Le mucche

[Foto di Oliver Augustijn da Unsplash.]
Avete mai guardato una mucca negli occhi? E, se sì, cosa avete visto, cosa avete percepito nel suo sguardo? E avete mai pensato a cosa lei, la mucca, abbia visto nel vostro sguardo?

La mucca credo sia una delle creature che noi umani più sottovalutiamo in assoluto, in senso specista, eppure è tra quelle fondamentali per la nostra vita e per lo sviluppo della nostra civiltà – con “nostra” intendo di questa parte di mondo e in particolare dei territori di montagna o adiacenti a essi, come è l’intera Italia. La vediamo quieta e paciosa pascolare sugli alpeggi o nei prati di pianura, la sentiamo raramente muggire e praticamente mai reagire con apparente “animalità” come fanno altri, la guardiamo quasi sempre con sufficienza, come una bestia forse un po’ stupida, poco empatica, priva di emozioni o comunque incapace di manifestarle, buona soprattutto per fare da immancabile elemento scenografico ai paesaggi montani. Di contro, è uno degli animali che più abbiamo votato al nostro assoluto servizio: le abbiamo imposto il dovere di darci latte e carne e di contro l’abbiamo spesso imprigionata in allevamenti industriali spaventosi, in condizioni criminali, senza che mai si sia rivoltata contro i suoi carcerieri umani; al di là di tali brutture, storicamente è soprattutto grazie alla mucca se la zootecnia si è sviluppata dall’Alto Medioevo in poi fin nelle forme odierne, innanzi tutto nelle zone europee a ridosso dei monti, sviluppando poi tutta un’economia fondamentale per l’evoluzione dell’intera civiltà di cui siamo parte. È un animale, insomma, che abbiamo sempre guardato, e osserviamo tutt’ora, soprattutto attraverso la sua utilità a nostro vantaggio, quasi mai osservandola come un essere vivente tale quale a noi, come tutti gli altri nel mondo che viviamo e come i tanti verso cui riserviamo ben maggiori attenzioni e considerazioni.

Ma, ribadisco, provate a guardare una mucca negli occhi. Se lo fate, lei probabilmente ricambierà lo sguardo e vi osserverà fissamente; come voi verso di lei, ugualmente in quegli istanti cercherà di relazionarsi a voi, in un modo tanto elementare come quello offerto dagli occhi eppure potenzialmente intenso, profondo e “dialogante” come nessun altro senso forse può fare. E provate a immaginare, con quel suo sguardo, cosa vi stia chiedendo. Perché qualcosa ce lo chiede, io credo, e in fondo comprenderà essa stessa che noi umani siamo le creature del mondo che quotidianamente vive più importanti per lei, quelle con cui deve intrattenere la relazione principale. Di più: sono certo che non si fermi solo a questo il suo pensiero, che quel suo fare così docilmente “tonto” non sia affatto il segno di scarsa intelligenza ma forse il contrario, sia un modo di osservarci senza dare troppo nell’occhio e, chissà, nel frattempo per studiarci e capirci – e capire cosa ci facciamo realmente al mondo – come noi, che continuiamo a osservarle con sufficienza e un po’ di scherno pensando al formaggio, al cioccolato al latte e a profumate bistecche, non sappiamo invece fare. E dunque, se così fosse, chi sarebbe veramente l’animale, tra i due?

Per tutto ciò sono molto curioso di poter vedere, appena possibile, Cow, il film della regista inglese Andrea Arnold – apprezzatissimo dalla critica, il cui trailer vedete qui sopra – che, dice la presentazione, «esplora la vita di una mucca da latte, offrendoci la possibilità di osservare da vicino la sua realtà quotidiana e facendoci riflettere su quale grande servizio ci offra» nonché ci fa pensare proprio sulla nostra relazione con animali del genere, così importanti per noi, attraverso il loro punto di vista – sta qui la novità sostanziale del film in forza dell’animale in questione. Più in generale Cow ci costringe a riflettere sulla nostra relazione con l’intero ambiente naturale, verso il quale – altra drammatica supponenza nostra – ci sentiamo sempre così superiori e dominanti ma generando di continuo prove dell’insussistenza di una tale condizione.

Spero di vederlo presto, ripeto, così come di tornare a dialogare attraverso lo sguardo reciproco con qualche mucca, in giro per le montagne, e “scambiarci” qualcosa di sicuramente interessante, ecco.

Per evitare opere pubbliche dannose (sui monti e non solo)

[Il versante bergamasco del Resegone, visto dalla Val Taleggio. Foto di Ago76, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
In calce al post su Facebook con il quale ho pubblicato sul social il mio articolo di qualche giorno fa sulla progettazione di una strada asfaltata alle pendici del Resegone, in una zona montana di grandissimo pregio paesaggistico e assai poco antropizzata, nonché sulla relativa petizione co la quale si stanno raccogliendo firme e pareri contrari, l’amico e collega di penna Ruggero Meles mi ha lasciato un breve ma interessante commento:

Mi piacerebbe assai che oltre che firmare la petizione nascesse la possibilità di un confronto pubblico tra chi vuole asfaltare questa strada e chi no. Un confronto serio e pacato, ma anche capace di far emergere le vere e profonde motivazioni dei contendenti.

In effetti Meles mette in luce uno degli aspetti fondamentali di una situazione del genere, e tale perché posto, teoricamente, a monte di essa: il dibattito pubblico e il confronto equilibrato tra le parti – favorevoli, contrari, amministratori pubblici, portatori di interesse – in occasione di progetti che poco o tanto risultano particolarmente impattati sui luoghi e sui paesaggi dove si vorrebbero realizzare, in special modo se tali luoghi risultino ancora poco antropizzati e ove le opere da realizzare possano sviluppare funzionalità ulteriori rispetto a quelle meramente progettuali, dovrebbero rappresentare per regola uno degli elementi fondanti e costitutivi del progetto stesso, insieme a ogni altra pratica propedeutica all’avviarsi della teoria progettuale – e ben prima della pratica in loco. Purtroppo, molto spesso bisogna invece prendere atto del modus operandi di enti amministrativi e pubblici che presentano alla cittadinanza – quando lo fanno, che non è cosa automatica – proposte e progetti già bell’e pronti per diventare cantieri operativi, con spazi di manovra per interventi di interesse pubblico e collettivo ovvero di variazione delle opere assai ristretti quando non nulli. Ciò non significa poi che tali opere non possano essere fermate, tuttavia capite bene che tali situazioni portano quasi sempre a un inesorabile muro-contro-muro tra favorevoli e contrari e tra parti politiche interne all’amministrazione territoriale, generando uno scontro inevitabilmente estremizzato nelle prese di posizione proprio perché privo di qualsiasi dialogo precedente, in condizioni e momenti che sarebbero ben favorevoli al riguardo dacché ancora lontani da qualsiasi belligeranza, e che si rivela quasi mai costruttivo. Per giunta potrebbe pure capitare che certi progetti siano mal pensati e mal proposti ma per certi versi risultino plausibili, ma lo scontro tra le parti avverse lascia poco spazio alla diplomazia e al compromesso sicché anche la potenziale buona idea finisce per insozzarsi nel gran polverone sollevato.

Di certo, quel modus operandi piuttosto ordinario della politica è anche segno (senza fare di tutta l’erba un fascio) di una frequente e eccessiva autoreferenzialità della stessa, che si rivendica competenze e capacità invero opinabili, e di una sorta di frenesia nel “fare cose” ideate attraverso una visione temporale prettamente elettorale ovvero legata al dover spendere alla svelta i soldi di finanziamenti pubblici e fonti affini la cui burocrazia, lo posso dire per esperienza diretta, comprime i tempi progettuali entro limiti sovente assurdi, nei quali è necessario concepire qualcosa subitamente e senza troppe finezze pur di rispettare le condizioni e le scadenze imposte, anche ove i progetti proposti presentino un impatto potenziale materiale e immateriale ingente sul luogo prescelto. Tutto ciò, poi, senza contare diversi altri fattori a volte presenti nell’attività politica a livello locale (e non solo lì, certamente) ben più bassi e meschini ma dei quali qui non voglio fare cenno per non peccare di malignità. Fatto sta che spesso l’impressione derivante è che la politica rifugga il confronto pubblico e, quando debba sostenere, ne sia parecchio infastidita, temendo da una parte che i cittadini non comprendano (e dunque non assecondino) le sue ragioni e dall’altro che la propria autonomia d’azione possa in qualche modo venir limitata e decurtata di meriti che, inesorabilmente, diventano medaglie elettorali da appuntarsi al petto (lo dico senza alcuna malevolenza: ben venga il politico che si vanti di cose “sue” belle e fatte bene!), in una rivendicazione di posizioni acquisite non sempre equilibrata e giustificata.

Ora, non dico che si debba arrivare al livello di democrazia diretta esistente in Svizzera – temo che a Sud delle Alpi non ci sia un’adeguata preparazione culturale diffusa, al riguardo – ma senza dubbio sarebbe buona cosa se l’osservazione di Ruggero Meles diventasse il nuovo e logico modus operandi in ogni opera pubblica (salvo il mettere tombini e poco altro di altrettanto elementare) che vada a modificare il territorio abitato e il paesaggio vissuto, magari normandola in modalità che ne garantiscano tanto la pluralità di voci e opinioni quanto la concretezza costruttiva. Forse ciò porterà alla realizzazione di opere migliori, più belle e condivise, forse no, ma io credo che probabilmente genererà una crescita importante di attenzione, sensibilità civica e consapevolezza politica sia tra i cittadini che tra gli amministratori pubblici. E di ciò chiunque non potrà che trarne un gran vantaggio.

 

E poi c’è chi vorrebbe asfaltare il Resegone…

[Foto di Marco Caccia, fonte originale: https://www.orobie.it/foto/costa-del-palio/93262/.]
La Costa del Palio è una dorsale prativa che dal versante bergamasco del celeberrimo Resegone procede verso Est con altitudine costante e andamento placidamente sinuoso, rappresentando da un versante la testata della Valle Imagna e dall’altro il bordo dall’alta Val Taleggio, lì dove il torrente Enna che la forma ha le sue scenografiche sorgenti. La sua lunga schiena erbosa sembra quella di un gigantesco, bonario animale mitologico dormiente, così priva di alberi lungo il suo colmo, e l’assenza nelle vicinanze di altre sommità più elevate (salvo il citato Resegone che chiude l’orizzonte a ponente) la rende una zona prealpina tanto particolare quanto sublime, tranquilla, meditativa, armoniosamente inserita in un paesaggio che offre tante visuali diverse quanti sguardi vi si possono generare i quali, come in groppa ai venti che valicano la dorsale, corrono verso orizzonti vastissimi e lontani. Non a caso la Costa del Palio è Zona di Protezione Speciale: come si può leggere nella scheda della ZPS, «la parte sommitale prativa e pascoliva è ammirevole sia paesaggisticamente, per il contrasto tra l’andamento dolce contro la figura rocciosa del Resegone, sia naturalisticamente come oasi per la fauna e per la vegetazione erbacea che annovera le formazioni a nardeto (Nardus stricta) di notevole valore per la loro rarità nei territori con substrati carbonatici. Il versante esposto a sud della Costa è prevalentemente ricoperto dai rimboschimenti artificiali di abete rosso (Picea abies), pino nero (Pinus nigra) e larice (Larix decidua) dalla struttura a fustaia che solo in parte accolgono lembi di vegetazione autoctona. Il versante esposto a nord vede, invece, formazioni forestali più eterogenee a dominanza di faggio con gruppi di abete rosso, di aceri e frassini inframmezzate da radure e chiarie di grande valore naturalistico.»

[Foto di Maurizio Scalvini, fonte originale: www.pieroweb.com.]
Ecco: in questo territorio così pregiato, dal paesaggio tanto sublime, qualcuno vorrebbe realizzare un strada asfaltata che unirebbe la Valle Imagna con Morterone in Valsassina e con la Culmine di San Pietro verso la Val Taleggio, sfruttando la rete di piste agro-silvo-pastorali esistenti ma intervenendo pesantemente con escavazioni e sbancamenti per l’allargamento della sede stradale lungo un tratto di circa 8 km con la successiva asfaltatura, come detto, tracciando un percorso che attraverserebbe la suddetta Costa del Palio. Ovvero, decretando per essa, per il suo paesaggio e per le sue così preziose peculiarità ambientali la fine più nefasta e sconfortante.

Purtroppo ancora troppi politici e amministratori pubblici, evidentemente privi di sensibilità e consapevolezza culturale nei confronti di territori tanto meravigliosi quanto delicati, continuano a muoversi in essi come goffi e miopi elefanti in una pregiata cristalleria, incuranti del rumore dei cristalli distrutti e dei danni relativi. È come se gli effetti di decenni di interventi maldestri e malpensati non fossero sotto gli occhi di tutti, un po’ ovunque sulle Alpi e anche sui monti del lecchese, come se certi sconcertanti e dannosi errori commessi nel passato, anche in quello recente, non sapessero insegnare nulla e non provocassero alcun ripensamento nella mente e nell’animo dei soggetti coinvolti, ancora legati a logiche e modus operandi i quali sembrano venire dagli anni del dopoguerra e che la realtà dei fatti ha sancito come fallimentari da decenni, non da ieri. Invece siamo ancora qui, a sgomentarci per tali incredibili iniziative e a dover lottare per difendere il territorio e il paesaggio nell’ottica di uno sviluppo presente e futuro non solo ambientalmente sostenibile ma, ancor più, logico, coerente, sensato e concretamente proficuo per chiunque. Non si può andare avanti così, è una cosa ormai totalmente inaccettabile: progetti del genere vanno bloccati e l’incultura alla loro base deve essere una volte per tutte sovvertita. È una questione culturale, in fondo, esattamente come lo è il paesaggio e la sua cura: la mancanza dell’una genera inesorabilmente l’altra, con tutti i danni annessi e connessi. Fare di ciò una pratica politica ancora oggi, nel 2022, è ormai da considerare alla stregua di un “attentato”, né più né meno: un atto radicalmente avverso alla bellezza, alla vitalità e al futuro della montagna.

Sulla piattaforma Change.org è attiva una petizione dal titolo No all’asfalto ai piedi del Resegone e sulla Costa del Palio che in pochi giorni ha quasi raggiunto le 4.000 firme, nella cui pagina trovate ben dettagliate le ragioni della petizione alle quali io lì sopra ho cercato di aggiungere le mie. Io l’ho firmata senza alcun indugio; ora qui propongo anche a voi di firmarla (cliccate sull’immagine lì sopra), dacché sono certo che se conoscete la zona in questione lo farete pure senza questo mio impulso, e se invece non la conoscete vi basterà qualche immagine che troverete sul web per comprendere la grande bellezza del luogo, e il grande danno che quella strada sicuramente provocherebbe. In tal caso, con la vostra firma guadagnerete una meravigliosa meta in più da visitare, conoscere e alla quale facilmente affezionarvi – guadagnando pure la gratitudine della montagna e di chiunque la viva in armonia.

La neve come il pane

[Foto di Gabriel Alenius da Unsplash.]
La neve, quando ricopre il paesaggio, non è solo bella, divertente, suggestiva, affascinante. La neve “serve” anche per obbligarci a riscaldare il nostro corpo e così magari riscaldando pure il cuore e l’animo, perché troppo spesso il “freddo” che sentiamo non viene da fuori ma da dentro. In fondo è come dicevano (nemmeno troppo metaforicamente) i nostri vecchi, «Sotto la pioggia la fame, sotto la neve il pane»: ciò che in principio raffredda poi permette di produrre calore, cose buone e fruttuose, “cibo” per il corpo ma anche, appunto, per il cuore e l’animo, scacciando da essi qualsiasi gelo per infondervi bontà. Infatti, in tema di motti della saggezza popolare, si dice pure «buono come il pane», no? Ecco, cerchio chiuso.

Un tempo felice

Quello era ancora un tempo felice, senza televisione e senza radio, in cui si leggevano i libri. Mio padre, per esempio, era un lettore appassionato. Mi ricordo ancora dei suoi romanzi preferiti: I tre moschettieri, Il conte di Montecristo, L’eredità dei Björndal, Il castello di Umberto di Ganghofer, e poi Dostoevskij e soprattutto Gotthelf, il preferito. A casa non avevamo tanti libri ma quelli che non avevamo noi li avevano gli altri. Allora ce li imprestavamo. Bestseller che passavano di casa in casa erano ad esempio La cittadella, Com’era verde la mia valle e soprattutto uno che tutti si contendevano, intitolato I soldati della palude, scritto da un certo Langhof, dove si raccontava quello che il protagonista aveva vissuto in un campo di concentramento. A tavola allora si svolgevano animate discussioni, finché mamma diceva che dovevamo parlare d’altro.

(Oscar Peer, Il rumore del fiume, Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult, pag.139. Cliccate sull’immagine qui sopra per leggere la mia “recensione”.)