Nella Svizzera italiana, in Canton Ticino, si è aperto un “caso” parecchio significativo intorno a un’altalena panoramica, una di quelle a fini meramente turistico-ricreativi, installata quattro anni fa al Crocione di Capriasca, in un punto a circa 1400 metri di quota che offre una mirabile veduta della zona di Lugano e dei monti del Ceresio, e per due volte distrutta «da vandali» la cui azione, ovviamente deprecabile (anche perché di natura penale), ha però chiaramente palesato un gradimento non condiviso del manufatto. Ne parla l’articolo che vedete lì sopra, cliccate sull’immagine per leggerlo.
Ne è dunque nata una querelle legale e amministrativa, concernente anche la liceità del posizionamento dell’altalena in quella zona montana, sostenuta dal Municipio di Capriasca e invece messa in dubbio dal Cantone. Il Tribunale Amministrativo cantonale (TRAM) ha infine dato ragione al Comune e negato il permesso di ripristinare l’altalena nello stesso punto; e la sentenza con al quale ha motivato la decisione contiene alcuni passaggi estremamente interessanti:
L’altalena non offre una migliore visione panoramica della regione. Potrebbe forse portare un qualcosa in più in termini turistici (gli atti sono tuttavia silenti a questo proposito), ma da un altro canto potrebbe anche essere percepita quale fastidio a chi concepisce la montagna come un ambiente che deve rimanere il più possibile privo di strutture estranee o di nessuna utilità per gli escursionisti.
[L’altalena del Motto della Croce quand’era integra.]«Potrebbe anche essere percepita quale fastidio»: in buona sostanza, un organo di giustizia di alto livello amministrativo sta rilevando e mettendo nero su bianco in una sentenza giuridica che tali manufatti rappresentano una presenza intrusiva in un ambiente che per sua natura (di nome e di fatto), e in luoghi specifici non già antropizzati, non può e/o non dovrebbe ospitare infrastrutture ad essi «estranee o di nessuna utilità». Capite il portato di quelle eloquenti affermazioni legali del tribunale?
Inoltre, il TRAM ticinese ha pure rilevato che il luogo dove era installata l’altalena «interessa dei luoghi di nidificazione di specie incluse nella Lista Rossa svizzera e considerate prioritarie per la conservazione a livello federale e cantonale, tra cui il fagiano di monte e la coturnice, ed è di particolare pregio per la fauna selvatica».
[Il Motto della Croce nel dicembre 2020. Immagine tratta dalla pagina Facebook “World of Denny“.]Non solo dunque un fastidio per le persone particolarmente attente e sensibili alla salvaguardia dell’ambiente e del paesaggio montano, ma anche per gli animali che lì vi abitano o transitano. Peraltro va detto che l’altalena di Capriasca aveva un struttura poco invasiva anche perché fatta di legno, molto meno pesante di tante altre attrazioni similari fatte con cemento e acciaio a profusione. Inoltre la sentenza del TRAM non nega la possibilità di realizzare altre infrastrutture simili, seppur indica chiaramente che non devono interferire con la montagna più intatta e meno turistificata. Sulla quale d’altro canto basta poco per generare un’impressione di invadenza eccessiva nonché di banalizzazione degradante del valore ambientale, paesaggistico e culturale dei luoghi.
Ecco: vi immaginate se la sentenza ticinese venisse applicata in Italia, alle centinaia di infrastrutture turistiche ludico-ricreative piazzate sulle nostre montagne – panchine giganti, ponti tibetani, passerelle panoramiche… – ma di nessuna utilità per il luogo e decontestuali ad esso, cosa potrebbe succedere? Quante di quelle strutture – quelle giostre per adulti come le definisco io – che al momento risultano inutili, fastidiose, abbruttenti, disturbanti, impattanti, in forza di una ipotetica sentenza italiana simile, sarebbero da togliere?
[La testata settentrionale della Val Pontirone sovrastata dal Piz di Strega. Immagine tratta da www.quaeldich.de.]La Val Pontirone, lunga e stretta, dall’imbocco sospeso quasi invisibile dal fondovalle, è la prima valle che si incontra sulla destra (sinistra idrografica) della valle di Blenio, percorsa dalla strada che da Biasca prende a salire verso il Passo del Lucomagno, nel Cantone Ticino. È un luogo angusto e ombroso, di difficile accesso, chiuso a oriente da montagne possenti che sfiorano i tremila metri e fino a poco tempo fa ospitavano alcuni importanti ghiacciai ormai quasi scomparsi, abitato da sempre con fatica proprio per la sue caratteristiche geomorfologiche difficili e oggi risieduto stabilmente solo da una manciata di persone.
[La parte bassa della Val Pontirone. Immagine di Spyridon, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]Tuttavia, pochi sanno che nella sua parte alta la Val Pontirone, così celata e apparentemente anonima, ospita uno dei luoghi più fenomenali delle Alpi centrali. L’aggettivo che avete appena letto, “fenomenali”, non è affatto casuale in quanto il luogo in questione, chiamato Bòrsgen, è realmente caratterizzato da un fenomeno geologico assolutamente particolare, per certi aspetti affascinante e per altri bizzarro se non repulsivo, che sospende il luogo in una particolare dimensione primordiale, come se si fosse fermato all’era cenozoica nella quale l’orogenesi delle Alpi era ancora in corso e le montagne si stavano formando. E per certi versi è proprio così.
[Veduta frontale del versante di Bòrsgen. Immagine tratta dal volume “Amalpi Trek. Dal Maloja al Gottardo“, Milano University Press, 2023.]Alla vista Bòrsgen (toponimo a volte italianizzato in «Borgeno»), posto che peraltro è abbastanza difficile da raggiungere in forza di sentieri piuttosto aleatori, appare come una vasta ganda – o ganna come si dice in Ticino – simile a molte altre, cioè un esteso accumulo di massi d’ogni taglia evidentemente precipitati millenni fa dalla grande parete sottostante la cresta nord ovest del Piz di Strega (Bòrsgen, Strega, Biborgh, Froda… anche molti toponimi della Val Pontirone sembrano presi da un romanzo fantasy!) che domina la zona, ed effettivamente è questa la sua origine.
[Panorama della gande, o ganne, di Bòrsgen. Immagine tratta da quarnei.ch.][Altra veduta della zona di Bòrsgen. Immagine tratta da www.ariafina.ch.]Però già da una prima vista si rileva qualcosa di bizzarro: nel disordine di massi che ingombra il versante si elevano alcune guglie appuntite che sembrano piazzate verticalmente apposta, come se un gigante si fosse divertito a incastrarle tra i massi in modo che potessero restare in piedi. La più elevata è detta Pizzo di Bòrsgen, raggiunge la quota di 2150 m e si eleva dalla ganda circostante di circa 130-140 metri come un enorme obelisco che sembra pendere verso valle; intorno vi sono altre guglie simili, più basse ma disposte nel medesimo bizzarro modo. Se dunque Bòrsgen è il risultato di una ciclopica frana, come è possibile che quelle guglie siano disposte in quella foggia verticale e non siano precipitate a terra come tutti gli altri massi d’intorno?
La soluzione a questo “mistero” è racchiusa in una definizione geologica apparentemente astrusa ma che già fa intendere la complessità del fenomeno in corso: scivolamento rotazionale profondo. In parole più semplici, significa che l’intero versante di Bòrsgen con le sue gande è il risultato di una gigantesca frana caduta dalle creste del Piz di Strega al momento del ritiro del ghiacciaio che, durante l’ultima grande fase glaciale alpina (quella pleistocenica di Würm) ha occupato la zona fino a circa 15.000 anni fa. In forza della deglaciazione il materiale franoso è crollato su una superficie curva e concava verso l’alto che l’ha fermato ma non del tutto, così che l’enorme massa di rocce, stimata in circa 530 milioni di m3 che ne fa uno dei fenomeni del genere più grandi delle Alpi, sta continuando a scivolare lentamente (in media di pochi millimetri all’anno) ma costantemente verso il basso e a roteare all’indietro lungo un asse parallelo al versante formando controscarpate, trincee e generando un basculamento in contropendenza della parte superiore del corpo franoso, che così viene sollevato verso l’alto. In pratica, il Pizzo di Bòrsgen e le altre guglie, che alla vista sono verticali o pendono verso valle, in realtà si stanno ribaltando verso monte.
La superficie concava lungo la quale sta scorrendo il versante è situata ad almeno 200 metri di profondità rispetto alla superficie della ganda, mentre gli spostamenti nel corso del tempo sarebbero superiori ai 100 metri in verticale e potrebbero raggiungere anche i 700 metri in orizzontale, al punto che il torrente Leggiuna, che scorre sul fondo della Val Pontirone, di tanto è stato spostato in direzione sud lungo i secoli. Lo scivolamento di Bòrsgen ha inoltre innescato numerose altri movimenti franosi di minore entità che hanno distrutto edifici e deformato le sedi stradali, che in caso di aumenti del movimento volte devono essere chiuse al pari dei percorsi escursionistici.
[Immagine satellitare dello scivolamento di Bòrsgen; in quella sottostante ho evidenziato la posizione del Pizzo e alcune delle numerose trincee e controscarpate che segnalano il movimento attivo del versante.]D’altro canto il paesaggio di Bòrsgen è talmente suggestivo e spettacolare, ovvero inquietante e spaventoso, da aver ispirato numerosi artisti che gli hanno dedicato fotografie (Hélène Decuyper), dipinti (Bryan Cyril Thurston), vi hanno ambientato poesie (Spartaco Rossi) e produzioni cinematografiche (Victor Tognola). Come si può leggere nel blog di alpinismo e arrampicata “VerticAlti”, Bòrsgen è «un cimitero in cui riposano i massi senza tempo da cui emerge qualcosa di straordinario. Qualcosa che se non vedi con i tuoi occhi, non potresti neanche immaginare […] Un luogo che sembra essere sacro, mistico, mi vien da pensare che forse non abbiamo nemmeno il diritto di essere qui, che abbiamo violato un divieto di accesso» e lo si definisce la “Patagonia del Ticino”, ricordando per molti versi il paesaggio dello Hielo Continental con la differenza che laggiù le guglie rocciose si elevano verticali dai ghiacciai, mentre in Val Pontirone dalle gande che la rotazione del versante sta disponendo in maniera differente.
[Le baite di Mazzorign (Mazzorino), nucleo posto sulla parte basale dello scivolamento di Bòrsgen poco sotto la parte più attiva dello stesso. Immagine tratta da www.ariafina.ch.]Insomma, Bòrsgen è una piccola/grande nonché misconosciuta “ottava meraviglia” alpina che tale è destinata a rimanere per la difficoltà di accesso, come detto, e per i pericoli oggettivi che, se non si è troppo esperti di tali contesti, si possono correre nel muoversi su un terreno instabile come quello di ganda. Un luogo assolutamente particolare dove il tempo si è fermato a millenni or sono e dove è bene fermare anche qualsiasi invasività antropica eccessiva, perché veramente lì è come penetrare in una dimensione geologica viva, arcana e conturbante nella quale la presenza umana appare quanto meno insolita se non aliena, proprio come non poteva che esserlo 15.000 e più anni fa quando l’incredibile cataclisma di Bòrsgen ebbe inizio.
[I laghi Ritóm, a sinistra, e di Cadagno. Immagine tratta da www.ticino.ch.]In Canton Ticino (Svizzera italiana), sul versante sinistro della Valle Leventina, è situata una delle zone montane più suggestive e affascinanti delle Alpi centrali: la regione Piora-Ritóm, un’ampia vallata posta tra i 1800 e i 2200 metri dalle fattezze di altipiano pascolivo dolcemente ondulato, d’estate popolato da circa 500 capi bovini e punteggiato dauna ventina di meravigliosi laghetti d’ogni taglia dei quali il più grande, e anche l’unico artificiale, è quello che accoglie i visitatori che salgono con la funicolare (tra le più ripide al mondo) dalla Leventina: il lago Ritóm, la cui diga dal 1920 contribuisce ad alimentare la sottostante centrale che produce energia elettrica per le Ferrovie Federali Svizzere.
[Carta della zona Ritóm-Piora tratta da https://s.geo.admin.ch.]Tuttavia, il lago più affascinante e per certi versi “misterioso” della regione si trova poco a monte del Ritóm: è il lago di Cadagno, posto a 1921 metri di altitudine, profondo al massimo 21 metri e ampio 0,26 km2. All’apparenza è un bacino di limpida acqua verde-azzurra (quando il cielo è sereno) bellissimo ma in fondo simile a molti altri laghi alpini; in realtà rappresenta un unicum in Europa e una rarità a livello mondiale, raggiunta ogni anno da decine di scienziati che ne studiano le peculiarità.
[Un’altra veduta del lago Cadagno. Foto di HaLu, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]Infatti il Cadagno è un lago “a tre piani” o, per usare la corretta terminologia scientifica, è un bacino meromittico, cioè caratterizzato dal rarissimo fenomeno della meromissi crenogenica: in parole povere, il bacino del Cadagno è fatto da due laghi sovrapposti le cui acque sono totalmente differenti le une dalle altre, con in mezzo un altro “strato” di acqua ancora diversa che le separa.
[I tre “piani” del Cadagno.]Il “piano superiore” del lago di Cadagno, quello superficiale di acqua cristallina, contiene minerali di granito ed è ricco di ossigeno, che lo rende popolato da pesci ben più di qualsiasi altro lago “normale”; il “piano inferiore” viceversa è composto da acque più scure provenienti da sorgenti sotterranee, povere di ossigeno, ricche di sale e totalmente prive di fauna ittica. Nel mezzo, tra gli 11 e i 13 metri di profondità, a separare i due “piani” c’è n’è un terzo più sottile nel quale vive un batterio dello zolfo molto particolare, di un colore rosso chiaro, che di conseguenza rende le acque di questo strato rosate. I pesci che abitano il piano superiore sanno bene di non poter scendere a quelli inferiori, dove non potrebbero sopravvivere, dunque il margine tra il primo strato e il secondo, quello rosato, equivale a un vero e proprio “pavimento” tra i piani, il piano ammezzato che li separa. In effetti i tre livelli del Cadagno, come già accennato, non si mescolano mai, per ciò rappresentando veramente un incredibile lago multipiano, talmente speciale da essere studiato costantemente dal Centro di Biologia Alpina di Piora, che dal 1994 ha sede proprio sulle rive del bacino.
Penso ad esempio a quelli presenti in Valtellina a Prasomaso, a Borno in Val Camonica, entrambi in serio degrado, oppure a Cuasso al Monte, sulle Prealpi Varesine, quest’ultimo in parziale ristrutturazione. Il complesso sanatoriale di Prasomaso in particolar modo, vista la particolarità delle sue strutture, la grandezza e lo stato di rovina ormai avanzato, induce a una riflessione sulla sorte che tali grandi edifici potrebbero subire o dovrebbero godere. Considerando poi che non vi sono solo i complessi ex sanatoriali ma pure altri stabili che in passato ebbero comunque un uso pubblico: alberghi, colonie, alloggi industriali, edifici militari, eccetera.
Il preventorio per bambini del complesso sanatoriale di Prasomaso, com’è oggi……
…e com’era un tempo.
L’ex sanatorio di Croce di Salven a Borno, com’è oggi…
…e com’era un tempo.
Il sanatorio ed ex ospedale “Duca d’Aosta” di Cuasso al Monte, com’è oggi…
…e com’era un tempo.
Se da un lato queste strutture rappresentano un patrimonio edilizio di grande valore nonché di notevole pregio architettonico – il periodo nel quale vennero costruiti ha reso molte di esse dei capolavori del Liberty – che offrirebbe numerose potenzialità di riutilizzo, dall’altro le difficoltà di recupero evidenziate dalla vicenda dell’ex Sanatorio di Piotta, date innanzi tutto dalla grandezza degli stabili e dalla loro vetustà, rende per molti aspetti alquanto buio il loro futuro. Tuttavia, posto quanto sopra rimarcato, assistere indifferenti alla loro decadenza non mi sembra un atteggiamento così apprezzabile, soprattutto da parte delle istituzioni e in considerazione di quante risorse pubbliche si spendono e spesso si sprecano per opere e progetti montani sostanzialmente inutili, anche in supporto a iniziative private.
L’eloquente stato di rovina del cineteatro dei sanatori di Prasomaso
Immagini di Gabriele De Agostini e Lorenza Rosa
Credo che si potrebbe almeno provare a immaginare quali potenzialità latenti gli ex sanatori sarebbero in grado di concretizzare e, dunque, i possibili riutilizzi delle loro strutture anche per capire l’entità economica degli interventi necessari e la loro relativa sostenibilità. Altrimenti mi viene da pensare che, rispetto alla noncuranza assoluta circa la loro inesorabile rovina e alla pericolosità conseguente per chi vi si trovasse nei pressi (lecitamente o meno), se proprio per tali strutture non si sapesse elaborare alcuna ipotesi di futuro tanto vale procedere all’abbattimento e alla successiva rinaturalizzazione dei luoghi. Sarebbe una fine parecchio triste ma non così tanto come quella data dalla visione del loro possibile futuro crollo e del cumulo di macerie risultante, in mezzo a boschi bellissimi e nel meraviglioso paesaggio montano d’intorno.
Nell’immagine qui sopra potete vedere quella che è la prima raffigurazione in assoluto di un ghiacciaio delle Alpi. È datata 9 luglio 1601 e mostra il Rofener Eissee, un bacino che si formò quando la lingua glaciale del Vernagtferner, uno dei più grandi ghiacciai delle Alpi Venoste in Tirolo a poca distanza dal confine italiano, nella Piccola Era Glaciale (cioè dalla metà del XIV alla metà del XIX secolo) avanzò fino al fondovalle della Rofental, a una quota di circa 2100 m, e la sbarrò completamente. Si formò così un grande lago, lungo 1,5 km e con un volume di acqua di 11 milioni di m3 sulla cui superficie navigavano numerosi iceberg di ogni taglia.
Tale circostanza, nel luglio 1601, indusse le autorità tirolesi a inviare una missione di indagine e sorveglianza del fenomeno «affinché la valle Ötztal e soprattutto la valle dell’Inn non subissero alcun danno». La raffigurazione del ghiacciaio e del lago proglaciale, attribuita a Abraham Jäger e custodita presso il Tiroler Landesmuseum di Innsbruck, correda i resoconti di quella missione “glaciologica” primigenia, che tuttavia non poté fare nulla contro le numerose esondazioni del Rofener Eissee che si susseguirono fino a metà dell’Ottocento, spesso in modi catastrofici e con ondate di piena che giunsero persino a Innsburck, a più di 100 km di distanza.
[Un panorama recente del Vernagtferner. Immagine tratta da http://vernagtferner.de/.]La storia così drammatica del Vernagtferner l’ha reso uno dei ghiacciai più osservati e studiati delle Alpi, cosa che contribuì qui più che altrove a gettare le basi della moderna scienza glaciologica. Le frequenti avanzate e ritirate della fronte destavano tanto interesse negli scienziati quanta preoccupazione negli alpigiani, che sovente e in pochi anni vedevano sparire i loro pascoli sotto il ghiaccio avanzante generando fervide suggestioni e alimentando quelle tipiche superstizioni che immaginavano i ghiacciai come dei mostri ciclopici dal corpo di ghiaccio che periodicamente scendevano dalle montagne più alte per distruggere e/o “castigare divinamente” i poveri valligiani sottostanti. Al riguardo ho trovato una bellissima illustrazione (la vedete qui sotto), una sorta di graphic novel ante litteram del disegnatore Rudolf Reschreiter datata 1911, che raffigura il geografo e naturalista tedesco Sebastian Finsterwalder, il padre della fotogrammetria glaciale (la tecnica che utilizza la fotografia per ricostruire superfici tridimensionali a partire da foto bidimensionali), il quale viene aggredito, ingoiato e poi sputato dalla mostruosa fronte del Vernagtferner durante una delle ultime avanzate del ghiacciaio.
Ancora oggi il Vernagtferner è uno dei più estesi apparati glaciali delle Alpi Orientali nonostante la fortissima perdita di massa e di superficie che ha causato la scissione del ghiacciaio in due parti, occidentale e orientale, non più collegate: rispetto al fondovalle della Rofental che aveva “tappato” e che raggiungeva fino a metà Ottocento, oggi la fronte del Vernagtferner si trova a più di 4 km di distanza e a una quota superiore di quasi 700 metri.
[Foto di Whgler, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]Particolarmente emblematiche – e inquietanti – sono le immagini che mostrano la vallata glaciale ad un secolo di distanza nei pressi del Rifugio Vernagthütte, a 2755 m di quota. L’immagine superiore è del 1915 e mostra una lingua glaciale ancora ben gonfia e imponente a poca distanza dal rifugio e quasi alla stessa altezza. Quella inferiore è invece del 2020: il ghiacciaio è scomparso e la Vernagthütte (nel circolo giallo) si trova a più di 150 metri sopra al fondovalle ove scorre il torrente di ablazione. Secondo le previsioni basate sull’attuale andamento climatico, entro pochi decenni il Vernagtferner, un tempo così enorme e minaccioso, si frammenterà in tanti piccoli apparati i quali, posta anche l’esposizione meridionale del loro versante e nonostante l’altitudine superiore ai 3500 m, finiranno per fondere e sparire completamente.