Niente sarà come prima?

[Foto di Gerd Altmann da Pixabay ]
Ha ragione Paolo Nori (lo cito spesso, sì, perché spesso è assai illuminante) a dire a modo suo di quelli che un po’ ovunque, a voce o per iscritto, adesso esclamano «niente sarà come prima!», che anche prima di adesso era così. Voglio dire: al di là della “frase fatta” adeguata al periodo in corso, dovrebbe essere sempre così, in un mondo che sia in costante evoluzione, ogni giorno dovrebbe essere diverso dal precedente e starebbe alla civiltà che abita quel mondo di dimostrarsi realmente tale facendo che ogni giorno possa essere diverso in meglio, e non in peggio, rispetto a quello precedente.
Purtroppo è difficile ammettere che vada sempre così, per come nel corso della sua storia, che pure è una storia di evoluzione, l’uomo abbia causato troppe catastrofi che hanno fatto “peggiori” tanti giorni rispetto ai precedenti.

Poi, certo, c’è il caso “speciale” (al solito!) dell’Italia: il paese dal quale provengono tanti di quei «niente sarà come prima!» ma che troppo spesso fa di invocazioni simili l’effetto di uno dei suoi principi fondamentali ed emblematici, il gattopardiano «tutto cambi affinché nulla cambi!». Quindi, anche stavolta niente sarà come prima perché alla fine tutto resterà uguale?

Vedremo. Basta non succeda che niente sarà come prima perché sarà peggio! In fondo anche l’immobilità permanente, il restare immoti in un costante presente (vedi qui) mentre il tempo corre avanti, è un peggioramento inequivocabile.

Vedremo, appunto. Vedremo.

La vita è bella (forse)

Uno aveva letto sull’Izvestija che la vita è bella, ma pensava che prima o poi ci sarebbe stata una smentita.

(Nikolaj Erdman, Il suicida, 1928, dal Repertorio dei matti della letteratura russa di Paolo Nori – in preparazione – dal cui blog ho tratto la citazione. Le “Izvestija” è questo, per chi non lo conoscesse.)

Preziose mappe geodialettali

In questi giorni, nel “Diario” del suo sito “Stile Alpino”, Michele Comi – mirabile guida alpina valtellinese o, meglio, malenca (della Valmalenco), del quale vi ho già parlato altre volte, qui – si sta impegnando in un lavoro di «restituzione della memoria al dialetto. Indagheremo modi di dire, tempo meteorologico, credenze, toponimi, detti sapienti, espressioni genuine…» e lo fa traendo spunti preziosi dal volume del 2011 Il volgar eloquio – dialetto malenco di Silvio Gaggi, rinomato artigiano/artista della pietra ollare di Valmalenco. Perle di saggezza vernacolare che, come sovente accade con la cultura e i saperi della montagna, nascono tra le vette ma possiedono un valore spaziale e temporale illimitato.

Potete leggere i vari contributi, aggiornati quotidianamente, qui. Ora io ne traggo uno, pubblicato giovedì 19 marzo, che trovo particolarmente affascinante per la sua matrice geo-topografica, che dimostra bene da cosa possa scaturire un senso identitario culturale realmente virtuoso in relazione ai territori abitati e giammai ottusamente ideologico  – come oggi capita spesso in tema di “identità”.
E leggete quanto più potete le cose di Michele Comi, che sono sempre interessanti e illuminanti!

L’Alpe Son (Sun, nel dialetto locale), uno degli alpeggi di Torre di Santa Maria, in Valmalenco. Immagine tratta da qui.

Nella comunicazione verbale il nome di un sito è sempre accompagnato e preceduto da un avverbio di luogo che lo colloca in un preciso ambito territoriale.
Mentre quando si parla in italiano si dice a Sondrio, a Morbegno, in Valmalenco, il dialetto dice sö a ciapanìc, fö a cagnulèt, int a löna, ué ai crestìn, giò a turnadö…
Il dialetto organizza lo spazio partendo mentalmente da un punto che corrisponde al centro del paese, al campanile della chiesa principale. Da qui parte tutto il sistema d’orientamento generale del territorio, attraverso un meccanismo di relazioni geografiche riconoscibili nel linguaggio. Per mezzo della grammatica del dialetto è quindi possibile riconoscere l’appartenenza ad una comunità.
In altre parole, un abitante di Torre di Santa Maria anche quando si trova a Milano continua ad identificare come punto di osservazione il centro del paese, precedendo i nomi dei luoghi con: int, ué, giò... (Voce: Attilio Mitta, Torre di Santa Maria.)

Una cosa che non si può fare

(Foto di Giuseppe Ravera, tratta da http://www.lenuovemadeleine.com/lamore-al-tempo-del-colera/.)

Ecco, ora dirò una cosa che in realtà non si potrebbe dire, ovvero che io andrei a prendere quelli che nei giorni scorsi hanno barbaricamente svuotato gli scaffali dei supermercati in preda al virulento delirio da imminente fine del mondo, insomma, troverei il modo di recuperarne i nomi, e metterei in seria discussione i loro diritti costituzionali, sottoponendoli quanto meno a una riconferma basata su attente valutazioni civiche e culturali oltre che intellettive, ovvio.

Ma non si può fare una cosa del genere, certo, ci mancherebbe, dunque non la posso nemmeno dire. Forse nemmeno scrivere, già, ma ormai tant’è, amen.