Il Cadagno, l’incredibile lago alpino “a tre piani”

[I laghi Ritóm, a sinistra, e di Cadagno. Immagine tratta da www.ticino.ch.]
In Canton Ticino (Svizzera italiana), sul versante sinistro della Valle Leventina, è situata una delle zone montane più suggestive e affascinanti delle Alpi centrali: la regione Piora-Ritóm, un’ampia vallata posta tra i 1800 e i 2200 metri dalle fattezze di altipiano pascolivo dolcemente ondulato, d’estate popolato da circa 500 capi bovini e punteggiato da una ventina di meravigliosi laghetti d’ogni taglia dei quali il più grande, e anche l’unico artificiale, è quello che accoglie i visitatori che salgono con la funicolare (tra le più ripide al mondo) dalla Leventina: il lago Ritóm, la cui diga dal 1920 contribuisce ad alimentare la sottostante centrale che produce energia elettrica per le Ferrovie Federali Svizzere.

[Carta della zona Ritóm-Piora tratta da https://s.geo.admin.ch.]
Tuttavia, il lago più affascinante e per certi versi “misterioso” della regione si trova poco a monte del Ritóm: è il lago di Cadagno, posto a 1921 metri di altitudine, profondo al massimo 21 metri e ampio 0,26 km2. All’apparenza è un bacino di limpida acqua verde-azzurra (quando il cielo è sereno) bellissimo ma in fondo simile a molti altri laghi alpini; in realtà rappresenta un unicum in Europa e una rarità a livello mondiale, raggiunta ogni anno da decine di scienziati che ne studiano le peculiarità.

[Un’altra veduta del lago Cadagno. Foto di HaLu, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte  commons.wikimedia.org.]
Infatti il Cadagno è un lago “a tre piani” o, per usare la corretta terminologia scientifica, è un bacino meromittico, cioè caratterizzato dal rarissimo fenomeno della meromissi crenogenica: in parole povere, il bacino del Cadagno è fatto da due laghi sovrapposti le cui acque sono totalmente differenti le une dalle altre, con in mezzo un altro “strato” di acqua ancora diversa che le separa.

[I tre “piani” del Cadagno.]
Il “piano superiore” del lago di Cadagno, quello superficiale di acqua cristallina, contiene minerali di granito ed è ricco di ossigeno, che lo rende popolato da pesci ben più di qualsiasi altro lago “normale”; il “piano inferiore” viceversa è composto da acque più scure provenienti da sorgenti sotterranee, povere di ossigeno, ricche di sale e totalmente prive di fauna ittica. Nel mezzo, tra gli 11 e i 13 metri di profondità, a separare i due “piani” c’è n’è un terzo più sottile nel quale vive un batterio dello zolfo molto particolare, di un colore rosso chiaro, che di conseguenza rende le acque di questo strato rosate. I pesci che abitano il piano superiore sanno bene di non poter scendere a quelli inferiori, dove non potrebbero sopravvivere, dunque il margine tra il primo strato e il secondo, quello rosato, equivale a un vero e proprio “pavimento” tra i piani, il piano ammezzato che li separa. In effetti i tre livelli del Cadagno, come già accennato, non si mescolano mai, per ciò rappresentando veramente un incredibile lago multipiano, talmente speciale da essere studiato costantemente dal Centro di Biologia Alpina di Piora, che dal 1994 ha sede proprio sulle rive del bacino.

[Da sinistra: lago dello Stabbio, di Cadagno e Ritóm. Fotografia di © Chris Burkard tratta da www.facebook.com/ticinoturismo.]
Insomma, il lago Cadagno si può considerare l’elemento geografico “superstar” di una regione alpina invero assai ricca di variegate specificità affascinanti, dove il paesaggio montano si esprime in tutta la sua possente e meravigliosa maestosità naturale alla quale si affianca una presenza umana che, al netto delle infrastrutture idroelettriche del lago Ritóm, è di matrice sostanzialmente rurale, legata all’attività di pastorizia e alla produzione casearia, dunque ben armonizzata al luogo; sono presenti anche due rifugi per i visitatori, quello posto accanto alla diga del Ritóm e la bella Capanna Cadagno all’Alpe Piora. La zona viene normalmente raggiunta tramite la piccola (e ripidissima, come detto) funicolare che serve gli impianti idroelettrici, la cui portata di sole cento persone all’ora evita che la Val Piora venga sottoposta a un eccessivo sovraffollamento. D’altro canto una zona così affascinante e peculiare merita di essere frequentata con consapevolezza e sensibilità anche maggiori di quelle riservate a luoghi assimilabili ma già più antropizzati, anche per godere pienamente e “assorbire” la grande bellezza alpestre che sa offrire e così facendo che il suo paesaggio esteriore si rifletta pienamente in quello interiore di chi lo visiterà, a prezioso vantaggio di entrambi.

I grandi sanatori alpini, un patrimonio culturale prezioso che sta andando alla rovina

[L’ex sanatorio di Piotta, nella Svizzera italiana. Foto ©CdT/Chiara Zocchetti.]
La notizia data dalla stampa della Svizzera italiana, lunedì 24 novembre, della messa all’asta del grande ex Sanatorio di Piotta, posto a 1150 metri in alta Valle Leventina (Canton Ticino) e chiuso da anni, in forza del fallimento della società anonima che lo voleva ristrutturare al fine di realizzarvi un campus per sportivi d’élite, mi riporta alla mente la presenza, sulle Alpi anche italiane, di numerosi di questi grandi edifici, nati a cavallo tra Ottocento e Novecento per la cura delle malattie polmonari come la tubercolosi, e oggi spesso abbandonati e cadenti.

Penso ad esempio a quelli presenti in Valtellina a Prasomaso, a Borno in Val Camonica, entrambi in serio degrado, oppure a Cuasso al Monte, sulle Prealpi Varesine, quest’ultimo in parziale ristrutturazione. Il complesso sanatoriale di Prasomaso in particolar modo, vista la particolarità delle sue strutture, la grandezza e lo stato di rovina ormai avanzato, induce a una riflessione sulla sorte che tali grandi edifici potrebbero subire o dovrebbero godere. Considerando poi che non vi sono solo i complessi ex sanatoriali ma pure altri stabili che in passato ebbero comunque un uso pubblico: alberghi, colonie, alloggi industriali, edifici militari, eccetera.

Se da un lato queste strutture rappresentano un patrimonio edilizio di grande valore nonché di notevole pregio architettonico – il periodo nel quale vennero costruiti ha reso molte di esse dei capolavori del Liberty – che offrirebbe numerose potenzialità di riutilizzo, dall’altro le difficoltà di recupero evidenziate dalla vicenda dell’ex Sanatorio di Piotta, date innanzi tutto dalla grandezza degli stabili e dalla loro vetustà, rende per molti aspetti alquanto buio il loro futuro. Tuttavia, posto quanto sopra rimarcato, assistere indifferenti alla loro decadenza non mi sembra un atteggiamento così apprezzabile, soprattutto da parte delle istituzioni e in considerazione di quante risorse pubbliche si spendono e spesso si sprecano per opere e progetti montani sostanzialmente inutili, anche in supporto a iniziative private.

Credo che si potrebbe almeno provare a immaginare quali potenzialità latenti gli ex sanatori sarebbero in grado di concretizzare e, dunque, i possibili riutilizzi delle loro strutture anche per capire l’entità economica degli interventi necessari e la loro relativa sostenibilità. Altrimenti mi viene da pensare che, rispetto alla noncuranza assoluta circa la loro inesorabile rovina e alla pericolosità conseguente per chi vi si trovasse nei pressi (lecitamente o meno), se proprio per tali strutture non si sapesse elaborare alcuna ipotesi di futuro tanto vale procedere all’abbattimento e alla successiva rinaturalizzazione dei luoghi. Sarebbe una fine parecchio triste ma non così tanto come quella data dalla visione del loro possibile futuro crollo e del cumulo di macerie risultante, in mezzo a boschi bellissimi e nel meraviglioso paesaggio montano d’intorno.

Breve e suggestiva storia del Vernagtferner, uno dei ghiacciai più raffigurati e temuti delle Alpi

Nell’immagine qui sopra potete vedere quella che è la prima raffigurazione in assoluto di un ghiacciaio delle Alpi. È datata 9 luglio 1601 e mostra il Rofener Eissee, un bacino che si formò quando la lingua glaciale del Vernagtferner, uno dei più grandi ghiacciai delle Alpi Venoste in Tirolo a poca distanza dal confine italiano, nella Piccola Era Glaciale (cioè dalla metà del XIV alla metà del XIX secolo) avanzò fino al fondovalle della Rofental, a una quota di circa 2100 m, e la sbarrò completamente. Si formò così un grande lago, lungo 1,5 km e con un volume di acqua di 11 milioni di m3 sulla cui superficie navigavano numerosi iceberg di ogni taglia.

Tale circostanza, nel luglio 1601, indusse le autorità tirolesi a inviare una missione di indagine e sorveglianza del fenomeno «affinché la valle Ötztal e soprattutto la valle dell’Inn non subissero alcun danno». La raffigurazione del ghiacciaio e del lago proglaciale, attribuita a Abraham Jäger e custodita presso il Tiroler Landesmuseum di Innsbruck, correda i resoconti di quella missione “glaciologica” primigenia, che tuttavia non poté fare nulla contro le numerose esondazioni del Rofener Eissee che si susseguirono fino a metà dell’Ottocento, spesso in modi catastrofici e con ondate di piena che giunsero persino a Innsburck, a più di 100 km di distanza.

[Un panorama recente del Vernagtferner. Immagine tratta da http://vernagtferner.de/.]
La storia così drammatica del Vernagtferner l’ha reso uno dei ghiacciai più osservati e studiati delle Alpi, cosa che contribuì qui più che altrove a gettare le basi della moderna scienza glaciologica. Le frequenti avanzate e ritirate della fronte destavano tanto interesse negli scienziati quanta preoccupazione negli alpigiani, che sovente e in pochi anni vedevano sparire i loro pascoli sotto il ghiaccio avanzante generando fervide suggestioni e alimentando quelle tipiche superstizioni che immaginavano i ghiacciai come dei mostri ciclopici dal corpo di ghiaccio che periodicamente scendevano dalle montagne più alte per distruggere e/o “castigare divinamente” i poveri valligiani sottostanti. Al riguardo ho trovato una bellissima illustrazione (la vedete qui sotto), una sorta di graphic novel ante litteram del disegnatore Rudolf Reschreiter datata 1911, che raffigura il geografo e naturalista tedesco Sebastian Finsterwalder, il padre della fotogrammetria glaciale (la tecnica che utilizza la fotografia per ricostruire superfici tridimensionali a partire da foto bidimensionali), il quale viene aggredito, ingoiato e poi sputato dalla mostruosa fronte del Vernagtferner durante una delle ultime avanzate del ghiacciaio.

Ancora oggi il Vernagtferner è uno dei più estesi apparati glaciali delle Alpi Orientali nonostante la fortissima perdita di massa e di superficie che ha causato la scissione del ghiacciaio in due parti, occidentale e orientale, non più collegate: rispetto al fondovalle della Rofental che aveva “tappato” e che raggiungeva fino a metà Ottocento, oggi la fronte del Vernagtferner si trova a più di 4 km di distanza e a una quota superiore di quasi 700 metri.

[Foto di Whgler, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Particolarmente emblematiche – e inquietanti – sono le immagini che mostrano la vallata glaciale ad un secolo di distanza nei pressi del Rifugio Vernagthütte, a 2755 m di quota. L’immagine superiore è del 1915 e mostra una lingua glaciale ancora ben gonfia e imponente a poca distanza dal rifugio e quasi alla stessa altezza. Quella inferiore è invece del 2020: il ghiacciaio è scomparso e la Vernagthütte (nel circolo giallo) si trova a più di 150 metri sopra al fondovalle ove scorre il torrente di ablazione. Secondo le previsioni basate sull’attuale andamento climatico, entro pochi decenni il Vernagtferner, un tempo così enorme e minaccioso, si frammenterà in tanti piccoli apparati i quali, posta anche l’esposizione meridionale del loro versante e nonostante l’altitudine superiore ai 3500 m, finiranno per fondere e sparire completamente.

Ghiacciai che fondono e cervelli già fusi

Resto sempre (più) basito nel leggere i commenti alle notizie sui fatti climatici che gli organi di informazione pubblicano – ultima della serie (la vedete lì sopra) quella della testata svizzera “Tio.chsulla sparizione ormai imminente del Ghiacciaio del Basòdino, un tempo tra i più vasti del Cantone Ticino. Non resto basito tanto per il solito negazionismo, così forzato di fronte alla realtà delle cose da risultare ormai grottesco, o per l’ancora più ridicolo antiscientismo, quanto per la superficialità estrema con la quale, a quanto sembra, molte persone considerano la crisi climatica.

I ghiacciai delle Alpi spariscono? «Ce ne faremo una ragione», «Se si scioglie un po`di ghiaccio sarà per una giusta causa», «Prima o poi torneranno», e via di questo passo. Un atteggiamento che mi ricorda quella nota storiella del tizio che precipita da un grattacielo alto cinquanta piani e, giunto a dieci piani da terra, dice «Be’, dai, fin qui tutto bene!»

Non solo costoro non capiscono/non vogliono capire ciò che sta accadendo, ma evidentemente non capiscono nemmeno loro stessi e che ci stanno a fare al mondo.

Cos’è? Immane ignoranza della realtà? Stupidità spinta all’eccesso? Forse è il frutto di autentiche carenze cognitive, o si tratta già di conclamata demenza?

Un momento… forse ho capito. Siccome è evidente che queste persone non usano il proprio cervello, e dato che il cervello umano è composto da ben il 75-85% di acqua – una percentuale fondamentale per il suo corretto funzionamento – a loro non interessa se a breve verrà a mancare l’acqua immagazzinata nei ghiacciai scomparsi. Non gli serve, appunto.

Il negazionismo è una forma di pazzia e con i pazzi non si ragiona. Si può persuadere chi nega la realtà che la realtà è differente? Molto difficilmente.

[Umberto Galimberti]

P.S.: le immagini del Ghiacciaio del Basòdino sono tratte dal sito web della Repubblica e Cantone Ticino; quella sopra è del 1991, qualla sotto del 2022.

L’inevitabile fine dello sci, anche per chi non ci vuol credere

P.S. – Pre Scriptum: dissertare di sci e neve anche in piena estate? Certamente! Perché la crisi climatica e le dinamiche socio economiche che condizionano il turismo sciistico non fanno le ferie estive, e perché quanto accade sulle montagne ha bisogno di costante attenzione e visione lunga nel tempo: qualcosa che sovente manca, nella gestione del turismo invernale – e le conseguenze negative di ciò si vedono, purtroppo.

[Le piste di Nara, stazione sciistica in Valle di Blenio, Canton Ticino, senza neve nel febbraio 2023.]

Il cambiamento climatico sta trasformando la Svizzera e questo è particolarmente evidente nelle regioni turistiche. “L’aumento delle temperature è fatale per le attività turistiche sugli sci”, afferma Monika Bandi, direttrice del Centro di ricerca sul turismo dell’Università di Berna. “A ciò si aggiungono precipitazioni intense più frequenti in estate, inverni con meno pioggia e lo scioglimento del permafrost, che può rendere instabili i pendii”.
Il problema maggiore legato all’aumento delle temperature riguarda però le località di sport invernali. “Garantire 100 giorni all’anno con un manto nevoso di 30-50 cm sta diventando sempre più irrealistico”, afferma Bandi. Secondo una scheda informativa di Funivie Svizzere, l’isoterma di zero gradi salirà di altri 300 metri entro il 2050. In futuro, le precipitazioni cadranno più sotto forma di pioggia che di neve, soprattutto all’inizio e alla fine dell’inverno. La stagione sciistica sarà quindi più corta. I cannoni da neve non potranno compensare questa mancanza, poiché funzionano solo nei giorni con temperature inferiori a 0 °C.
Quanto saranno profonde le trasformazioni per le stazioni sciistiche svizzere è difficile da prevedere. “Oggi non sono più molti i bambini che imparano a sciare”, osserva Monika Bandi. Tra 10 o 20 anni, s’interroga la ricercatrice, ci sarà ancora il desiderio di spendere 80 o 100 franchi per una giornata sugli sci?
Anche l’associazione Funivie Svizzere prevede un calo della domanda nella sua strategia di adattamento. Già oggi, oltre 60 impianti di risalita sono all’abbandono e con l’aumento delle temperature il loro numero è destinato a crescere.

[Brani tratti dall’articolo Come il cambiamento climatico mette sotto pressione il turismo in Svizzera, pubblicato su “Swissinfo.ch” il 15 luglio 2025.]

C’è poco da commentare e molto da riflettere, a fronte di tali evidenze. In Svizzera da tempo lo stanno facendo, in Italia molto meno. Certo li posso capire, i gestori dei comprensori sciistici, messi ormai con le spalle al muro dalla crisi climatica, dalla situazione economica, dal cambio dei costumi e delle abitudini di chi frequenta le montagne in inverno.

[Immagine tratta da www.radiocittafujiko.it.]
Ma a fronte della comprensione delle loro difficoltà, quei gestori (e i loro sodali, soprattutto in politica) devono a loro volta comprendere che in molte località l’attività sciistica è ormai al capolinea (se non già oltre) e che la loro perseveranza nel continuare a mantenerla e a rifiutare la transizione a forme di frequentazione turistica invernale più consone ai tempi non è affatto una forma di resilienza ma un’imposizione di sofferenza alle montagne e alle loro comunità, tenute in ostaggio di quel loro business ormai esaurito e per ciò incapaci – ovvero privati degli strumenti al riguardo – di sviluppare ogni altra forma di economia ecosistemica locale. Realtà ancora più grave nel caso in cui i finanziamenti pubblici, invece di sostenere lo sviluppo socioeconomico locale, vengano impiegati per realizzare nuovi impianti e piste di discesa a quote dove ormai lo sci è ormai qualcosa di utopico.

È difficile cambiare, certamente, ma è altrettanto ineludibile: altrimenti non saranno solo gli impianti e le società che li gestiscono a fallire e chiudere ma l’intero territorio che li ospita. Un’eventualità che non è possibile accettare, in nessun modo.