Il “blob” del bob, a Cortina

Agire da furbi proprio non conviene, verrebbe da dire assistendo alla vicenda della nuova pista olimpica di bob, a Cortina. La retorica della Regione Veneto per caldeggiare il nuovo cantiere si è basata anche sulla leva culturale: il nuovo impianto olimpico – hanno detto – sarà un omaggio alla vecchia e gloriosa pista “Eugenio Monti”, ovvero un restauro per portare a nuovo splendore un bene di interesse storico. Che autogol!
Nella realtà – emersa in questi giorni – i lavori previsti dovrebbero iniziare con lo smantellamento completo della vecchia “Eugenio Monti”, per far posto al nuovo tracciato, con curve, traiettorie, andamento che niente ha a che vedere con l’esistente. Forse il nome sì, quello rimarrebbe. Ed è qui che la Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio di Padova con competenza sulla zona ha alzato l’indice: ma come, non doveva trattarsi di una ristrutturazione? Non doveva essere un intervento per tutelare un patrimonio di interesse culturale? []

Comincia così un intervento di Marco Albino Ferrari sulla propria pagina Facebook riguardante la vicenda della nuova pista di bob da costruire per le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026; lo potete leggere interamente qui. Una vicenda che appare ogni giorno di più grottesca: da una parte, perché talmente buffa che ci si potrebbe ridere sopra; dall’altra perché, purtroppo, riderci sopra non lo si può fare affatto, visto che il “grottesco cortinese” costerà la bellezza di 85 milioni di Euro (!) a fronte di un impatto ambientale a dir poco sproporzionato e con la quasi certa sorte di diventare, appena conclusi i giochi olimpici, l’ennesima cattedrale nel deserto (alpino), come già accaduto per le infrastrutture realizzato in occasione dei Giochi Invernali di Torino 2006.

Sono ancora sostenibili “Olimpiadi” del genere, nei territori alpini? Il volano economico che produrrebbero (tutto da dimostrare, peraltro) è il “gioco che vale la candela” fatta da tutto il resto di discutibile, controverso, impattante, costoso e pernicioso (a prescindere poi dalle funzionali ricadute politiche, sulle quali è meglio soprassedere)? Ha forse ragione la Cipra – Commissione internazionale per la protezione delle Alpi a sostenere che le Olimpiadi, per come vengano imposte ai territori di montagna, debbano essere bandite da essi?

Tuttavia, a pensarci bene, il problema non sono le Olimpiadi. Sono chi le gestisce, che probabilmente non manifesta alcuno “spirito olimpico”, in primis verso le montagne a cui impone i giochi, già.

(L’immagine in testa al post è di Michele Comi, al solito mirabilmente emblematico tanto quanto chiaro. Il “blob” nel titolo fa ovviamente riferimento a questo.)

L’autoreferenzialità della politica, in montagna

Se è sostanzialmente superfluo (ma forse non così ovvio come sembrerebbe) affermare che le opere umane in ambito pubblico si possono (anche) catalogare in due principali categorie, quelle autoreferenziali e quello no, lo è pure rimarcare che l’appartenenza all’una o all’altra è spesso determinata dalla tipologia dei soggetti che ne sono artefici e fautori, il che rende pressoché lapalissiano denotare che, quando la tipologia in questione è quella dei politici, la natura autoreferenziale delle opere suddette è – lo affermo con sarcasmo amaro – praticamente dominante [1].

Ciò che invece risulterebbe meno scontato ma lo diventa in forza della relativa realtà di fatto, al punto da apparire tanto fenomenologicamente significativo quanto inquietante, è che le opere più autoreferenziali risultano spesso quelle che meno dovrebbero esserlo in relazione al contesto nel quale vengono realizzate. In montagna, ad esempio, ambito naturalmente “referenziale” per eccellenza (nel senso che gli elementi della geografia alpestre non possono certo essere tacciati di autoreferenzialità!): i territori montani dovrebbero richiedere interventi armonici e in relazione con le referenze del paesaggio culturale in loco – cioè referenziati ad esso, appunto – e invece troppo spesso si assiste a interventi assolutamente disarmonici e decontestuali, che appaiono «esclusivamente basati su se stessi e sui propri desideri, non curandosi dei rapporti con altre realtà» – è la definizione di “autoreferenziale” che si può leggere su un dizionario, guarda caso.

Perché, maledizione, la politica si dimostra così miope, così imprevidente e gretta, tanto più in ambiti le cui delicatezza geografica e identità culturale, nonché la cui bellezza emblematica, imporrebbero ben più attenzione e coscienziosità alla base di qualsiasi intervento? Quale sia nella forma non conta poi: non è questione di cosa si fa ma di come si fa, e subito dopo di perché si fa. Se le risposte a queste domande tornano in un modo o nell’altro alla stessa fonte originaria, cioè a chi se le dovrebbe porre (a prescindere che probabilmente nemmeno lo faccia, temo), vuole dire che l’autoreferenzialità è assicurata, in modo inversamente proporzionale al valore delle peculiari referenze in loco. Ancor più, poi, se quella natura autoreferenziale viene smaccatamente nascosta dietro proclami di “virtù” e “armonie” a favore del luogo, solitamente declamati nella forma di slogan simil-propagandistici – pratica nella quale la categoria dei politici sopra citata è maestra assoluta, altra cosa che è superfluo denotare.

Esempi palesi – visto che sto disquisendo di montagne – sono molti interventi a scopo turistico-commerciale realizzati nelle località montane, fatti apposta perché l’amministrazione pubblica di turno se ne possa vantare, appuntare al petto come sfavillante medaglia e li possa “vendere” nella propria prossima campagna elettorale, ma circa i quali una rapida analisi mette subito in luce l’assenza di qualsiasi riflessione culturale alla base di essi, la percezione vivida di un’operazione priva di relazione e rapporti con il contesto d’intorno (salvo quelli forzati e appositamente falsati, dunque da omettere e semmai da considerare come ulteriori pecche) e la palese autoreferenzialità, funzionale al conseguimento di meri scopi di propaganda.

Cari amministratori pubblici che vi occupate di cose di montagna: le vostre opere spesso così palesemente autoreferenziali, che realizzate ordinando a esse di farvi ottenere dei rapidi (dunque rapidamente spendibili) tornaconti materiali e d’immagine, la montagna ha il potere di renderle subitamente insensate o grottesche se non proprio ridicole. Non ve ne rendete conto? Può darsi, ci mancherebbe: dunque sarebbe bene che, prima di realizzarle, provaste a meditarci sopra un poco di più e magari a farvi consigliare non solo dai soggetti del vostro entourage che probabilmente sanno già di dovervi dire ciò che voi volete sentirvi dire. Di gente competente al riguardo ce ne tanta, in giro, e con numerose idee brillanti: basta osservare un attimo fuori dal vostro guscio nel quale a volte vi rintanate e la vedrete (forse la riconoscerete per come vi stia guardando, con quello sguardo accigliato o magari un po’ torvo). Statene certi: da queste reiterate meditazioni partecipate potranno uscir fuori idee, progetti e opere ben più belle e virtuose di tante altre così autoreferenziali dacché poco o nulla ponderate e, per questo, così da subito palesemente malfatte. Voi stessi ne trarrete dei gran vantaggi e non aleatori come i vostri attuali ma pure duraturi, ben oltre le prossime elezioni. Inoltre, e soprattutto, ne gioverà grandemente il territorio del quale siete i primi (o tra i principali e più politicamente autorevoli) rappresentanti. Un do ut des virtuoso e nobilitante, insomma.

Scommettiamo?

[1] Ciò, sia chiaro, non significa automaticamente che l’opera e le azioni dalle quali scaturisce sia qualcosa di negativo o riprovevole, tuttavia anche qui si può affermare che la statistica al riguardo delinea una situazione piuttosto chiara, almeno per quanto riguarda la realtà italiana.

Essere ambiente

[Lago di Tovel, Trentino. Foto di Pietro De Grandi da Unsplash.]
Comunque ci tengo a dire che, nonostante i temi e il tono di molti post che pubblico, io non sono un “ambientalista” ovvero non credo proprio di esserlo. Semmai sono uno a cui l’ipocrisia e la mancanza di buon senso generano un’incazzatura tremenda, e ciò che colgo in molte idee e iniziative che vengono realizzate in montagna ovvero nel paesaggio montano – ambito del pianeta che resta il mio riferimento principale – sono proprio ipocrisia e mancanza di buon senso. Allora ne scrivo, e se chi legge poi pensa che io sia un ambientalista, allora lo sono; se altri leggono e non lo pensano, non lo sono. D’altro canto a volte colgo quelle cose anche in certo “ambientalismo”, e la reazione è ovviamente la stessa.

In verità, prima che salvaguardare l’ambiente credo che si debba salvaguardare l’intelligenza umana: se non c’è la seconda cosa non c’è nemmeno la prima, se c’è la prima è perché probabilmente c’è pure la seconda. La banalizzazione, il degrado, lo svilimento e la distruzione del paesaggio sono innanzi tutto un problema culturale: diventa anche un problema politico, tecnico, ecologico, ambientale quando la cultura del paesaggio che ci dovrebbe essere alla base viene ignorata, rifiutata o calpestata.

Dunque, ciò che conta non è tanto essere o meno ambientalisti ma essere (oppure no) ambiente, cioè parte integrante e benefica di quella rete ecosistemica che, per farla breve, è la vita del pianeta sul quale tutti stiamo: «la natura, come luogo più o meno circoscritto in cui si svolge la vita dell’uomo, degli animali, delle piante, con i suoi aspetti di paesaggio, le sue risorse, i suoi equilibrî, considerata sia in sé stessa sia nelle trasformazioni operate dall’uomo e nei nuovi equilibrî che ne sono risultati, e come patrimonio da conservare proteggendolo dalla distruzione, dalla degradazione, dall’inquinamento» (voce “ambiente”, Vocabolario Treccani). Da ciò si può dedurre che chi non è ambiente, cioè chi per sue idee, comportamenti, azioni antitetiche a tale definizione se ne tira fuori, finisce per diventare antitetico alla sfera vitale che anima il pianeta: è praticamente fuori dal mondo, fuori dalla realtà. Espressioni che, guarda caso, vengono in mente quando si constatano certi interventi i quali palesemente dimostrano ipocrisia e mancanza di buon senso, in montagna e non solo lì. Ecco, cerchio chiuso.

La felicità nel paesaggio

[Foto di Joel Holland da Unsplash.]

Ho visto un bambino di due anni, che non aveva mai lasciato Londra, in occasione della sua prima passeggiata in campagna. Era inverno e tutto intorno non vi era che fango e umidità. Per l’occhio dell’adulto non vi era nulla di piacevole, ma il bambino fu colto da una strana estasi; si inginocchiò sulla terra umida e nascose il viso nell’erba, emettendo inarticolate grida di delizia. Quella gioia che egli stava provando era primitiva, semplice e profonda. Il bisogno organico che in quel momento veniva soddisfatto è così profondo che coloro nei quali è spento sono di rado completamente sani.

[Bertrand RussellLa conquista della felicità, traduzione di Giuliana Pozzo Galeazzi, Longanesi & C., Milano, 1969, cap. IV; 1969, pag. 63; ultima ediz. it. TEA, 2003. Orig. The Conquest of Happiness, 1930.]

La gioia di quel bambino per la scoperta di una Natura a lui ancora sconosciuta e per ciò così meravigliosa, descritta da Bertrand Russell, mi ricorda quella che, io credo (ma lo affermo soprattutto per esperienza personale), chiunque prova in altre forme, magari più “adulte” ma nella sostanza ugualmente profonde, di fronte alla scoperta di un “nuovo” sublime paesaggio – a patto che si mantenga la mente curiosa e l’animo sensibile alla bellezza (nel senso più pieno del termine, non solo in quello estetico) che ci può offrire il mondo d’intorno. Quando si giunge in cima a un colle o a una montagna oppure si valica un passo, si supera un versante montuoso e finalmente si guarda dall’altra parte, o quando si esce da un folto bosco in aperta campagna e d’improvviso sembra che tutto si apra, si ampli, prenda forma e armonia, s’illumini e si colori oppure riveli qualcosa di inaspettato e per ciò sorprendente, qualcosa che sembra la rivelazione di un segreto del quale forse prima non sapevamo nulla e ora non solo pensiamo di sapere tutto ma è pure una sapienza della quale non possiamo più fare a meno… Ecco: di momenti del genere, di “scoperte” così capaci di generarci una gioia «primitiva, semplice e profonda» ce ne sono a iosa intorno a noi, in qualsiasi parte del mondo. Bisogna solo percepire quel «bisogno organico» di relazione con la Terra, con la Natura, con il paesaggio, e per fare ciò bisogna soltanto essere realmente vivi e per ciò sensibili verso l’ambiente del quale siamo parte.

Ha dunque ragione Russell nel concludere, riguardo quel bisogno, che coloro nei quali è spento «sono di rado completamente sani»: è una mancanza di sanità che, appunto, è probabilmente la conseguenza d’una similare nonché, mi permetto di dire, triste carenza di vitalità. Cioè di vita, vera, piena, compiuta.