Tutto il bello di un posto “brutto”

Ero e sono attratto incondizionatamente da quella fetta di mondo che va pressappoco da Gorizia a Vladivostok. Nonostante questo ho decisamente aspettato a lungo prima di andarci, portandomi appresso un’attrazione mista a paura e quella curiosità: chissà cosa c’è lì, intorno a quel buco?
Ora ogni qual volta che capito nelle terre ex sovietiche, in tutte, non solo negli Stan dell’Asia centrale, c’è sempre un momento in cui vorrei essere altrove. Un attimo in cui mi chiedo chi me lo faccia fare a cacciarmi in certi postacci arrugginiti. Perché, piuttosto, non sia affascinato come tanti dalle mille stelle della cultura americana, dai misteri del mondo arabo, dai cieli viola africani o dai languori delle isole tropicali. E invece no, ancora mi attira quest’estetica di terre in rovina, questi luoghi dissonanti, mai lindi, mai ordinari, a volte oggettivamente brutti. Paesaggi immensi, spesso estremi, spazi aperti di sovrumana grandezza. Luoghi dove nulla è a posto, dove a ogni angolo c’è qualcosa di inaspettato, malmesso e improvvisato. Dove vivono persone incastrate dalle giravolte del potere, sconfitte dalle ideologie, travolte dalla fine dei sogni. Posti dove l’eccentricità non è una posa, ma la regola.

Sarà veramente un gran piacere (e mi approccio al momento con notevole curiosità) dialogare con Tino Mantarro intorno al suo libro Nostalgistan, sabato 20 novembre alle ore 17.15 nell’ambito di Book City Milano 2021– la citazione sopra riportata viene dalle pagine 10-11 del libro. Perché racconta della sua avventura in una parte di mondo della quale in concreto sappiamo poco o nulla anche se di frequente la sentiamo nominare, una regione i cui stati credo molti di noi farebbero fatica a identificare su una mappa ma che per tanti versi hanno influenzato anche la nostra storia, una zona dove apparentemente, e in fondo anche materialmente, non c’è quasi nulla, eppure, a visitarla con l’occhio attento, la mente sagace e l’animo sensibile del viaggiatore autentico, vi si scovano parecchie cose assai interessanti. Magari arrugginite, polverose, decadenti ma, anche per questo, inopinatamente fascinose.

Cliccate qui sotto per saperne di più sull’incontro di sabato 20 novembre con Tino Mantarro e, se potete, partecipate: ci si divertirà molto. Anzi, magari portatevi una mela – sì, una mela… il frutto, lei –  e sabato scoprirete una cosa sorprendente, al riguardo.

Ultrasuoni #27: Francesco Garolfi

Mi sento veramente fortunato – ma tanto, eh – a poter ogni tanto condividere il palco, o quanto di affine, con un grande musicista come Francesco Garolfi. Chitarrista dal tocco sublime (in fingerpicking, peraltro) e personale, capace di architettare atmosfere sonore di raffinatezza avvincente pur spaziando tra generi diversi ciascuno dei quali, sulle corde delle sue chitarre, diventano affascinanti pianeti da esplorare – d’altro canto «Garolfi è un elegante esploratore dei suoni», come di lui dice bene Davide Sapienza – in un’esperienza che non è di solo, mero ascolto ma ben più sensorialmente e spiritualmente coinvolgente, come può accadere quando la musica si manifesta come autentica arte, nel senso pieno del termine, e non come semplice (seppur virtuosa o fervida) esecuzione.

Da notevole e consapevole artista delle note musicali, appunto, Francesco similmente esplora ogni ambito del mondo della musica: lo fa come da chitarrista, compositore, arrangiatore, produttore, session man, sound designer, interprete e lo fa con uno spirito di ricerca costante della conoscenza dell’arte musicale, forse frutto dei suoi studi accademici ma, io penso, soprattutto effetto della sua grandissima sensibilità.

Ora potreste pensare, per quanto ho affermato in principio, che queste mie osservazioni su Garolfi le scriva per una posizione di parte. Nel caso, posso solamente cogliere l’occasione per confermarvele da voi assistendo a qualche suo live: in solo o con una band, in acustico o in elettrico… sono certo che troverete le mie parole non solo assolutamente obiettive ma pure, per molti versi, fin troppo esigue. D’altro canto starete ascoltando il vincitore dell’Italian Blues Award nel 2019 ovvero il chitarrista che Pete Walsh – il produttore di mostri sacri come Stevie Wonder, Peter Gabriel, Simple Minds, Spandau Ballet, Alphaville, Scott Walker, per fare qualche nome dei più noti – ha definito «uno dei migliori musicisti con cui abbia mai lavorato». Ecco.

A proposito di me che mi pregio della presenza di Francesco Garolfi e dell’invito appena posto a voi di ascoltarlo dal vivo, per Book City Milano 2021, sabato 20 novembre alle ore 18.15 presso la Cooperativa Corridoni di Baggio, io e Francesco vi accompagneremo alla scoperta del mio libro Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano e della sua arte musicale nel music reading Tallinn Blues. Fossi in voi non mancherei, eh! Cliccate sul logo di Book City qui accanto, per saperne di più.

BookCity Milano, 20 novembre

Cliccate sull’immagine per saperne di più e sappiate che, se ci sarete, ritornerete poi a casa contenti. Forse molto contenti, pure. Almeno me lo auguro, ma ne sono abbastanza certo.

Un posto “brutto”?

[Ulan Bator, capitale della Mongolia, secondo questo articolo il posto “più brutto del mondo”. Foto di Tengis Galamez da Unsplash.]
Quando trovo qualcuno che è tornato da un viaggio e mi dice che il luogo dove è stato «non gli è piaciuto» o che «non c’era niente» o altro di simile, generalmente non penso – come magari potrei – che evidentemente quel tizio vive in un posto così bello che gli fa sembrare non all’altezza molti altri dove si reca ma, al contrario, che quel tizio deve vivere in un posto parecchio brutto, per pensare che altri dove è stato lo siano.

Perché in verità non esistono luoghi “brutti” a questo mondo. Nemmeno quelli più apparentemente dimessi lo sono; possono esserci angoli degradati – d’altronde ci sono ovunque e in ogni caso un’opera d’arte coperta di fango non è che per questo diventa un obbrobrio – ma, fondamentalmente, di “brutto” o di “degradato” ci sono lo sguardo e la conseguente percezione di quei luoghi da parte di chi poi li definisce così negativamente: e questo sguardo se lo porta appresso il viaggiatore da casa propria, non lo trova in loco. Persino il luogo che verrebbe da definire “brutto” contiene un paesaggio interessante, in primis perché proprio, caratteristico, identificante, magari anche in forza della sua presunta bruttezza, e in questo paesaggio sicuramente si possono ritrovare innumerevoli elementi peculiari dalla cui considerazione si genera l’interesse e dunque la definizione del paesaggio da parte di chi vi interagisce. Ci sono in una steppa piatta e desertica, in un decadente quartiere post-industriale, in un vallone sperduto tra i monti o nel biancore accecante di una terra polare e pure in un “nonluogo” – vi si trova ciò per cui si può definire tale quel posto. Ovunque, appunto.

Per tale motivo, quando un luogo viene considerato “brutto” o “non interessante” eccetera, è perché in realtà non lo si è affatto osservato tanto nell’insieme quanto nei dettagli e di conseguenza non lo si è compreso per nulla. Come aprire un libro, sfogliarne le pagine ma non leggere niente, in pratica: che se ne potrà sapere di quanto c’è scritto?

Forse è meglio restarsene a casa, a questo punto.

 

Una geografia dell’animo

Durante i primi momenti che vivo in una città, nella quale non sono mai stato prima, mi ritrovo sempre impegnato, anche in modo inconscio, a cogliere quanti più dettagli possibile del nuovo luogo con cui devo interagire, a determinare riferimenti potenzialmente familiari, a individuare e definire quelle coordinate, a cui pensavo poco fa, che mi possano far sentire via via meno perso e più in sintonia con il luogo. Dettagli inizialmente comuni con quelli del mio ambiente quotidiano o noti per cognizione diretta; poi altri meno soliti ma riconducibili ai primi o da essi derivabili e subito dopo altri ancora che possa rapidamente riconoscere come consueti e identificanti il luogo in cui mi trovo. Infine ulteriori magari del tutto avulsi alla mia sfera vitale e intellettuale ordinaria, ma coi quali possa credere di rapportarmi, anche in modo univoco e spesso sulla base di mere congetture o fantasie ma comunque in grado di costruirmi, oltre a una geografia dell’animo ‒ quella dell’anima si può formare solo dopo permanenze ben più prolungate e stanziali ‒ una sorta di personale semantica dell’ambiente d’intorno e di ogni cosa che lo compone: un significato che mi dia una definizione, un dato certo, un punto fisso ovvero un riferimento da utilizzare come segnavia. Magari poi tra solo due giorni mi sentirò come a casa qui, oppure mi sentirò un pesce fuor d’acqua finito su una brace rovente. Tuttavia è un processo mentale che mi si installa regolarmente, e finora credo mi abbia aiutato: a non sentirmi smarrito, in primis, ma appena dopo – e in modo poi preminente – a intercettare e cogliere l’essenza del luogo in cui mi trovo, la sua anima, la parte più intima e urbana ovvero antropologica.

Sì, esatto, anche questo è un brano tratto dal mio libro

Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano
Historica Edizioni, 2020
Collana “Cahier di Viaggio”
Pagine 170 (con un’appendice fotografica dell’autore)
ISBN 978-88-33371-51-1
€ 13,00
In vendita in tutte le librerie e nei bookstores on line.

Potete scaricare la scheda di presentazione del libro qui, in pdf, e qui, in jpg, oppure cliccare sull’immagine del libro per saperne di più. E vi ricordo che, nell’ambito di BookCity Milano 2021, sabato 20 novembre alle ore 18.15 presso il salone della Cooperativa Corridoni del quartiere di Baggio presenterò Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano con il prezioso ed entusiasmante supporto del grande Francesco Garolfi, mirabile chitarrista che musicherà dal vivo il reading Tallinn Blues.

Ufficio stampa, promozione, coordinamento:

[Le foto in testa al post sono, dall’alto e da sinistra a destra, di: Neil Gardose, Hert Niks, Kevin Lehtla, Miikka Luotio, Judith Prins e ancora Neil Gardose da Unsplash.]