La “Montagna invernale tra il non più e il non ancora”, domani a Milano

Un caloroso consiglio agli amici di Milano – e a chi vi si possa recare.

Domani 11 dicembre a Milano, in occasione della Giornata Internazionale della Montagna, ERSAF – Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste, in collaborazione con la sezione di Milano del Club Alpino Italiano, propone una serata per parlare di turismo invernale nelle Alpi: un tema che da un inverno all’altro si fa sempre più delicato e, per molti versi, tribolato.

L’epoca dello sci inteso come fenomeno di massa sembra infatti essere giunta al termine, e alcune località si stanno attrezzando per proporre un turismo alternativo, più in linea con le esigenze dell’ambiente e con la crisi climatica. È una delicata situazione di passaggio, dai risvolti complessi, illustrata dall’autore (con Michele Nardelli) del libro “Inverno liquidoMaurizio Dematteis – direttore di “Dislivelli.eu” – insieme al direttore di “Meridiani MontagnePaolo Paci: entrambe figure del mondo della montagna (e non solo) di grande prestigio e molteplici preziose competenze che è sempre bello e istruttivo sentir parlare.

La serata è in ricordo di Lisa Garbellini, dipendente ERSAF prematuramente scomparsa che si è a lungo occupata di tematiche legate alle terre alte, e rientra all’interno del festival “Leggere le Montagne”, che dal 2015 celebra la Giornata Internazionale della Montagna con una serie di iniziative letterarie e culturali lungo l’intero arco alpino.

L’ingresso è libero (alle ore 19 presso la sede del CAI Milano, in via Duccio di Boninsegna 21/23) e ai presenti sarà offerto un rinfresco finale con prodotti tipici della montagna lombarda.

Piani di Bobbio, «piste perfette»… anzi, per nulla! (Un “fact-cheking sciistico” inevitabile)

Non lo dico per mancanza di rispetto, anzi, ma leggere l’articolo di ieri de “La Provincia-Unica TV”, uno dei principali organi di informazione nei territori di Lecco e Sondrio, sulla situazione delle piste da sci del comprensorio dei Piani di Bobbio, un moto spontaneo di ilarità lo genera. «Itb, imprese turistiche barziesi, sperava di poter esordire già questo week-end. La neve è stata sparata e le piste sono già perfette, se è per questo» vi si legge.

Ecco la “perfezione” delle piste dei Piani, ieri alle 13.20:

Cliccate sull’immagine per ingrandirla. Proprio perfette le piste, vero?

Prosegue l’articolo: «Ma il meteo ci ha messo lo zampino: nonostante il sereno (che di solito in inverno vuol dire freddo), prima sono arrivati i forti venti che hanno disperso la neve “sparata” dai cannoni. Poi ci si è messa la temperatura insolitamente alta, sempre da un minimo di 6 a un massimo che, domenica, potrebbe arrivare a 13 gradi.»
«Insolitamente alta»? Be’, in questi anni di cambiamento climatico e riscaldamento termico così evidenti soprattutto sulle montagne, la cosa (purtroppo) veramente insolita è trovarci temperature basse, da montagne “di una volta” insomma, quelle che sempre di meno si potranno constatare visto il trend climatico soprattutto alle quote inferiori ai 2000 metri ove si trovano anche i Piani di Bobbio.

[Un dettaglio delle “piste perfette” alle ore 14.00 del 28 novembre. L’immagine viene sempre da qui.]
Ribadisco: nulla contro il cronista, che evidentemente ha ritenuto in quel modo di aver fatto un buon lavoro – non avrebbe pubblicato l’articolo. Tuttavia, sugli organi di informazione se ne leggono, vedono e ascoltano spesso di resoconti del genere, e a volte quella che potrebbe sembrare una narrazione “favorevole” agli interessi (legittimi) dello sci su pista, rischia sempre di più di trasformarsi in un boomerang informativo-culturale che mette alla berlina non solo lo sci stesso ma pure le montagne che lo ospitano. Forse questo è un effetto ennesimo e “collaterale”, ma altrettanto inesorabile, del cambiamento climatico in corso e di ciò che sta comportando sulle narrazioni che alimentano l’immaginario diffuso circa la montagna invernale. Una montagna che, a quanto pare, sovente sta altrove anche rispetto a chi la vuole raccontare.

P.S.: sia quel che sia, speriamo che presto cada dal cielo neve vera per il bene di tutti, come anche a Bobbio accadeva regolarmente fino a qualche anno fa. Ecco.

 

I bandi per la montagna di Regione Lombardia: ottima cosa. No, anzi: non così tanto.

Leggo che Regione Lombardia ha stanziato 17 milioni di Euro per i progetti del bando “Valli Prealpine” al fine di «contrastare lo spopolamento e rigenerare i territori di montagna, con il potenziamento e la valorizzazione di beni e di servizi pubblici a favore delle comunità locali» e mi dico: ottima cosa! E lo è, in effetti, come lo sono i recenti bandi lombardi per l’agricoltura di montagna (17 milioni) o per i rifugi (5 milioni). Ma appena dopo penso che, pur mettendo insieme gli investimenti di tutti questi bandi “virtuosi”, la somma rappresenta solo una piccola parte di quella che la stessa Regione Lombardia ha stanziato, o intende stanziare, per infrastrutture sciistiche in zone poste a quote inferiori di 1800-2000 m, al di sotto delle quali lo sci non è più scientificamente garantito in forza dei cambiamenti climatici in corso. Soldi sostanzialmente buttati, insomma, ovvero tolti a molti altri progetti ben più necessari e utili alle comunità residenti in quei territori e realmente funzionali a combattere lo spopolamento e sostenere l’attrattività abitativa.

Si consideri i soli progetti di nuovi impianti tra Lizzola e Valbondione, per i quali Regione Lombardia stanzierebbe 19 milioni, di Piazzatorre (da Regione 14 milioni), Maniva (12,5 milioni), Montecampione (13 milioni)… con il totale siamo già ben oltre le cifre per quei bandi “virtuosi” sopra citati. Ce ne sono sicuramente altri di questi bandi, così come ci sono decine di altri progetti sciistico-turistici parimenti opinabili in corso in Lombardia, tra nuovi impianti di risalita, opere per l’innevamento artificiale, strade, parcheggi e altri interventi a corredo; ciò senza contare i progetti estivi (soprattutto le tante ciclovie assai discutibili) e gli stanziamenti per le prossime Olimpiadi di Milano-Cortina. Insomma, la bilancia è inesorabilmente squilibrata a favore di questi secondi, non dei primi.

Va bene così? Forse sì: ma nello stato in cui si trovano i nostri territori di montagna (e scrivo «nostri» per indicare non solo la montagna lombarda ma tutte le montagne italiane), non dovrebbe avvenire il contrario cioè una preponderanza di finanziamenti pubblici per progetti, opere e interventi a reale supporto della quotidianità delle comunità di montagna e dei servizi di base a loro necessari (si pensi ai continui tagli del trasporto pubblico che serve i comuni montani, per dirne solo una) destinandone una parte ben minore a supporto del turismo e solo dove sia sensato e logico intervenire. Senza dimenticare poi che gli stanziamenti pubblici nel settore turistico vanno spesso a vantaggio di soggetti privati che lavorano (giustamente) per il lucro, non a diretto favore delle comunità locali: che poi ci possano essere ricadute positive – il tanto celebrato e a volte fantomatico “indotto” – è verissimo, ma è evidentemente qualcosa di ben diverso dall’intervenire direttamente per finanziare scuole, ambulatori di sanità pubblica, bus o per manutenere le strade locali oppure sistemare le situazioni di dissesto idrogeologico.

Tutto questo lo evidenzio non tanto per dar contro a quei progetti sciistico-turistici – se pur la loro notevole irrazionalità rende inevitabile farlo – quanto per obiettività rispetto alla realtà effettiva delle cose oltre che osservanza del più ordinario e necessario buon senso. Il quale, non mi stancherò mai di ripeterlo, è un elemento fondamentale nella gestione politico-amministrativa e socio-culturale dei territori delicati come quelli di montagna. Combattere il loro spopolamento e sostenerne lo sviluppo a lungo termine non significa spendere tanti soldi ma spenderli razionalmente dove è realmente necessario senza inseguire affarismi, propagande, ideologismi e tornaconti particolari, visto anche che, finanziariamente, non siamo la Svizzera o il Lussemburgo. E vedere aprire nuove seggiovie lungo le piste da sci nel mentre che nei rispettivi paesi si vedono chiudere le scuole o eliminare i bus non è cosa degna di un paese realmente civile e democratico.

Il “Patto Territoriale” per il turismo in Valsassina: tra milioni di Euro a pioggia, entusiasmi poco giustificati, seggiovie assurde e la (ri)scoperta dell’acqua calda

È certamente apprezzabile la considerazione che Regione Lombardia riserva alla Valsassina, cioè in buona sostanza alle montagne della provincia di Lecco maggiormente interessate dal turismo – il cui territorio comprende un’altra valle prealpina di grande valore, la Valvarrone – attraverso lo stanziamento di 36 milioni di Euro complessivi per la realizzazione degli interventi previsti dal “Patto territoriale per lo sviluppo delle aree montane e dei comprensori sciistici ed escursionistici dei piani di Bobbio-Valtorta e dei piani di Artavaggio in Valsassina  – Strategia locale per lo sviluppo integrato e sostenibile della Valsassina” (fonte qui).

Un po’ meno apprezzabile – a parere di chi scrive – seppur ormai consolidata e triste abitudine della politica nostrana, è l’entusiastica strumentalizzazione propagandistica di questi interventi della quale si può leggere sulla stampa locale (siamo in campagna elettorale, d’altro canto): interventi che comprendono la sostituzione della funivia va-e-vieni Moggio-Piani di Artavaggio, l’ammodernamento/potenziamento della cabinovia da Barzio ai Piani di Bobbio e una nuova seggiovia a servizio della pista che da Bobbio scende verso Nava, oltre a opere stradali e accessorie.

[La funivia Moggio-Piani di Artavaggio, costruita nel 1961 e rimasta in servizio fino a quest’anno.]
Perché è meno apprezzabile? Perché uno sguardo più obiettivo sulla questione rileverebbe che gli interventi sugli impianti di arroccamento per i Piani di Bobbio e di Artavaggio non sono affatto «emblematici» come sostenuto, al punto da suscitare siffatti entusiasmi propagandistici, ma sono inesorabilmente obbligati, rappresentando infrastrutture giunte a fine vita tecnica o che necessitano gioco forza di rinnovamento e peraltro essendo la funivia per Artavaggio classificata come “Trasporto Pubblico Locale”: non potevano essere evitati e tanto meno negati, in pratica, pena la fine delle due località non solo dal punto di vista turistico. Per essi l’esultanza pur legittima è un po’ come per la scoperta dell’acqua calda, insomma.

[L’attuale cabinovia che da Barzio raggiunge i Piani di Bobbio, costruita nel 1993.]
Parimenti non c’è da felicitarsi, anzi, c’è solo da sconcertarsi per la riproposizione della citata seggiovia tra Nava e i Piani di Bobbio, bocciata già anni fa sia per «l’impossibilità di omologare il tracciato che discende la montagna fino al centro urbano, sia per il sopraggiunto disinteresse delle parti a investire nello sci ampiamente sotto i mille metri» (fonte qui). E se già si manifestava disinteresse tempo addietro per la costruzione di nuovi impianti sciistici a certe quote, figuriamoci oggi e ancor più nei prossimi anni con la crisi climatica che accresce senza sosta i suoi effetti, particolarmente visibili proprio sulle Alpi. Verrebbe quasi da pensare a un atteggiamento da negazionismo climatico bello e buono, ma ovviamente la speranza è che non sia così. D’altronde tutto ciò è reso ancor più emblematico da quanto dichiarato non più tardi di un anno e mezzo fa (settembre 2022) dalla società che gestisce il comprensorio sciistico dei Piani di Bobbio, riguardo questa prevista seggiovia: «Si tratta di una vicenda del passato che nulla ha a che fare con i nostri investimenti a monte in corso attualmente: Itb ha un’altra programmazione e un’altra prospettiva. Al termine dei lavori il ripristino dell’area e la componente naturalistica saranno la priorità» (fonte qui).

Dunque? Dov’è la logica in tutto ciò? E dov’è la coerenza, dove la visione strategica locale a lungo termine che dovrebbe essere propria di un autentico e sostenibile patto territoriale?

[La pista di discesa tra i Piani di Bobbio e Barzio che percorre il versante di Nava, detta “d’emergenza” perché sarebbe dovuta servire per il rientro degli sciatori a valle in caso di fermo della cabinovia e mai entrata ufficialmente in servizio (anche perché quasi mai innevata), nei pressi della quale si vorrebbe realizzare la nuova seggiovia.]
In verità, è arduo non rimarcare quanto risulti sconcertante pensare di spendere milioni di Euro di soldi pubblici (3, a quanto si sa) per una seggiovia quadriposto che nasce già rottame, viste le condizioni nelle quali si realizzerebbe; ancor più lo è al pensiero dei molti investimenti che la Valsassina e la sua comunità avrebbe bisogno per mantenere i propri servizi di base ad un livello accettabile per un territorio di montagna. Investimenti e servizi che, tocca nuovamente constatare, non così sembrano funzionali all’entusiasmo e alla propaganda della classe politica odierna come quelli destinati al turismo di massa, nemmeno di quella che verso le montagne dovrebbe manifestare maggiore riguardo e sensibilità.

Si badi bene: queste mie considerazioni non concernono gli aspetti ecologici o ambientali della questione e tanto meno quelli politici e amministrativi ma la logica, la razionalità, la visione realmente strategica a favore della montagna e delle comunità locali… in breve il buon senso. Questo è, innanzi tutto: una questione di buon senso. Per capire se sia presente e attivo oppure no è indispensabile analizzare, indagare, pensare, riflettere a trecentosessanta gradi sul contesto, porsi domande e richiedere risposte plausibili, se non vi siano. Servono ad alimentare questa dinamica culturale, tali mie considerazioni.

Infine, due appunti personali. Il primo: per la sostituzione della funivia va-e-vieni Moggio-Piani di Artavaggio è prevista una spesa di 15 milioni di Euro. Temo che non basteranno per la tipologia e le caratteristiche dell’impianto in questione, e che ne serviranno parecchi di più, ma ovviamente spero di sbagliarmi.

Il secondo: peccato che l’ammodernamento/potenziamento della cabinovia da Barzio ai Piani di Bobbio non preveda una nuova linea prolungata con partenza dal fondovalle, qui ambientalmente integrata (ad esempio tramite una stazione semi-interrata e parcheggi sotterranei) e con intermedia dove ora c’è la stazione di Barzio, il che veramente risolverebbe l’annosa questione del traffico tra le vie del comune dell’Altopiano valsassinese e agevolerebbe un sistema di trasporto pubblico integrato dall’area milanese (treno+bus+cabinovia) al servizio del comprensorio sciistico che, per un paese come l’Italia, rappresenterebbe qualcosa di rivoluzionario, consentendo a un vastissimo pubblico di andare a sciare d’inverno o a camminare d’estate in una bellissima località montana senza utilizzare l’auto.

Purtroppo, invece, restiamo ancora qui a entusiasmarci per l’acqua calda. Che serve, sia chiaro, ma sperando che il riscaldamento globale non renda bollente al punto da non potersene servire più.

N.B.: tutte le immagini presenti nell’articolo sono tratte dal quotidiano on line “ValsassinaNews“.

Lo sci è un’attività “esclusiva”? Sì, nel senso che esclude tutti gli altri frequentatori delle montagne. Una chiacchierata con Michele Castelnovo, Guida Ambientale Escursionistica

(Articolo pubblicato su “L’AltraMontagna” il 16 marzo 2024.)

Michele Castelnovo (Lecco, 1992), laureato in filosofia, è giornalista e comunicatore per lavoro nonché Guida Ambientale Escursionistica professionista. Con il suo progetto “Trekking Lecco” accompagna spesso gruppi numerosi alla scoperta «della bellezza più autentica delle montagne lecchesi», come scrive nel proprio sito: un’attività che sulla base di una grande passione per la montagna lo rende un profondo conoscitore dei territori montani lecchesi – in effetti per molti versi tra i più emblematici delle Prealpi lombarde posta la loro prossimità alla iper antropizzata area dell’hinterland di Milano – e non solo di quelli.
Qualche giorno fa sulla stampa locale Castelnovo ha espresso alcune considerazioni alquanto significative, in forza della loro peculiarità, sull’impatto culturale della presenza dei comprensori sciistici sulle montagne che li ospitano e vengono attrezzate di conseguenza (ne scrissi anche qui). È da queste importanti riflessioni che si sviluppa una chiacchierata con Castelnovo sugli aspetti culturali della frequentazione turistica delle montagne, còlti e analizzati attraverso la sua esperienza professionale sul campo oltre che, come detto, dalla personale appassionata conoscenza delle terre alte.

Recentemente, scrivendo dei Piani di Artavaggio, in provincia di Lecco, ex stazione sciistica a 1600 metri di quota oggi rinomata meta ecoturistica ma nella quale si vorrebbe ripristinare lo sci su pista con la realizzazione di nuovi impianti, ha espresso una considerazione parecchio significativa: «Dove ci sono le piste la montagna diventa appannaggio degli sciatori. Tutti gli altri frequentatori ne sono esclusi.» Cosa intendeva dire?

«Credo che questo aspetto venga preso poco in considerazione quando si parla di impianti sciistici. Sui regolamenti dei comprensori leggiamo che è vietato percorrere le piste da sci con mezzi diversi da sci, motoslitte e tavole, e che parimenti è vietato percorrere a piedi le piste. Giustamente, certo, per ragioni di sicurezza. Ma così facendo si impone una limitazione alla frequentazione di uno spazio che per sua natura è libero: la montagna. In un certo senso è una privatizzazione di uno spazio pubblico, perché solo una precisa categoria ha accesso a quella porzione di territorio: gli sciatori paganti. Tutti gli altri? Esclusi. Parlo di ciaspolatori, scialpinisti, ma anche semplici escursionisti. Loro non hanno diritto di frequentare quella parte di montagna? Si potrebbe obiettare che potrebbero andare altrove. Ma ci sono territori interi (penso ad alcune zone dell’Alto Adige, ad esempio) dove è praticamente impossibile trovare versanti liberi da impianti.»

Spesso si sostiene che alla montagna contemporanea, anche più di una virtuosa gestione politico-amministrativa, occorra un cambio dei paradigmi e degli immaginari culturali – se non proprio monoculturali, vedi sopra – in base ai quali le persone la frequentano. Da professionista della montagna cosa ne pensa al riguardo, e a suo parere è in corso questo cambio oppure certi modelli elaborati nel passato resistono ancora?

«Come accade ogni volta che c’è un cambiamento significativo, c’è sempre una certa resistenza nell’accoglierlo. Eppure, credo che qualcosa si stia muovendo. La richiesta di attività outdoor sostenibili, dalla pandemia in poi, è in crescita costante e continua. Le persone oggi sono molto più attente alla sostenibilità, sia ambientale che sociale. Ci sono territori in cui anche le istituzioni si sono dimostrate virtuose e lungimiranti nel cogliere e accompagnare il cambiamento in corso. Mi spiace constatare invece che nella mia regione, in Lombardia, siamo ancora molto indietro: la quasi totalità degli investimenti pubblici per promuovere il turismo in montagna va a finanziare l’innevamento artificiale nei comprensori sciistici. Alle altre attività arrivano giusto le briciole.»

In qualità di Guida Ambientale e Escursionistica, con il progetto “Trekking Lecco” accompagna spesso gruppi numerosi alla scoperta di alcuni degli angoli più interessanti delle montagne lecchesi. A proposito di immaginari, cosa vede negli sguardi delle persone che accompagna, e quali emozioni e idee intuisce che elaborino, nel mentre che si trovano a stretto e non mediato contatto con l’ambiente naturale montano?

«Vedo innanzitutto felicità. Ed è la cosa più bella, come una luce speciale che si accende negli occhi delle persone quando sono in montagna. Anche nelle piccole cose. In una delle ultime escursioni abbiamo trovato una salamandra a bordo del sentiero. Le persone che erano con me sono rimaste entusiaste, perché non ne avevano mai viste prima e sono sicuro che rimarrà il ricordo per molto tempo. In un’altra occasione ho chiesto di scrivere su un foglietto, in forma anonima, cosa significasse per ciascuno l’andare in montagna. C’è chi ha scritto che è in montagna trova se stesso, chi ne apprezza il senso di libertà e chi il silenzio, chi ama la sensazione di sentirsi piccoli davanti a un paesaggio maestoso. È stato un momento di condivisione molto intenso. Le persone che partecipano alle mie uscite di solito arrivano dalla Brianza o da Milano e dopo una settimana di lavoro hanno bisogno di staccare dai ritmi forsennati del lavoro in città; oppure si tratta di persone che si sono trasferite qui da poco, che vogliono scoprire il territorio che li ha accolti e al tempo stesso vogliono incontrare persone nuove. Questa cosa mi piace particolarmente: la montagna crea relazioni, da sempre.»

(⇒ L’intervista continua su “L’AltraMontagna”: cliccate qui. Le immagini presenti nell’articolo sono tutte di Michele Castelnovo.)