Il Lago Bianco del Gavia su “Il Dolomiti”

Ancora una volta (a che volta siamo arrivati?) grazie di cuore a “Il Dolomiti per l’attenzione che riserva alle mie considerazioni sulle tante questioni – a volte positive, più spesso no, purtroppo – che compongono la realtà della montagna contemporanea. Sempre con la speranza di contribuire alla crescita della sensibilità diffusa nei confronti di essa, quanto mai inestimabile per tutti quanti.

Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo.

La sospensione “ufficiale” dei lavori al Lago Bianco del Gavia: una vittoria importante (forse)

Solo pochi giorni fa, finalmente, il Comitato “Salviamo il Lago Bianco” che sta lottando per la difesa del meraviglioso bacino naturale posto sul Passo di Gavia e del territorio circostante dal criminale (non mi viene che definirlo così) progetto di posa delle tubature per le quali il lago sarebbe trasformato in un mero serbatoio di alimentazione dell’impianto di innevamento artificiale delle piste da sci di Santa Caterina Valfurva, in piena area di massima tutela ambientale del Parco Nazionale dello Stelvio, ha ottenuto il documento che impone lo stop formale al dissennato cantiere, disposto in data 11 ottobre 2023 dal Direttore del Parco Franco Claretti e del quale avevo scritto qui. Il documento lo potete leggere cliccando sulle immagini qui sotto. Uno stop peraltro non spontaneo ma giunto a seguito della diffida legale a interrompere il cantiere per la posa delle tubature depositata dallo stesso Comitato con le firme di CAI LombardiaMountain Wilderness Italia, il Comitato Civico Ambiente di Merate ed il Comitato Attuare la Costituzione. Per saperne di più al riguardo potete leggere quanto dichiarato dal Comitato “Salviamo il Lago Bianco” sulle proprie pagine social, cliccando qui.

Senza dubbio si tratta di una prima importante vittoria a favore della tutela del Lago Bianco e contro la prepotente devastazione che ha dovuto subire negli scorsi mesi, la cui illegittimità è ora direttamente certificata dal documento ottenuto. Di contro, non si può non constatare che si tratta ancora di una vittoria parziale e incerta: innanzi tutto perché la sospensione dei lavori è giunta dopo aver causato al Lago e alle sue rive danni già profondi in forza delle escavazioni, delle perforazioni, della perdita di liquidi inquinanti nell’aera del cantiere, della distruzione del terreno e delle sue fasce vegetative superficiali – in un luogo, ribadisco, che i regolamenti vigenti del Parco Nazionale dello Stelvio avrebbero dovuto tutelare integralmente. Non si potrebbe toccare nulla, al Lago Bianco, e invece è stato devastato tutto, con il tacito consenso del Parco oltre che degli Enti Pubblici mandatari dei lavori – Comune di Valfurva e Regione Lombardia – e nel silenzio degli altri soggetti amministrativi operanti sul territorio. Una vergogna inaccettabile, senza alcun dubbio.

In secondo luogo, la vittoria è parziale perché purtroppo la cronaca dimostra, con numerose evidenze, che non c’è da fidarsi di quanto viene affermato, anche pubblicamente e pur attraverso documenti formali e formalmente ufficiali, dagli enti pubblici di questo nostro bizzarro paese. I lavori sono sospesi, non soppressi e/o aboliti: potrebbe andare così, ma potrebbero pure riprendere per chissà quale ulteriore bieca mossa politico-amministrativa. D’altro canto i lavori sarebbero stati comunque materialmente sospesi, vista la stagione invernale che li rende impossibili, e qualcuno paventa che quello messo in atto sia solo un tentativo di confondere le acque, lasciar passare i mesi invernali, far calare l’attenzione sulla questione e così, nella prossima primavera, riaprire il cantiere e finire i lavori prima che l’attività di contrasto si rimetta in moto e agisca al riguardo.

Peraltro, a riprova di tutto ciò, proprio a pochi km dal Gavia ovvero a Bormio (Comune a sua volta coinvolto nei lavori al Lago Bianco), la famigerata, contestatissima “Tangenzialina dell’Aluteè stata formalmente sospesa nel suo iter burocratico lo scorso agosto per poi essere resuscitata e autorizzata poche settimane fa, con una plateale giravolta da voltagabbana olimpici (!) degli enti politici coinvolti che ha tanto sconcertato quanto indignato tutti, alimentando di conseguenza la diffidenza al riguardo.

Insomma, a fronte dell’importante risultato raggiunto, non si può che concordare con quanto scritto dal Comitato “Salviamo il Lago Bianco” sui social a commento del documento ottenuto, cioè che se da un lato «le varie e sterili rassicurazioni ricevute diverse volte dagli enti pubblici coinvolti non possono essere considerate attendibili e che, come nel 2005, non ci accontentiamo della cantilena “ci sono tutte le autorizzazioni, state tranquilli”», tipica degli enti pubblici che hanno numerosi scheletri nei loro armadi istituzionali, dall’altro che lo stop ai lavori è «comunque assolutamente tardivo e parziale dato che non entra nel merito delle infinite difformità rilevate al cantiere né delle altrettanto numerose storture dell’iter autorizzativo, ma pone lo stop unicamente a causa dello sversamento di reflui sconosciuti in habitat protetto».

C’è ancora molto lavoro da fare e, temo, molte battaglie da sostenere per difendere e salvare il Lago Bianco: ma sono certo che un caso del genere, così grave, sconcertante e talmente emblematico, continuerà a sensibilizzare sempre più appassionati di montagne e persone dotate di buon senso civico e a far confluire un sostegno crescente al lavoro del Comitato e di qualsiasi soggetto che si adopererà per salvaguardare il lago e il suo meraviglioso oltre che inestimabile paesaggio alpino.

Lassù, a vegliare il lago ora che l’inverno se lo tiene stretto nel proprio gelido abbraccio (speriamo il più a lungo possibile), restano gli abitanti del suo mondo come il bellissimo ermellino fotografato dall’amico Simone Foglia (è sua anche l’immagine in testa al post, entrambe tratte dalla sua pagina Facebook). Di lui ci si può certamente fidare, avrà a cuore le sorti del Lago Bianco ben più di tanti deludenti esseri umani.

P.S.: tutti gli articoli che ho scritto negli ultimi mesi sulla questione del Lago Bianco li trovate qui.

Mano al portafogli, che c’è da pagare (sempre di più) le Olimpiadi di Milano-Cortina!

[Foto di Jametlene Reskp su Unsplash, elaborata da Luca.]
«Le Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026 saranno a costo zero per lo Stato italiano e prevedono una spesa di soli 1,3 miliardi di dollari.»

Dicevano questo, già.

Be’, ad oggi i costi ammontano al triplo di quella cifra – considerando che mancano ancora più di due anni all’evento olimpico – e saranno per la gran parte sostenuti da stanziamenti pubblici. Soldi dello Stato italiano dunque, quello che non doveva sostenere nulla.

«Costo zero». Dicevano proprio così.

Così, mentre mettete (mettiamo) tutti insieme mano al portafogli per sborsare quanto necessario ai Giochi suddetti, intanto che servivi e beni essenziali per i territori di montagna continuano a essere definanziati e tagliati, sappiate che non c’è solo la famigerata (e, si spera, definitivamente accantonata) pista di bob di Cortina da dover pagare – noi tutti, ribadisco. Ecco un altro esempio emblematico, al riguardo (cliccate sull’immagine per ingrandirla):


Che gran bella cosa le Olimpiadi, vero? EVVIVA!

Cortina brucerà definitivamente la propria anima nel “Camineto” di Briatore?

[Cliccate sull’immagine per vedere il servizio de “Il Dolomiti”.]
Sul “caso” dell’apertura de El Camineto, il «Billionaire dolomitico» di Flavio Briatore a Cortina d’Ampezzo, così si è espressa Federica Corrado, docente di Urbanistica al Politecnico di Torino, past-presidente di CIPRA-Italia e autrice di alcuni libri fondamentali sulle politiche di gestione dei territori montani, sulla propria pagina Facebook:

Allora, mettiamo in fila due cose. Questo posto è stato venduto ad un russo che per adesso dà la gestione a Briatore in attesa di avere i permessi per farne un hotel (immagino di lusso). Ora ci saranno le (vere o false) lamentele che già ho letto… ma perché non guardiamo con coraggio il dato di realtà? Qual è la comunità di Cortina oggi? Quella dei locali che potrebbero difendere la loro storia (anche se poi leggi «Ci comprano tutto!»: già, ma chi glielo vende? Topolino?)? Quella internazionale che in forme diverse abita Cortina? In realtà entrambe convergono proprio sul “mito” di Cortina, ciascuna con i propri vantaggi. Quindi, considerando che a volte nella vita bisogna saper lasciar andare, francamente questo mi sembra il caso. Dobbiamo accettare che esistono comunità che definiscono la montagna attraverso valori (???), mentre altre no. Qui il nodo originario è proprio la svendita delle radici comunitarie, l’aver abbracciato modelli economici per nulla in linea con quel territorio, e contro tali modelli non è valso l’Unesco, le proteste… Perché la comunità non ci crede, altrimenti non ci sarebbe questo effetto svendita. Peraltro diciamo pure «nulla di nuovo sotto il Sole»: Forte dei Marmi non ha una situazione diversa e neppure Portofino… l’elenco è lungo. Si tratterebbe quindi di invertire anzitutto un pensiero di territorio, mettere in atto una contro-cultura: la sfida è importante, ma i territori sono pronti a ri-leggersi?

Considerazioni, quelle della professoressa Corrado, con le quali mi trovo assolutamente d’accordo. Con chi critica l’evento e il modello imprenditoriale (?) che vi sta alla base, appena dopo avervi dimostrato inevitabile solidarietà ci sarebbe da discutere su cosa sia ormai la Cortina turistica contemporanea (oddio, non da oggi ma certamente col tempo in modo crescente – e le Olimpiadi sono ormai alle porte), su quale immaginario basi la propria attrattiva, con quale “comunità” di persone si voglia identificare e chieda che esse si identifichino con il luogo (ovvero con quale luogo), e soprattutto quale coerenza voglia mantenere e sviluppare – se vorrà farlo – tra il proprio passato e il futuro.

Come scrive Corrado, per tutto ciò è necessario un pensiero di territorio e, aggiungo io, una conseguente relazione culturale con esso, spaziale e temporale: perché gli imprenditori, più o meno speculativi, e i turisti, più o meno danarosi, arrivano e poi ripartono, ma sono i residenti a restare sul territorio e a doversi prendere carico di qualsiasi conseguenza di ciò che in esso viene sviluppato. Le cose non accadono mai per caso, quelle umane soprattutto, ma sono sempre il frutto di ben precise dinamiche, siano esse volute e riconosciute oppure no. In fondo a Cortina – e in altre località assimilabili – non è ormai più una mera questione di modelli turistici, ricconi bifolchi e VIP trifolchi, imprenditori faccendieri speculatori e quant’altro di più o meno opinabile: è un problema di identità culturale svanita e di coscienza di luogo alterata – ovviamente al netto dei cortinesi che invece cercano ancora di preservare tali necessità e ce ne sono, sia chiaro.

Sono peculiarità, le due appena citate, che con un certo impegno si possono recuperare e sviluppare in maniera proficua, certo è che con molto meno impegno si possono vanificare e cancellare definitivamente. Sta ai territori, come conclude Corrado, scegliere da che parte andare.

P.S.: in ogni caso, uno come il buon Giovanni Cenacchi temo si stia rivoltando furiosamente nella tomba.