Qualche domanda sulle pale eoliche

P.S. (Pre Scriptum): leggete il brano qui sotto ma non fermatevi ad esso e andate oltre, grazie!

Negli ultimi due secoli la regione alpina – una volta considerata un frammento di natura selvaggia – è stata fortemente addomesticata seminando ovunque interventi infrastrutturali che l’hanno trasformata in un paesaggio culturale. Sono così scaturiti paesaggi della comunicazione, costituiti da antenne e tralicci; paesaggi idroelettrici, tramite l’edificazione a grande scala di dighe e bacini idrici artificiali; paesaggi della mobilità, tracciati in grado di ridurre tempi e distanze ridisegnando l’assetto territoriale, ma anche paesaggi eolici, localizzati in zone ventose adatte all’installazione di aerogeneratori dai tratti essenziali. […]
Questi artefatti funzionali pongono inoltre agli studiosi del paesaggio una serie di problemi interpretativi, a cui si accenna nei saggi presentati. Come è noto, a partire dal XV secolo si è progressivamente delineato un comune «codice dello spazio» che ha orientato sia la produzione territoriale che la sua percezione individuale. Un codice collettivo che di fronte alle serrate trasformazioni della modernità è entrato in crisi nel Novecento evidenziando la fragilità degli equilibri precedenti. «Ora siamo messi a confronto con una realtà molto articolata – avverte il geografo Claudio Ferrata – in cui infrastrutture di diverso genere hanno acquisito un posto preponderante e configurato il territorio: una diversità dei paesaggi che non fa che riflettere la condizione ordinaria del mondo che ci circonda»; aprendo quindi degli interrogativi sulla relazione che queste opere intrattengono con i paesaggi, sul modo in cui alterano i sistemi di relazioni spaziali o i processi di territorializzazione.

[Dall’editoriale del numero 01/2021 di “Espazium-Archi”, rivista svizzera di lingua italiana per progettisti, architetti, ingegneri, istituzioni, attori e operatori del settore edile, dedicata in questa uscita ai paesaggi tecnologici delle regioni alpine.]

[Immagine tratta da aet.ch.]

Da qualche mese in Svizzera, ai 2100 m di quota del Passo del San Gottardo (Gotthardpass in tedesco) che per gli elvetici è “la montagna nazionale” ovvero culla della nazione e simbolo identitario, è attivo il più elevato parco eolico d’Europa, dotato di cinque aerogeneratori alti quasi 150 metri la cui presenza si distribuisce lungo la vasta sella che conforma il valico, punteggiata da diversi bacini lacustri, naturali e artificiali, e circondata da vette belle e alpinisticamente rinomate.

Nel suo genere, è senza dubbio una delle infrastrutture più emblematiche mai costruite, proprio perché si inserisce in un territorio d’alta quota, comunque in parte già antropizzato, e nel suo paesaggio talmente peculiare, ricercando (o pretendendo) un dialogo con gli elementi geomorfologici del luogo – le montagne, in primis – che inevitabilmente perdono parte della loro funzione di marcatura referenziale ovvero di presenze indiscutibilmente dominanti sul luogo. Non che non restino ancora tali, sia chiaro, ma indubbiamente ora ci sono alcuni nuovi oggetti, le cinque grandi pale appunto, che nel bene o nel male diventano ulteriori punti focali (non naturali e antropici) nella percezione visiva del territorio del passo. Ma certamente ve ne sono altri, di impianti dotati simili peculiarità in relazione al luogo nel quale sono installati: come ripeto, di sicuro il parco eolico del Gottardo è tra i più iconici – a prescindere da come lo sia, ecco.

[Immagine tratta da bluewin.ch.]

Poste queste rapide osservazioni, vi chiedo: che ne pensate, di una infrastruttura del genere? È bella, è brutta, è in armonia con il territorio d’intorno, è uno scempio orribile? Il paesaggio del valico del Gottardo come vi pare (se vi pare) cambiato, con la presenza delle cinque pale? Credete sia un impianto di produzione d’energia alternativa accettabile e ammissibile, nel complesso, oppure al riguardo è oltre il limite di tolleranza, in un luogo del genere?

Se vi va, rispondete liberamente ovvero senza preconcetti e pregiudizi. Il dibattito al riguardo (in senso generale, voglio dire, non nel caso specifico qui narrato o in altri similari) non si è ancora sviluppato nel modo migliore e più virtuoso possibile, a mio parere, ergo cercare di capire quale immaginario diffuso si sia formando al riguardo è veramente interessante e istruttivo.

Un ringraziamento

[Foto di Tommaso Urli su Unsplash.]
Ringrazio molto Vittorio Sgarbi per avermi citato e per aver riprodotto un brano del mio articolo La manifestazione del “sacro” autentico, nel paesaggio, pubblicato qui sul blog, nel suo editoriale “Transizione ecologica” nuovo scempio italiano su “Il Giornale” del 23 maggio scorso.

Sgarbi ricontestualizza, a suo distintivo modo, le mie riflessioni nelle proprie, rigidamente critiche nei confronti della costruzione di grandi impianti di produzione di energie “alternative” – eolico e solare in primis – in territori paesaggisticamente pregiati e delicati: un tema certamente importante tanto quanto spinoso per il quale ogni contributo costruttivo credo sia ad oggi ancora fondamentale al fine di costruire una teoria sostenibile, equilibrata rispetto ai fattori in gioco (alcuni dei quali formalmente antitetici) e condivisa, visto come, sostanzialmente, al riguardo si sia tuttora in una situazione troppo poco definita e non adeguatamente meditata – e posto il particolare pregio del paesaggio italiano, appunto.

Poi, per quanto mi riguarda, sono molto d’accordo con alcune cose scritte da Vittorio Sgarbi nel suo articolo e poco o nulla con altre, ma conta poco rispetto a quello che – l’essere stato citato, intendo dire – considero a prescindere un grande onore così come il tentare, nel mio nulla, a dare un piccolo buon contributo alla considerazione e alla comprensione dell’imprescindibile valore del (e di qualsiasi) paesaggio, senza le quali, ribadisco, non esisterebbe nemmeno la civiltà umana.

P.S.: comunque, il Capra Store è una gran genialata. Chapeau!

Il moto del pensiero vs la moto sul sentiero

Sì, nel senso (il titolo del post, intendo) che tenere sempre ben presenti cose di buon senso civico come quella ben rappresentata nell’immagine qui sopra, agevola il pensiero intelligente e la sensibilità intellettuale verso questo e tanti altri temi correlati nonché legati a comportamenti che invece con il buon senso, il senso civico, l’educazione, la civiltà, l’intelligenza e la cura verso il mondo che abitiamo non c’entrano nulla.
Dunque, trovo sempre importante ribadire con la massima chiarezza e ripubblicare quanto sopra, invitandovi a diffonderlo il più possibile – anche se temo non sarà l’ultima volta che mi toccherà ripubblicarlo, purtroppo, ergo chiedo perdono da subito per questa mia pur necessaria ripetitività.

Cliccate sull’immagine per scaricarla in formato “poster” oppure qui per il formato pdf. E diffondetela, se avete a cuore il paesaggio naturale e la salvaguardia della sua (e nostra) bellezza!

Una croce diabolica sul Monte Baldo

«È cosa comune l’errare; è solo dell’ignorante perseverare nell’errore» scrive Cicerone nelle Filippiche: affermazione che precede quella più d’uso comune, oggi, che indica il perseverare nell’errore come atto diabolico. Be’, quale iniziativa più rappresentativa e consona a queste antiche saggezze se non l’ostinarsi nel piazzare in cima alle montagne orribili manufatti di varia natura e imponenza a forma di croce?

Iniziativa vergognosa, biecamente strumentale, oltraggiosa sotto ogni punto di vista e, per paradosso d’altro canto culturalmente congenito all’ambito dal quale proviene, svilente il concetto stesso di “fede”. E altrettanto rappresentativo dell’ignominia di queste opere è il progetto della croce, alta ben 18 metri, che si vorrebbe piazzare su una delle sommità del Monte Baldo. Uno scempio assoluto, materialmente e immaterialmente ovvero nel senso, nel concetto, nei principi alla base di queste realizzazioni, alle quali da tempo, nel mio piccolo-piccolo, mi oppongo in ogni modo – potete leggere qui, ad esempio, una mia iniziativa al riguardo e qui un altro articolo sul tema.
Veramente i credenti (?) pensano di promuovere e salvaguardare il proprio credo (?) con cose del genere, così primitive, così insulse, prepotenti e infestanti? Un’assurdità totale, ribadisco, anche e soprattutto dal punto di vista religioso.

Invito chiunque tenga alla salvaguardia dei territori di pregio che abbiamo a disposizione, all’ambiente, al paesaggio, alla sua bellezza, alla valenza culturale e alla relazione fondamentale che possiamo e dobbiamo avere con esso, a firmare la petizione attiva sulla piattaforma Change.org (anche cliccando sull’immagine in testa a questo post) per fermare quel folle progetto nonché, mi auguro, ogni altro simile in qualsiasi altro luogo. Questo sì, è un atto sacrosanto da compiere, e un’azione di alto valore civico e culturale. O se preferite, più semplicemente, di umanissimo buon senso, ecco.

Repetita iuvant (Naturae)

Ecco.
Visto che pure ieri ho sentito rumori di motociclette nei boschi (innevati!) sopra casa, e con sonorità che non lasciavano pensare per nulla a una conduzione tranquilla del mezzo, è bene ribadire con la massima chiarezza quanto sopra – e temo che non sarà l’ultima volta che toccherà farlo, purtroppo.

Cliccate sull’immagine per scaricarla in formato “poster” oppure qui per il formato pdf. E diffondetela, se avete a cuore il paesaggio naturale e la salvaguardia della sua (e nostra) bellezza!