Nel Medioevo si credeva che tra le crepe rocciose del Pilatus fossero abitate da un drago benevolo. Nell’estate del 1421 un gigantesco drago sorvolò il Pilatus e precipitò così vicino al contadino Stempflin che egli perse i sensi. Quando si riprese trovò un grumo di sangue rappreso e la pietra di drago accanto a sé, i cui effetti guaritori furono confermati ufficialmente nel 1509. (…) Alle prime ore dell’alba del 26 maggio 1499, a Lucerna si poté ammirare uno spettacolo meraviglioso: dopo un temporale terrificante un enorme drago senza ali emerse dalle acque selvagge della Reuss, nei pressi della Spreuerbrücke. Probabilmente la creatura era stata sorpresa dal temporale, le cui acque l’avevano trascinata dal Pilatus al torrente Krienbach, che sfocia nella Reuss sotto la chiesa dei Gesuiti. Numerosi cittadini onorevoli ed eruditi garantirono l’autenticità di questa storia.
Questo è un brano – ovviamente composto dalla citazione di una celebre leggenda – tratto dal mio libro
Lucerna, il cuore della Svizzera Historica Edizioni, 2016 Collana Cahier di Viaggio ISBN 978-88-99241-94-0 Pag.167, € 10,00
Il Pilatus è LA montagna di Lucerna. La si può ammirare da qualsiasi punto della città, alla quale fa da immancabile e spettacolare quinta scenografica, rappresentando al contempo un possente fulcro montano attorno al quale ruota tutto il territorio tra il centro urbano, la sua periferia e la parte nordoccidentale del Lago dei Quattro Cantoni del quale, essendo l’ultima importante vetta delle Alpi verso settentrione, caratterizza in modo decisamente alpino il paesaggio. Ma la sua prossimità alla città ha reso pure il Pilatus un generatore e un attrattore di numerose leggende e mitologie, ovvero un contesto ideale, e idealmente arcano anche grazie alle sue caratteristiche ambientali, per farne la sede di molteplici apparizioni misteriose e sovrannaturali – e quella del drago non è affatto l’unica, come potrete scoprire leggendo il mio libro…
Ecco: per saperne di più, sul libro, cliccate sull’immagine della copertina lì sopra.
Ogni linguaggio con cui si esprime il paesaggio è alla fine il linguaggio della società che lo ha segnato, lo ha fatto proprio, lasciandovi il marchio del proprio passaggio. Ciò nei modi pertinenti al proprio modo di produzione, che ha nel territorio e nelle sue risorse uno dei suoi termini fondamentali. Come si comprende, non tutte le complesse elaborazioni interne di una società trovano la loro proiezione nel paesaggio; ma è vero che il paesaggio racconta sempre una società, i suoi rapporti interni, le sue dinamiche demografiche, i suoi squilibri sociali, le proprie capacità tecniche, il proprio culto per la natura, e persino la propria fede religiosa, il suo modo di fare poesia, i propri modi di autorappresentarsi e rappresentare il mondo, ecc. Il paesaggio alla fine contiene tutto, tutte le verità che le società umane sanno inscrivere in esso e raccontare. Non solo, ma in una visione del mondo come quella che la scienza oggi ha messo insieme si può dire che tutto ciò che resta di una società, come di altre specie viventi, è quel poco che precipita negli strati geologici (l’archeologia in fondo riguarda il breve periodo di tempo relativo alla storia dell’uomo), scanditi secondo ritmi di milioni di anni e dai quali ci divide una sorta di muro del suono, di discontinuità rispetto ai ritmi della storia umana.
[Eugenio Turri, Il paesaggio racconta, saggio presentato al convegno della Fondazione Osvaldo Piacentini a Reggio Emilia nel marzo del 2000. Qui trovate alcuni degli articoli che ho dedicato a Turri, una delle figure fondamentali per chiunque si occupi e s’interessi di paesaggio, geografia e relazioni tra uomo e ambiente. Nell’immagine in testa al post vedete il Castlerigg Stone Circle, nell’Inghilterra nord-occidentale, uno dei più importanti siti archeologici megalitici d’Europa: per saperne di più cliccate qui.]
L’Europa del Nord, altrimenti definita con termine tecnico-geografico, regione biogeografica boreale, è notoriamente la parte più progredita e avanzata del continente (e non solo) sui piani sociale, civile e culturale: comprende la Norvegia, la Svezia, la Finlandia, l’Estonia, la Lettonia, la Lituania, paesi ai quali va certamente aggiunta l’Islanda, affine ad essi sotto ogni punto di vista.
Bene: detto ciò, m’è venuta la curiosità di verificare quali siano i primi ministri in carica dei paesi citati.
Di seguito trovate quanto ho appurato:
Nota a margine: età media dei summenzionati primi ministri in carica, poco più di 46 anni.
Ecco.
Ah, per correttezza d’informazione, fanno parte della regione biogeografica boreale anche la Bielorussia settentrionale e la Federazione Russa: ma oggi questi due paesi non sono per nulla Europa, anzi, ne risultano parecchio antitetici e infatti non serve citare chi li comandi e come stiano messi, a livello di qualità generale della vita civica.
D’altro canto quaggiù, nell’Europa del Sud, probabilmente ciò che avete letto appare soltanto come una serie di simpatiche e superflue spigolature, tutt’al più buone per il “solito” 8 marzo. Già.
[Immagine tratta da https://lemontagne.net/. Per ingrandire questa e le altre immagini, cliccateci sopra.]Il Magnodeno è una delle cime meno appariscenti tra quelle che formano l’anfiteatro montano di Lecco, d’altro canto reso celeberrimo da montagne ben più famose e spettacolari quali le Grigne, con tutte le varie sommità satelliti, o il Resegone. In effetti, morfologicamente, il Magnodeno più che un monte a se stante sembra un semplice prolungamento di una delle dorsali che dalla cresta sommitale del Resegone discendono verso il bacino dell’Adda, anche se in verità, geologicamente, il Magnodeno con il Resegone non c’entra assolutamente nulla.
[Ve la indico, la cima del Magnodeno, altrimenti risulterebbe di difficile identificazione.]Di contro, il Magnodeno sa offrire numerose altre prerogative speciali, addirittura di carattere “arcano”: infatti, se come ogni altra montagna di una certa rilevanza anche il Resegone venne ritenuto nei secoli passati residenza di creature più o meno sovrannaturali, è proprio il monte Magnodeno la sommità in zona a più alto tasso di racconti, testimonianze e leggende misteriose: una peculiarità che, come vedremo, giunge fino ai giorni nostri, tenendo viva l’aura mitologica generatasi nel passato attorno all’altrimenti placida montagna.
Partiamo proprio dai secoli scorsi, quando nel lecchese era viva la convinzione che l’intero versante del Resegone compreso nei confini della Val Comera e, in particolare, i boschi del Magnodeno tra il Passo del Fò, la località di Campo de Boi (piccola capitale lecchese del mistero, come vi dirò a breve) e la zona sovrastante Maggianico fossero popolati da streghe fin da tempi remotissimi. Una credenza proveniente con tutta probabilità dagli adiacenti territori bergamaschi, nei quali si ritrovano molte leggende assai simili a quelle diffuse a Lecco e in Brianza – come hanno notato Felice Bassani e Luigi Erba nel libro I nostri vecchi raccontano… Storie leggende favole del territorio lecchese, edito nel 1982 da Bertoni Editore (dal quale sono tratte le testimonianze di seguito riportate). Il Resegone e i suoi valichi in effetti sono sempre stati territorio di transito tra il lecchese e la (attuale) provincia di Bergamo, con la quale vi sono sempre stati legami commerciali rilevanti a partire dagli spostamenti dei bergamini, i famosi pastori transumanti d’un tempo, che inseguendo i pascoli migliori per le proprie mandrie non si facevano mai troppi scrupoli confinari per i propri spostamenti, portandosi appresso pure le credenze delle terre d’origine.
[Foto di Andrea Canali, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]A proposito di streghe, a Campo de Boi si raccontava un tempo questa storia: a un pastore che usava trascorrere quasi tutta la giornata sulle montagne lecchesi presso la località sulle pendici del Magnodeno che per questo conosceva come le proprie tasche, capitò un giorno che gli alberi che lo circondavano cominciarono a girare vorticosamente, e quasi per incanto si ritrovò in un bosco che distava almeno quattro ore di cammino da casa sua. Nei paesi sottostanti le notizie di questi fatti circolavano ed i vecchi le raccontavano ai propri nipoti, raccomandando loro di non recarsi, se non per necessità, da quelle parti. Il fatto impauriva tutti ma non due monelli che se ne infischiavano di tutto e che, al contrario di altri, erano mossi da curiosità per queste vicende. Fu così che un giorno decisero di andare ad esplorare la zona. Cammina e cammina, arrivarono sul posto ma non videro niente. Così si misero a tirare sassi nel fiume e, un sasso tira l’altro, risalirono quelle acque per parecchi metri. Giunsero ad un punto dove videro una catapecchia e fuori una vecchia che stava preparando una specie di brodaglia: se ne stettero lì a guardare tra gli alberi senza avvicinarsi. Ad un certo punto la vecchia abbandonò la pentola e andò nel bosco, situato nella parte opposta, molto probabilmente per raccogliere delle erbe. I due si avvicinarono e, ridendo e scherzando, vuotarono la pentola per terra. Ed ecco allora che cosa successe: una scopa, appoggiata all’ingresso della catapecchia, si mosse decisamente verso di loro e li prese a scopate fino quasi al paese. I due monelli fecero in un batter d’occhio quella strada e mai più osarono prendersi burla di ciò che dicevano loro i vecchi.
Anche in tema di spiriti il Magnodeno è risultato da sempre ben dotato. Ancora intorno a Campo de Boi, ad esempio, succedevano sovente cose stranissime: un giorno un contadino che trasportava del latte si vide circondato da alcune ombre che gli spruzzavano addosso proprio quel liquido; a casa trovò poi i suoi recipienti vuoti. Stessa scena per un altro contadino del luogo: le solite ombre gli giravano attorno e, quando giunse a casa, trovò i recipienti vuoti, nonostante durante il trasporto gli sembrava che pesassero.
Altri spiriti infestavano invece il monte nella zona soprastante Maggianico: qui si diceva che molte persone vedessero le piante animarsi sentendo pronunciare le parole «Giüs, tra gió chel füs!». Il significato della frase non è chiaro, ma è certo che il füs era il fuso da filare, che ha in sé un’accezione magico-spiritica anche in molte altre culture: si veda la favola della Bella Addormentata, ad esempio, diffusa con alcune varianti in tutta Europa, che cade nel suo lungo sonno proprio per la puntura di un fuso.
Tuttavia, come detto, il Monte Magnodeno ha voluto rimarcare la propria natura misteriosa anche ai giorni nostri con un mito assolutamente contemporaneo: gli UFO. Raccontano infatti le cronache che la sera del 15 Novembre del 1977, limpidissima e senza un minimo di foschia, alcuni cittadini lecchesi notarono dalle proprie finestre o transitando per le strade tre oggetti misteriosi volteggiare presso le guglie del Resegone, per poi dirigersi nella zona di Monte Magnodeno. Si parlò subito di oggetti volanti non identificati – UFO, appunto – uno dei quali, con la sua coda luminosa, avrebbe poi lasciato il cielo del Resegone per scendere verso la località di Campo de Boi – evidentemente amata non solo da streghe e spiriti ma pure dagli alieni. L’eccezionale apparizione venne vista da tanti lecchesi sino a quando, verso le 23, le “luci” scomparvero improvvisamente: la zona di Campo de Boi venne addirittura perlustrata da volontari ed escursionisti, ma non furono rinvenute tracce di atterraggio di qualsivoglia astronave spaziale (sull’argomento “UFO-Magnodeno” ci ho scherzato sopra di recente, qui).
Insomma: al di là di visioni, suggestioni, superstizioni, allucinazioni o che altro, il Magnodeno è sempre stato un luogo montano carico di fascino sovente così grande da sconfinare nel soprannaturale e nell’incredibile. Al Resegone e ai suoi meravigliosi versanti non occorrono certo leggende d’alcun genere per rimarcare tutta la bellezza messa a disposizione dell’escursionista; d’altro canto tali storie mitologiche, curiose e divertenti anche per la mente più razionale, possono certamente rendere gli itinerari percorsi ancora più affascinanti e “magici”, regalando quella divertente aura di presumibile “mistero” – anche quando venga considerata dal più razionale punto di vista culturale e antropologico – che fa dell’esplorazione degli itinerari del monte un’esperienza ancor più interessante e, a suo modo, alternativa allo spettacolare ma iper-frequentato Resegone.
P.S.: il testo che avete appena letto è tratto dal volume Sö e só dal Pass del Fó. In cammino da 75 anni sui sentieri del Resegone e della storia di Calolziocorte, che ho scritto e curato nel 2015 per la sezione CAI di Calolziocorte. Per saperne di più, cliccate qui.
Solitamente i fatti che lasciano tracce precise nel paesaggio sono quelli che riguardano le attività di trasformazione territoriale, l’apertura di una strada, l’inizio dei lavori, un bel mattino, per la costruzione di una casa, l’inaugurazione di una fabbrica, ecc. È possibile dividere i fatti che incidono nel paesaggio, come questi, dai fatti che si servono semplicemente del paesaggio ma che riguardano nella realtà la politica, le relazioni sociali, la religione, le passioni amorose, ecc., fatti cioè apparentemente senza nessun legame concreto col paesaggio stesso? Una possibile risposta è questa: che cioè tutto quanto avviene all’interno di una società, per il fatto stesso che ogni società vive ed agisce su un territorio, finisce in qualche modo per esprimersi nel paesaggio, lasciandovi le tracce del proprio passaggio. Tracce esigue o tracce consistenti a seconda del rapporto che la società stabilisce con il proprio territorio vitale, per cui una tribù di nomadi non lascerà che pochi segni, mentre una società di coltivatori sedentari lascerà incisioni più profonde e stabili.
[Eugenio Turri, Il paesaggio racconta, saggio presentato al convegno della Fondazione Osvaldo Piacentini a Reggio Emilia nel marzo del 2000. Qui trovate alcuni degli articoli che ho dedicato a Turri, una delle figure fondamentali per chiunque si occupi e s’interessi di paesaggio e geografia in Italia e non solo.]