’immagine www.facebook.com/sestriereofficial.]
Un’altra delle motivazioni che i gestori dei comprensori sciistici adducono di continuo a sostegno della loro attività e a giustificazione di tutto quanto ne consegue, a partire dalle frequenti enormi elargizioni di soldi pubblici, è che i loro comprensori assicurano l’economia dei territori che li ospitano, vi generano indotto, danno lavoro ai locali e così mantengono in vita le comunità.

Ciò per diversi aspetti è vero, anche perché le possibilità alternative al modello economico dell’industria dello sci nel corso del tempo sono state soffocate quasi totalmente – infatti è per questo che riguardo lo sci si parla di “monocultura turistica”.

Di contro, posta la realtà così ricca di problematiche e di variabili che le nostre montagne devono affrontare in maniera sempre più pressante – a partire da quella climatica che però, appunto, non è affatto l’unica – mi chiedo: oggi è lecito e accettabile che il destino socioeconomico, ma pure culturale, di interi territori montani sia messo nelle mani di soggetti privati il cui scopo fondamentale, ovviamente e logicamente, non è garantire il futuro dei territori in cui operano ma conseguire il maggior lucro possibile dalla propria attività?

Soggetti privati di natura imprenditoriale, peraltro, la cui attività è legata al rischio d’impresa e all’andamento del mercato di riferimento come per qualsiasi altra attività economica privata. Dunque, è ammissibile che un territorio montano e la sua comunità possano pur indirettamente contemplare un rischio d’impresa ed essere sottoposti ad un mercato economico che con essi non c’entra nulla, se non per le eventuali ricadute generate dal suo andamento?

[Nel comprensorio del Dolomiti SuperSki. Immagine tratta da www.val-gardena.com.]
Al netto che la realtà “ordinaria” è quella appena descritta, a me viene molto da pensare intorno a tali interrogativi. D’altro canto è già successo che società di gestione di comprensori sciistici fallissero lasciando in braghe di tela, come si usa dire in questi casi, i territori dove operavano: a volte le conseguenze sono state ridotte grazie alla capacità del territorio di riprendersi, in altri casi sono state letali, trasformando le località ex sciistiche in luoghi fantasma. E ciò è successo non tanto per il fallimento del modello sciistico locale ma per l’assenza di alternative economiche, come prima denotato, circostanza che da un lato ha reso il territorio ostaggio dello sci e dall’altro ne ha svigorito le specifiche potenzialità imprenditoriali.

Posta questa situazione, e per superarne la notevole ambiguità oltre che la rischiosità per i territori montani (e altre cose poco o nulla citate, al riguardo, come la questione degli aiuti di stato) formulo una proposta provocatoria ma non troppo: la totale presa in carico pubblica dei comprensori sciistici. Cioè l’acquisto di impianti e piste da sci da parte degli enti pubblici locali, con il conseguente affidamento della gestione a soggetti scelti tramite gara anche in base al valore dei progetti imprenditoriali presentati al riguardo, e con il riconoscimento dei maggiori benefici economici derivanti dall’attività dei comprensori agli enti pubblici stessi, dunque direttamente alle comunità locali, da reinvestire nei servizi di base e nelle necessità comuni dei territori interessati.

Sarebbe la cosa più sensata da fare, a ben vedere.

[Veduta della ski area di Prali i cui impianti sono di proprietà pubblica, del Comune e dell’Unione Montana Valli Chisone e Germanasca. Fonte dell’immagine www.piemonteitalia.eu.]
Ve l’ho detto (scritto) che è una proposta provocatoria. Ma forse lo è molto meno di quanto appaia, già.

Due hotel che si somigliano ma dai destini alquanto diversi

Avete presente quando vi si para davanti agli occhi una certa immagine e, subito, avete l’impressione di averne vista una molto simile da qualche altra parte?

Ecco:

Quello sopra è l’Hotel Adler di Foppolo (Bergamo), quello sotto il Gstaad Palace di Gstaad, in Svizzera.

Al netto delle somiglianze architettoniche, c’è qualche “piccola” differenza che li distingue: il Gstaad Palace, inaugurato nel 1913, è uno degli hotel più lussuosi del mondo ed è sito in una delle località sciistiche più rinomate e ricercate (nonché costose) delle Alpi; l’Hotel Adler, costruito (suppongo) intorno agli anni Settanta del Novecento, è finito in asta giudiziaria nel 2011 (poi è stato parzialmente riaperto) e si trova in una stazione sciistica che, dopo il fallimento della società di gestione degli impianti nel 2017 con annesse indagini giudiziarie, stenta a rilanciare la propria attività turistica.

Insomma: una forma piuttosto simile, due destini del tutto diversi. Chissà se i costruttori dell’hotel di Foppolo si siano ispirati a quello di Gstaad: nel caso, non è proprio stata un’ispirazione fortunata. In ogni caso è molto interessante notare la frequenza di riproposizione di certi modelli e forme architettoniche peculiari negli edifici alpini ad uso turistico (lo “chalet” ha fatto scuola fin dall’Ottocento, come si sa) e quanto possa essere differente il giudizio sulla loro contestualizzazione rispetto al luogo che li ospita, anche al netto degli aspetti estetici e dell’impatto visivo. Modelli evidentemente presi spesso a campione ma, probabilmente, senza la necessaria riflessione riguardo il loro inserimento (materiale e immateriale) nel contesto locale. Ciò che mi viene da pensare sia successo a Foppolo con l’hotel in questione e con altri lì presenti, che non a caso fanno considerare la località bergamasca a tanti una delle più brutte della montagna italiana dal punto di vista architettonico e urbanistico.

P.S.: so bene che ve ne siano molti altri di hotel dalle fattezze più o meno evidenti di “castello” in giro per le Alpi, ma quella qui proposta è la prima similitudine che mi è balzata in mente, dunque la più spontanea.