Montare seggiovie e smontare comunità

E comunque, parliamoci chiaro: com’è possibile sostenere di «sviluppare la montagna», «sostenere le comunità», «combattere lo spopolamento» e così via come accade ogni qual volta si annuncino finanziamenti per infrastrutture turistiche d’ogni sorta, per giunta spesso assai discutibili, se poi si fanno accadere cose del genere? Perché tutto l’entusiasmo e le risorse che la politica mette nel turismo non vengono messi anche nel sostegno concreto alla quotidianità delle comunità di montagna? Obiettivamente, con quale coraggio poi si va sui media con sorrisi a sessantaquattro denti sostenendo quelle cose? Ma siamo seri o cos’altro?

«Ci stanno smontando pezzo per pezzo, come fossimo dei Lego», dicono i sindaci dei comuni interessati. Già: nella Lombardia “terra olimpica” per il cui territorio «le Olimpiadi rappresentano una grande opportunità di rilancio» (cit.), evidentemente i servizi di base alle comunità vengono considerati soltanto un fastidio. Forse perché non permettono affarismi e non portano consensi con seggiovie, cannoni sparaneve, ciclovie e cose affini – e non solo in Lombardia, ovviamente.

Dunque reagite adeguatamente a tale indegna situazione oppure rassegnatevi, cari montanari: nel passato avete imparato a curarvi con le erbe, oggi imparerete a curarvi con la neve artificiale e il cemento. Una bella prospettiva, vero?

Negare l’evidenza dei fatti pur di sprecare soldi pubblici

Se i cambiamenti climatici non verranno rallentati, le temperature continueranno certamente ad aumentare e cambierà anche la distribuzione delle precipitazioni. A causa delle temperature più alte ci sarà meno neve in autunno e in primavera. Sarà così anche in inverno alle quote inferiori a 1800-2000 metri: per effetto del riscaldamento pioverà invece di nevicare. Alle quote più alte, maggiori precipitazioni potrebbero voler dire più neve in pieno inverno, ma la stagione sarà comunque più breve: le temperature più alte faranno sì che la neve cada più tardi in autunno e si sciolga prima e più velocemente in primavera.

(Fonte: Centro di Ricerca Applicata sulla montagna EURAC Research di Bolzano, qui.)

L’Accordo per la Valsassina prevede interventi che hanno l’obiettivo di potenziare la vocazione turistica sia invernale che estiva mediante la riattivazione del comprensorio sciistico della zona dell’Alpe Paglio e Pian delle Betulle attraverso una serie di interventi sinergici in grado di potenziare l’offerta turistica del territorio: nuova seggiovia “Alpe Paglio – Cima laghetto”, impianto usato da riposizionare sullo stesso tracciato della preesistente sciovia, livellamento e pulizia piste interventi di taglio della vegetazione infestante a lato dei tracciati e di parziale livellamento.

(Fonte: “Lecconline”, qui.)

Il comprensorio Alpe di Paglio-Pian delle Betulle si trova a una quota compresa tra i 1450 e i 1800 metri. Per “riattivarlo”, dopo che da quasi vent’anni (2005) è inesorabilmente chiuso, si spenderanno 4.225.000 Euro di soldi per la gran parte pubblici.

Serve aggiungere altro?

[Le piste del Pian delle Betulle nel pieno di uno degli ultimi “inverni”, il 15 gennaio 2022. Foto di ape-alveare.it.]
In verità sì, serve. Perché è ormai palese che queste iniziative siano il prodotto di una fabbrica del consenso politico e elettorale che sarebbe pure legittima, per carità (la politica, di qualsiasi segno, vive anche di questo, nel bene e nel male), se non fosse che utilizza la montagna e il patrimonio naturale in maniera consumistica attraverso progetti e opere prive di qualsiasi logica che non vogliono tenere conto della realtà delle cose e delle sue varie criticità, per le quali vengono spesi milioni e milioni di soldi pubblici così sottratti ad altre iniziative ben più focalizzate. D’altro canto sono progetti facili da proporre e da copiare-incollare ovunque, mentre ben più difficile è elaborare un progetto articolato e di lungo termine, coerente con la realtà dei luoghi, che costruisca veramente il futuro per i territori in questione e apporti vantaggi concreti e duraturi alle comunità che lo vivono. Ci vogliono tempo, volontà, sensibilità, conoscenza del territorio, competenze, capacità progettuali, senso civico, visione strategica, lucidità, inventiva. Tutte cose che la politica di oggi non può e non vuole permettersi.

L’abbassamento dei livelli di falda, un problema tanto grave quanto troppo poco considerato

[Un torrente nei boschi vicino casa, qualche giorno fa.]
In questo periodo, dalle mie parti, c’è un motivo di gioia in più per vagabondare sui monti: quello generato dal vedere i ruscelli e i torrenti belli pieni d’acqua, in forza delle frequenti e abbondanti piogge delle ultime settimane. Quasi ogni corso d’acqua, da quelli maggiori ai rigagnoletti nascosti nel sottobosco, si è riattivato rianimando di conseguenza l’intero circondario che così appare più vivo, vibrante di energia, fremente come l’acqua che scroscia e fluisce e dona a chi passeggia uno dei più piacevoli sottofondi sonori che la natura sappia elargire.

Scrivo che ogni ruscello o torrente si è ri-attivato perché è proprio grazie a questa vitale rinascita idrica che nella mia mente tornano i ricordi di come solo un paio d’anni fa quegli stessi corsi d’acqua fossero invece inattivi, vuoti, secchi, sterili, tremendamente desolanti nel loro aspetto di lunghe colate di massi grigi e polverosi, completamente prive di acqua, che tagliavano i territori ferendone la bellezza e devitalizzandone l’ambiente, dopo la prolungata mancanza di piogge e di nevicate sui monti che quasi tutte le Alpi avevano dovuto registrare. Quest’anno per fortuna è andata bene (anche troppo!) ma l’estremizzazione delle conseguenze del cambiamento climatico in corso fa purtroppo temere che altre siccità, con relative emergenze idriche, potranno manifestarsi di nuovo nelle stagioni future e chissà in quale entità. Per questo trovo così bello il poter godere di tutta quest’acqua nei “miei” torrenti montani: sto acquisendo una memoria che manterrò sempre vivida, sperando che nel frattempo torni a essere l’immagine di una normalità e non il ricordo di un periodo eccezionale.

[Il segretario Loki è sempre estremamente contento di trovare acqua abbondante nei torrenti.]
D’altro canto la carenza o la mancanza di acqua nei torrenti della mia zona e di altre non è che una delle manifestazioni di un problema parecchio critico anche perché ormai pressoché cronico: il generale abbassamento dei livelli delle acque di falda e dunque delle sorgenti, che alimentano la gran parte di quei torrenti. Ricordo, quand’ero ragazzino, che con mamma e papà si veniva a camminare la domenica lungo i sentieri dei monti sui quali oggi vivo e, salendo in quota, incontravo numerose sorgenti con fiotti d’acqua copiosi e sempre presenti i quali, oltre alla mia borraccia, alimentavano i ruscelletti che a valle s’allargavano diventando veri e propri torrenti. Poi, col passare del tempo, ho visto quei getti d’acqua diminuire costantemente d’intensità e in modo crescente negli ultimi anni, anche in forza della visione più frequente, e alcuni di essi, magari nei periodi estivi più afosi e meno piovosi, perdere del tutto l’acqua fino alle piogge autunnali. Oggi, molte di quelle sorgenti appaiono attive per brevi periodi legati esclusivamente alle precipitazioni stagionali; di neve in inverno ne cade pochissima e il suo apporto alle falde, una volta fusa, è minimo; i nubifragi, anch’essi in palese aumento, sono talmente violenti da non dare il tempo al terreno di assorbire la pioggia e trasferirla alle falde sotterranee; inoltre, come detto, stanno comparendo fenomeno meteo-climatici come le prolungate siccità che fino a qualche anno fa si ritenevano impossibili nelle zone alpine e prealpine, naturalmente ricche di risorse idriche.

Tuttavia, non è soltanto un problema meteoclimatico legato alla quantità di precipitazioni o alle temperature in aumento. C’è anche una causa prettamente antropica che l’immagine qui sotto, trovata in giro sul web, spiega perfettamente:

Sulle montagne di casa (ma, ripeto, il problema è generale e diffuso ovunque sulle montagne), dove una volta c’erano così tanti ruscelli, torrenti e sorgenti ricche di acqua mentre oggi molto meno, si è scavato e costruito molto e di frequente – come mi hanno confermato pure alcuni conoscenti che di territori e di acqua si occupano per professione – con gli scavi si è andati a intercettare i livelli di falda, posti non di rado a scarsa profondità rispetto alla superficie del terreno. Un po’ come aver bucato un contenitore pieno d’acqua, la quale lentamente ma inesorabilmente è fluita fuori lasciandolo così vuoto e ugualmente privi di alimentazione i ruscelli a valle la cui vitalità idrica da quel “contenitore” per buona parte dipendeva. Il “contenitore” magari lo si può anche riparare, ma l’acqua che conteneva è ormai andata persa e per recuperarla bisogna immetterne altrettanta: ovvero, per rianimare la falda che ha perso la propria acqua servono periodi prolungati di pioggia abbondante, proprio come quello in corso nel nord Italia ma che, nella realtà meteoclimatica attuale, rappresenta un’eccezione. Se piove tanto il livello di acqua nella falda risale, se piove poco o nulla ovviamente no, al netto che eventuali escavazioni del terreno realizzate in corrispondenza dell’acquifero sotterraneo non ne abbiano compromesso la capacità di tenuta della propria riserva idrica.

[Il torrente Terrò, tra Orsenigo e Cantù in Brianza (Como), completamente in secca a fine inverno 2023. Immagine tratta da www.quicomo.it.]
Ecco, io non sono un tecnico del settore idrico o una figura assimilabile, dunque non entro nel merito degli aspetti geologici e idrologici della questione: mi occupo di territori, paesaggi e relazioni antropiche con essi. Quindi, il rilievo primario che in queste circostanze cerco di cogliere e analizzare nello studio di essi è proprio l’effetto della carenza ormai ordinaria di acqua nei torrenti sulla percezione materiale e immateriale del rispettivo paesaggio, la quale assume anche valenze psicogeografiche dacché va a influire direttamente sull’elaborazione culturale di quel paesaggio nella persona che vi ci si trova e vi interagisce. Basti pensare, molto banalmente, a come un bosco attraversato da un torrente in secca appaia meno vitale e animato nonché più malinconico di un altro che goda del transito d’un torrente vispo d’acqua abbondante. La sola visione della colata di massi e pietrisco inaridita “devia” i sensi e la percezione d’animo verso suggestioni piuttosto meste (anche se inconsce, forse) e d’altro canto l’acqua è l’elemento per eccellenza che rappresenta e manifesta primariamente la vita in natura e la vitalità dei suoi ambienti: è inevitabile che la sua assenza susciti sensazioni opposte in chiunque.

[Così si presentava il torrente Pioverna, corso d’acqua principale della Valsassina (Lecco), a giugno 2022. Immagine tratta da www.leccoonline.com.]
Dunque, se qualcuno in questi giorni si lamenta delle piogge così frequenti e abbondanti (anche al netto di malaugurati danni che purtroppo l’intensità di certi nubifragi attuali purtroppo provoca), beh… non ha tutti i torti. Però sappia che, almeno, tutta questa pioggia ha ridato vita a molti corsi d’acqua che l’avevano persa e dunque “rifocillato” molte falde sotterranee rialzandone i livelli, speriamo per lungo tempo, con benefici per quelli come me che abitano e vagabondano sui monti in prossimità di quei torrenti ma anche, e soprattutto, per le pianure e le loro città verso le quali dalle montagne i torrenti fluiscono facendosi fiumi che portano l’acqua in innumerevoli case, industrie e campi agricoli. Mi auguro che anche laggiù questa temporanea abbondanza di acqua possa rimarcarne l’importanza fondamentale e contribuire a tenere viva la memoria esperienziale dei recenti anni di inopinata e inquietante emergenza idrica: quest’anno, come detto, le cose al riguardo ci stanno andando bene, in futuro chissà.

Indovina chi (non) viene a cena?

Un paese ha due modi per “risolvere” i problemi di cui soffre: eliminare chi quei problemi li provoca, oppure eliminare chi li denuncia. Nel primo caso il paese agisce da democrazia liberale, nel secondo caso da regime autoritario. Che per inciso non ha colore: nero, rosso, bianco o verde che sia, sempre di regime si tratta.

E se l’agire in un certo modo è il primo passo per diventare pienamente quel modo, averne consapevolezza culturale, politica e civica è il miglior antidoto per capire e evitare quella deriva. Di qualsiasi colore essa sia, ribadisco.

Badate bene: il programma televisivo di cui dice l’articolo lì sopra, “Indovina chi viene a cena”, non è il soggetto specifico di questi miei pensieri ma uno dei tanti che potrebbe subire la “soluzione” descritta – e che già in passato hanno subìto in Italia, paese che risulta il peggiore in quanto a libertà di stampa nell’Europa occidentale. Di contro il programma rappresenta un esempio emblematico per la questione, visti i consensi unanimi che ha raccolto circa l’alta qualità dell’informazione che propone, al punto che uno dei suoi servizi, quello dedicato alla vicenda del Lago Bianco al Passo di Gavia, in Lombardia – che chi legge questo blog conosce bene – la cui autrice è Cecilia Bacci, recentemente ha ottenuto il Premio Giornalistico “David Sassoli”.

Dunque, riassumendo: un programma televisivo che da una parte vince premi giornalistici, dall’altra viene minacciato di chiusura e nel mezzo un paese che peggiora la propria posizione nella classifica mondiale della libertà di stampa. Capite?

Speculazione finale: il servizio sul Lago Bianco di Cecilia Bacci trasmesso in “Indovina chi viene a cena” (che potete rivedere qui sotto) è dedicato a un caso non dei maggiori ma certamente tra i più emblematici circa l’uso che certa politica fa del nostro patrimonio naturale per scopi non così leciti, e ne ha dimostrato l’inqualificabile atteggiamento e l’aberrante ipocrisia. Be’, la messa a rischio del programma non sarà una vendetta alimentata anche da chi si sia sentito tirato in ballo e smascherato per il cantiere al Lago Bianco?

Ma certo, l’ho scritto… è solo una sarcastica speculazione, questa. Già.

Altri soldi pubblici ai comprensori sciistici, in Lombardia. Sostegno o accanimento?

Da Regione Lombardia arrivano altri milioni di Euro di soldi pubblici a favore dei comprensori sciistici «per garantire un adeguato livello di innevamento artificiale». Un aiuto concreto per sostenerne l’attività oppure un “accanimento terapeutico” per evitarne l’altrimenti inesorabile chiusura? Perché, se così non fosse e le società degli impianti riuscissero a reggersi sulle proprie gambe, che bisogno ci sarebbe di sostenerne finanziariamente l’attività? Cosa comprensibile, visti i posti di lavoro da salvaguardare: ma se il materiale da “lavoro” – ovvero la neve naturale e le condizioni climatiche e ambientali per quella artificiale – sta svanendo, non sarebbe il caso di investire così tanti soldi pubblici per convertire l’attività a pratiche turistiche più consone e sostenibili per tutti, in primis nelle stazioni sciistiche al di sotto dei 1800 m di quota, oppure per incrementare quantità e qualità dei servizi di base a favore delle comunità residenti – in un paese come il nostro che peraltro non spicca per disponibilità di risorse e tanto meno per sensibilità e vicinanza ai bisogni della società civile? Dov’è la logica amministrativa e il buon senso politico e civico in tali interventi?

Sono domande reiterate da anni, alle quali tutti rispondono meno chi dovrebbe rispondere per primo, già.

(Per leggere l’articolo tratto dal quotidiano on line “LeccoNotizie” al quale l’immagine si riferisce, cliccateci sopra.)