I Piani di Bobbio, la stagione invernale appena conclusa, quelle future e qualche riflessione al riguardo

Mi scuso da subito per la prolissità del testo che state per leggere, ma è necessaria a offrire la massima chiarezza e comprensibilità espositiva nonché a evitare qualsiasi possibile cenno di mera e banale “polemica” o di voler sofisticamente mettere-i-puntini-sulle-i, intenzioni del tutto aliene ai contenuti che leggerete e semmai, il testo così elaborato, funzionale al confronto ineludibilmente costruttivo delle idee, senza alcuna preclusione.

Bene: premesso ciò, ho letto con molto interesse l’intervista rilasciata qualche giorno fa a “Valsassina News” di Massimo Fossati, amministratore delegato di ITB – Imprese Turistiche Barziesi nonché presidente di ANEF Lombardia, la delegazione regionale dell’associazione degli impiantisti – la potete leggere cliccando sull’immagine qui sopra. Intervista stimolante, ad opera di Cesare Canepari, che mi ha generato parecchie riflessioni mirate innanzi tutto al luogo e alle sue peculiarità piuttosto che ad altri, ITB in primis.

Fossati è una persona intelligente e capace – lo dico non perché abbia qualche titolo per farlo ma per mera e sincera opinione personale – e sovente afferma cose con le quali non si può non essere d’accordo; d’altro canto, oltre che una figura imprenditoriale, nella sua doppia veste professionale e istituzionale è anche e inevitabilmente un promotore di marketing, comprensibile tanto quanto arbitrario. D’altro canto i Piani di Bobbio sono una località per molti versi emblematica rispetto al presente e al futuro del turismo montano: spazio prealpino molto prossimo alla parte più antropizzata della Lombardia a quote che nei prossimi anni facilmente registreranno sempre meno neve e temperature sempre più alte, dotata di un paesaggio peculiare e di grande valore culturale ma parecchio infrastrutturato in modo pressoché monoculturale, turisticamente “maturo” cioè ormai giunto al massimo sfruttamento possibile del territorio sul quale insiste.

[I Piani di Bobbio in inverno.]
La grande fortuna dei Piani è ovviamente la vicinanza a Milano e al suo hinterland, bacino d’utenza ampio e comodo a un’ora di auto dalla telecabina di arroccamento al comprensorio e unico vero strumento a disposizione per combattere la concorrenza dei più ampi comprensori valtellinesi; di contro l’offerta delle piste è di qualità sciistica medio-bassa, l’estensione altrettanto fatta eccezione per i tracciati sul versante bergamasco, verso la Valtorta, la cui apertura negli anni Ottanta ha “salvato” la località da un oblio altrimenti inesorabile. Dunque non ho motivo di dubitare, come alcuni fanno, delle 400mila presenze citate da Fossati per la stagione ormai al termine, un dato che certifica il lavoro svolto dalla “sua” ITB. Tuttavia non si può non notare che sono presenze concentrate su una stagione ormai ridotta a poco più di tre mesi e con soli 20 cm di neve naturale, come viene rimarcato nell’articolo: viste le temperature sovente registrate anche nel corso dell’inverno appena concluso, viene da pensare che se di precipitazioni ce ne fossero state come in stagioni (un tempo) normali, sovente sarebbero state piovose più che nevose, rovinando la qualità delle piste; il periodo siccitoso ha dunque favorito l’utilizzo dell’innevamento artificiale, nel bene e nel male di tale pratica e comunque nell’evidenza che tutto ciò, obiettivamente, non possa affatto rendere roseo il futuro come invece Fossati sostiene, almeno negli aspetti climatici (oltre che in quelli economici). Con ciò non voglio affatto costruire “verità” su mere ipotesi, semmai voglio invitare a riflettere con cognizione di causa rispetto a un domani che la climatologia ci fa prevedere alquanto difficile, e non solo per l’industria dello sci: altrimenti si rischia di navigare su un vascello che imbarca acqua ignorando il problema per poi ritrovarsi in affondamento definitivo senza poter più fare qualcosa – e sto pensando agli 82 dipendenti che Fossati oggi può ancora mantenere, domani me lo auguro di tutto cuore.

D’altro canto la positività espressa da Fossati nell’intervista di “Valsassina News”, oltre che dettata dai risultati ottenuti, appare come una (comprensibile) pratica di marketing dagli aspetti anche politici; qualche mese fa il futuro non gli appariva così roseo, come quando qui denotava «il pericolo circa la sostenibilità economica di un comprensorio sciistico come quello lecchese e un po’ tutto il comparto lombardo» per i costi di gestione attuali dello sci, che inevitabilmente si scaricano per una certa parte sul prezzo degli skipass (e una località come Bobbio non può certo permettersi di far pagare un giornaliero come Bormio o Livigno!), oppure quando segnalava che «Il periodo di siccità non ci aiuta di certo. Noi non consumiamo l’acqua, perché la trasformiamo in neve ma le riserve sono scarse. Adesso c’è ancora disponibilità ma gli invasi di accumulo sono ormai vuoti», un problema ancora aperto e anzi di gravità crescente, ancor più per un territorio come quello di Bobbio, ampiamente carsico, che non è affatto ricco di acque superficiali.

Altrove invece Fossati fa marketing, e anche piuttosto spinto, a favore della categoria della quale è presidente regionale. Qui afferma che «Grazie agli investimenti privati di imprenditori lungimiranti è stato possibile evitare lo spopolamento di molte località montane. L’intervento pubblico è fondamentale, ma perché abbiamo toccato con mano durante il periodo Covid cosa significa avere i comprensori chiusi. Il risultato è la desertificazione sociale. Quale è il problema? Non c’è consumo di acqua, perché la neve programmata torna ad essere una risorsa idrica, usiamo energie rinnovabili. Dicono che è finito il boom degli anni Ottanta. Ai Piani di Bobbio a fine stagione arriveremo a registrare 400 mila primi ingressi. Il dato più alto di sempre», dimenticando diverse cose: primo, che gli investimenti di imprenditori in molte località montane non sono sempre stati così lungimiranti ma di frequente hanno provocato la decadenza economica, sociale e ambientale delle relative località (vengono in mente gli orribili condominioni vuoti e a volte cadenti di Barzio e Moggio, finiti così non solo per i cambiamenti climatici, inoltre le vicine valli bergamasche sono piene di esempi al riguardo); secondo, che l’accostamento tra chiusure per Covid e desertificazione sociale non ha senso, tant’è che a fine “zone rosse” e senza più piste da sci aperte la montagna si è riempita di gente, anche troppo – ma sono comunque due questioni ben differenti nella loro sostanza; terzo, che pure citare il “boom degli anni Ottanta” è del tutto incongruo, visto che oggi si tratta di considerare innanzi tutto variabili climatiche, ambientali, ecologiche e che quelle economiche sono da esse derivanti, dunque paragonare successi commerciali di 40 anni fa a quelli di oggi è come paragonare Pelé con Messi: epoche diverse, stili diversi, contesto sportivo diverso, non conta che il pallone resti comunque sferico e si prenda ancora a calci come allora!

[I Piani di Bobbio in veste estiva.]
Infine, Fossati allora sosteneva che «L’intervento pubblico è fondamentale» ma su “Valsassina News” rimarca che «Abbiamo investito tanto ma sempre del nostro» seppur ammettendo che «I contributi, soprattutto regionali, sono arrivati solo negli ultimi anni, in quote del 20% sugli investimenti fatti e non sulla produzione di neve»: “mezza verità”, visto che la Regione Lombardia finanzierà con un milione di Euro l’innevamento della pista da sci di fondo dei Piani di Bobbio ma li darà al Comune di Barzio (così ITB può restare con la coscienza “linda”, al riguardo) e comunque altrove ma pur sempre in Lombardia accade l’opposto. E gli investimenti di svariati milioni di Euro prospettati a Barzio (strade, parcheggi eccetera) non vanno principalmente a portare vantaggi al comprensorio sciistico più che alla comunità residente? Certo, si può sostenere il contrario visto che non si è fruitori diretti degli stanziamenti, ma con tutta evidenza appare un’asserzione di ben difficile sostenibilità – e infatti quegli investimenti sono parecchio contestati da una parte rilevante di popolazione locale.

Ma se parimenti non regge l’affermazione di Fossati (sempre da qui) per cui: «Legambiente propone un turismo diverso, parla di ciaspole, camminate, ma sembra non capire che anche per questo ci vuole la neve» – be’, in realtà è proprio Fossati a (fingere di) non capire: se non c’è neve le escursioni si fanno comunque, si tolgono le ciaspole, si cammina e in ogni caso queste attività non abbisognano di infrastrutturazioni di sorta, poco o tanto invasive, costose, lunaparkizzanti; senza neve invece gli impianti restano fermi ed è lo sciatore a non poter far nulla – altrove dimostra ben più pragmatismo: «Noi operatori della montagna siamo sempre entusiasti di poter affiancare la Regione e dare il nostro contributo operativo, per avvicinare sempre più persone alle nostre montagne, fatte non solo di sci alpino ma di moltissime altre opportunità» dimostrando di sapere bene che lo sci su pista non è tutto, anzi, è solo una parte quantunque importante ma sempre più marginale, a giudicare dalle indagini di mercato, della frequentazione turistica montana.

Ora, sia chiaro, non voglio affatto fare noiosamente le pulci alle parole e alle affermazioni di Fossati, peraltro assolutamente legittime e, ripeto, comprensibili nella sua posizione; anzi, con tutto ciò ci tengo a dimostrare quanto ritenga Fossati, messi da parte gli slogan promozionali più o meno motivati, la figura capace per come ho scritto in principio di questa mia dissertazione. Le 400mila presenze di Bobbio sono un bel successo, e obiettivamente è una notizia ben migliore di qualsiasi altra che – ipoteticamente, s’intende – rimarcasse per qualsivoglia causa l’oblio della località. Come lo stesso Fossati ha dichiarato in altri articoli, i Piani di Bobbio hanno consolidato una tradizione sciistica che, se gestita in maniera ecologicamente, ambientalmente e economicamente virtuosa, può ben proseguire con simile successo senza tuttavia che ciò possa riservare il diritto o la mera volontà ignorare la situazione di fatto attuale e futura delle nostre montagne, soprattutto nei suoi aspetti climatica. Visione imprenditoriale in tal senso Fossati ne manifesta nella stessa intervista a “Valsassina News”; dal mio punto di vista sarebbe auspicabile che su tale visione potesse integrarsi e svilupparsi una maggiore attenzione culturale verso il territorio dei Piani di Bobbio, il suo ambiente naturale al di fuori delle piste da sci e le sue notevolissime valenze paesaggistiche. Un patrimonio peculiare che genera l’identità culturale dei Piani ben più che la presenza del comprensorio sciistico, e che rappresenta da un lato un tesoro da salvaguardare e dall’altro uno scrigno di opportunità del quale fruire per sviluppare e sostenere una frequentazione dei Piani che non punti solo alla mera presenza ludico-ricreativa ma alla relazione degli ospiti con il territorio e il paesaggio, così da approfondire una conseguente fidelizzazione verso il luogo che nel medio-lungo periodo possa garantire la sostenibilità economica di chi ci lavora. Tutte cose che si possono mettere in pratica attraverso innumerevoli modalità per la cui buona partenza serve invece solo una cosa fondamentale: la volontà. Anzi due, anche la visione programmatica verso il futuro, che peraltro ogni attività imprenditoriale deve necessariamente sviluppare in modo consono alla propria realtà e alle sue evoluzioni concrete, ancor più in collaborazione con le amministrazione pubbliche locali quando il territorio sia pregiato e delicato come quello montano.

Ecco: poste le mie convinzioni più volte espresse sia sui Piani di Bobbio che su altre località delle montagne valsassinesi, mi auguro che quanto sopra auspicato possa realizzarsi, per il bene di tutti.

Mi scuso ancora per la lunghezza di questo mio scritto e vi ringrazio molto se siete giunti a leggerlo fino qui.

(Le immagini fotografiche sono tratte dalla pagina Facebook dei Piani di Bobbio.)

“Acqua di montagna”, un podcast

Con grande onore e altrettanto piacere ho potuto intervenire in “Breccast”, il podcast della testata on line “Breccia”, nel corso della puntata del 24 marzo scorso dal titolo “Acqua di montagna ora on line su SpotifyAnchorAmazonAppleGoogle.

Una puntata che, prendendo spunto dalla leggenda che lega il Lago Bianco e il Lago Nero al territorio del Passo del Gavia e arrivando al progetto di approvvigionamento delle loro acque da parte del comprensorio sciistico di Santa Caterina Valfurva, si occupa di montagna e dell’insensatezza di molti progetti dell’industria sciistica odierna (Monte Tonale Occidentale, Montecampione, Maniva), ma d’altro canto citando anche episodi positivi di comunità che provano a scegliere una strada diversa da cemento, impianti e spreco di denaro pubblico. Proprio su queste tematiche ho potuto portare il mio contributo e la mia visione al riguardo: ringrazio di cuore Emanuele Galesi, giornalista di “Breccia” e uno dei curatori del podcast, che mi ha proposto e offerto questa preziosa e importante opportunità.

Potete ascoltare la puntata cliccando sull’immagine qui sotto. Buon ascolto!

Le comunità alpine devono riconquistare dignità e centralità politica

Vedo con piacere che sabato 18 marzo scorso la piazza Dibona di Cortina si è gremita di cittadini per l’evento “Riprendiamoci Cortina – ne riferisce anche Pietro Lacasella* su “Alto-Rilievo/Voci di montagna” il quale rimarca come così tanta gente si sia lì riunita non solo per rendere pubblica la propria opposizione alle più impattanti opere previste per le Olimpiadi del 2026 – a partire dalla ormai famigerata nuova pista di bob – ma anche per chiedere che le necessità dei residenti non continuino ad essere messe in secondo piano rispetto “agli interessi dei foresti”, denunciando che mentre servizi essenziali per gli equilibri comunitari si vanno via via riducendo, vengono investiti centinaia di milioni di euro nelle opere previste per Milano-Cortina 2026 le quali, in certi casi, appaiono a forte rischio di degrado post-olimpico, con conseguente e inevitabile degrado del territorio montano locale. Un territorio che rappresenta un patrimonio di valore inestimabile per tutti fuorché, evidentemente, per i propugnatori delle opere olimpiche, pronti a sacrificare la bellezza del paesaggio ampezzano pur di conseguire i propri tornaconti e farsi propaganda sui soliti palcoscenici mediatici.

Posto tutto ciò, trovo l’adunanza pubblica di Cortina particolarmente emblematica proprio nel suo rimarcare la necessità di rimettere al centro di qualsiasi iniziativa d’ogni genere, che possa e debba essere realizzata nei territori montani, le comunità che abitano quei territori, i loro bisogni e le necessità fondamentali, il loro benessere generale, la cura e la qualità dei servizi ecosistemici e dei beni comuni peculiari del territorio in questione, nell’evidenza lampante che il turismo migliore e più proficuo possibile per tutti, in zone paesaggisticamente pregiate e particolarmente delicate come quelle montane, lo si può sviluppare innanzi tutto dove venga garantito il benessere degli abitanti e sostenuta la relazione più positiva possibile con le loro montagne.

Oggi invece pare che non di rado l’industria turistica, sia essa sciistica o meno, purtroppo tenda a asservire totalmente le montagne sulle quali sviluppa il proprio business e chiunque le abiti ai propri bisogni e obiettivi, anche quando questi risultino fin troppo impattanti (non solo ambientalmente) e sostanzialmente avulsi dal luogo. In tal modo montagne e montanari diventano ostaggi della monocultura turistica imperante – che sovente è quella dello sci, appunto – la quale fa tabula rasa della dimensione socioeconomica e culturale del luogo e generando, in forza della realtà che stiamo vivendo e del futuro che ci aspetta, le condizioni ideali per una potenziale decadenza dell’intero territorio e della sua comunità, alienata dal proprio paesaggio (nel senso antropologico del termine) e resa incapace di sostenersi senza la presenza del turismo.

Quanto sta accadendo in vista delle Olimpiadi invernali del 2026 rende particolarmente evidente la situazione appena descritta, non solo a Cortina ma pure nelle altre località deputate allo svolgimento delle gare e in Valtellina soprattutto, come racconta bene il libro di Luigi Casanova Ombre sulla neve. Non c’è alcuna considerazione, attenzione e cura verso le comunità che abitano i territori olimpici, ovvero non è prevista praticamente nessuna opera che vada a soddisfare i loro bisogni pragmatici o iniziativa che possa agevolare il benessere stanziale. I tornaconti olimpici dettano legge e assorbono la gran maggioranza dei finanziamenti pubblici, anche attraverso opere sulla cui insensatezza tutti concordano (meno quei due o tre soggetti istituzionali che le vogliono imporre, ovviamente senza aver previsto alcun confronto democratico al riguardo con gli abitanti dei luoghi interessati, appunto).

D’altro canto risulta parecchio sconcertante constatare come i suddetti amministratori pubblici, con i loro sodali, non si rendano conto di come la loro condotta, le numerose mancanze delle quali si caratterizza e il sostanziale disinteresse verso gli abitanti delle montagne interessate, fin da ora sanciscono il fallimento delle iniziative previste. Ed è un fallimento non solo economico e ambientale ma anche politico, culturale, morale, civico, etico. Il fulcro della questione non è solo ciò che si vuole fare ma come lo si vuole fare, e cosa comporta per le geografie umane che ne subiscono gli effetti ora e ancor più negli anni futuri, nonché come la loro vita quotidiana verrà modificata, deviata, probabilmente guastata, parimenti ai territori che abitano. Non è una mera questione di fare o non fare strade, impianti, infrastrutture varie o che altro, ma è la necessità di manifestare al riguardo la competenza e la responsabilità più consone possibili oltre che la visione profonda e consapevole verso il domani. Una necessità che da subito, attraverso i fatti e le parole, sancisce la bontà e l’equilibrio di uno sviluppo, per i territori in questione, che possa garantire loro e agli abitanti il futuro più proficuo e funzionale alla vita su quelle montagne. Ovvero, di contro, è una mancanza – ma d’altro canto la definirei subito una colpa – che rischia di sancirne una drammatica, inesorabile decadenza. E capire quale sia l’opzione scelta dai suddetti amministratori pubblici, a livello locale e non solo, lo si può fare – lo si deve fare ora.

Che a Cortina e altrove lo si faccia me lo auguro di tutto cuore.

*: le immagini inserite in questo post me le ha concesse Pietro che le ha attinte dalla pagina Facebook “Voci di Cortina“.

La solita (brutta) aria che tira, in Lombardia

Martedì 21 marzo, Milano e la Lombardia hanno conseguito nuovi importanti nonché (viene da pensare) ambiti “traguardi” nella “qualità di vita” offerta ai propri abitanti. Già, perché in quel giorno Milano è stata la città più inquinata al mondo dopo Teheran per diffusione di PM2.5, e nove comuni lombardi su dieci (ma il decimo è a meno di 10 km dalla Lombardia) sono risultati i più inquinati d’Italia (fonti: IQAir e US AQI).

Tutto questo dopo che da decenni si va dicendo, dimostrando scientificamente e denunciando che la Pianura Padana è una delle zone più inquinate del mondo occidentale. Di contro, si stanno spendendo almeno 2,1 miliardi di Euro di soldi pubblici, che probabilmente alla fine saranno molti di più, forse il doppio, per le Olimpiadi invernali del 2026 con sede cittadina proprio a Milano pressoché senza la realizzazione di interventi e opere atte quanto meno a mitigare una situazione così letale (l’unica del genere verrà realizzata in Alto Adige e ne potenzierà l’offerta di mobilità sostenibile). Opere che peraltro darebbero gran lustro all’immagine lombardo-veneta nel mondo, grazie alla vetrina olimpica: ma, evidentemente, qui si preferisce nascondere pervicacemente il problema, il che equivale a negarne le conseguenze nefaste che i bollettini sanitari registrano periodicamente (gestione Covid-19 docet, d’altronde).

Però la città di Milano pianta alberi, già. E li fa morire.

Un plauso a tutti gli amministratori pubblici degli ultimi lustri, e ai loro sodali privati, protagonisti di questo grande successo (nord)italiano! Complimenti di cuore, proprio! – anche perché i polmoni ormai ce li siamo giocati e il fegato s’è roso del tutto. Ecco.

P.S.: le immagini delle classifiche le ho tratte dalla pagina Facebook di Clara Pistoni, che ringrazio molto.

Su “Valsassina News” e su “Lecco Today”

Ringrazio di cuore le redazioni di “Valsassina News” e di “Lecco Today che nei giorni scorsi hanno ripreso le mie osservazioni in merito alla questione dello sviluppo turistico dei Piani di Artavaggio (Valsassina, provincia di Lecco), in particolar modo mirate ai soggetti pubblici e privati locali che sostengono la necessità di realizzare una nuova seggiovia e il conseguente impianto di innevamento programmato, il tutto finanziato da soldi pubblici. Osservazioni che, al solito, non prescindono dal rispetto delle varie opinioni espresse e mirano a promuovere un confronto costante e sempre costruttivo. Per il bene di queste montagne e di chi le abita, innanzi tutto.

Per leggere i due articoli, cliccate sulle rispettive immagini e in calce troverete i relativi link.