I figli

Dice: «Vabbè ma c’è anche gente che per il senso del dovere sacrifica la vita dei figli». Sì, nelle Storie di Tito Livio – consoli ed eroi – ma è per questo che stanno lì, appunto perché raro, se era normale non ce li metteva. Anche Stalin col figlio Jakov, che lo avevano fatto prigioniero i tedeschi proponendogli uno scambio, ma lui ha detto no, hanno insistito «È tuo figlio», e lui, «Sono tutti miei figli», e è morto in un campo di concentramento. Ma quello era Stalin e i consoli romani.

(Antonio Pennacchi, L’autobus di Stalin, Vallecchi, 2005, pag.36; citato da Paolo Nori qui.)

Le denunce presentate alle autorità di polizia e i procedimenti giudiziari avviati nel corso dell’Ottocento e scrupolosamente ripercorsi dallo storico elvetico Raffaello Ceschi hanno messo in luce un vero e proprio mercato di «poveri giovinetti infelici» messi in vendita «per poca moneta da genitori disumani» la cui vita – come affermava il questore di Torino nel 1864 – «non è dissimile da quella degli schiavi antichi e moderni».

(Alessandro Pastore, Piccoli migranti: gli spazzacamini, in “Notiziario della Banca Popolare di Sondrio” nr.145, aprile 2021, pagg.161-162.)

Una correlazione casuale nei tempi ma cadente a fagiolo tra due brani che ho letto a brevissima distanza l’uno dall’altro e che trattano lo stesso argomento. Dalla quale mi pare che se ne esca una considerazione tanto provocatoria quanto franca: dunque certe “pie” e “devote” famiglie montanare dell’Ottocento – è di quelle che disquisisce il professor Pastore – avevano elaborato nei confronti delle proprie proli una forma mentis disumanamente paragonabile a quella di un così famigerato dittatore comunista che di pio e devoto non aveva nulla?

N.B.: comunque sappiate – se non lo sapete già – che a Santa Maria Maggiore, in Val Vigezzo (località assai affascinante, peraltro), c’è il bellissimo Museo dello Spazzacamino. Un piccolo museo ma unico nel suo genere, in Italia, il quale rappresenta il luogo della memoria di un antico mestiere che ha scritto capitoli di storia tragici e nel contempo affascinanti nella vita della Val Vigezzo e di molte altre zone di montagna. Dalla photogallery del sito del museo ho tratto l’immagine in testa al post.

Auguri, Signor G!

“Il pensare”… sì, il pensiero in sé, senza farci niente di utile, che godimento. Peccato che non ti paga nessuno per pensare. «Ho pensato otto ore», e chi ti crede?

(Giorgio Gaber, Il Grigio, atto I, quadro IV.)

Gaber oggi compie 83 anni e come nome, figura, personaggio, immagine, icona, resta “sinonimo” potente di pensiero – lo resterà anche quando di anni ne compirà 100 o 200 o 1.000. Sinonimo nel/del senso più alto del vocabolo, il più intenso e sagace, il più importante. Perché il pensiero tanto più è “alto” e sagace quanto più è libero, e Gaber è stato tra i pensatori più liberi in assoluto. Anche per questo uno come lui manca tremendamente, in quest’epoca di pensiero non solo sempre meno libero ma pure sempre più soffocato e soppresso.

Il presente

Presente (s.m.). Parte dell’eternità che separa la sfera della delusione da quella della speranza.

(Ambrose BierceDizionario del diavolo, a cura di Giancarlo Buzzi, Baldini Castoldi Dalai, 2005. pag.142.)

Emanuele Atturo, “Roger Federer è esistito davvero”

In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso. Dunque Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu, e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno. Dio fece il firmamento e separò le acque, e chiamò il firmamento cielo. E fu sera e fu mattina: secondo giorno. Poi fece la terra e l’acqua, e dalla terra fece spuntare erbe, germogli e alberi eccetera, e fu sera e fu mattina: terzo giorno, e poi quarto giorno, e poi quinto, e poi sesto, e poi nel settimo giorno Dio portò a termine il lavoro che aveva fatto e vide che era cosa buona, così decise che s’era meritato un po’ di svago. Decise di scendere sulla Terra e giocare a tennis: ma non poteva certo farlo come “Dio”, allora fece in modo di restare in incognito e si fece chiamare “Roger Federer”.

Chi abbia anche una minima conoscenza del mondo del tennis sa già che non sto affatto esagerando a scrivere quanto sopra; chi non l’abbia, deve sapere che forse mai, nello sport, un suo protagonista è stato accostato con tale frequenza e costanza all’idea del “divino”, coniugata nelle sue diverse forme, come è accaduto con Roger Federer. D’altro canto forse mai, prima, uno sportivo ha mostrato di fare cose che innumerevoli volte sono state definite “impossibili”, “prodigiose”, “magiche” ovvero divine, appunto a segnalarne l’apparente sovrannaturalità – peraltro condivisa da praticamente chiunque abbia scritto di tennis e di sport in genere, in modo professionale, articolato, tecnico oppure no. In Roger Federer è esistito davvero (66thand2dn, 2021) Emanuele Atturo racconta una biografia tecnico-agonistica del divino campione svizzero sovrapponendovi una narrazione affettiva che è certamente personale ma è facile immaginare comune a qualsiasi tifoso di Federer []

(Potete leggere la recensione completa di Roger Federer è esistito davvero cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)